Vita e traumi da Nerd

13/08/2018 0 Di Eowyn Milis

 

Vita e traumi da nerd

Ieri mattina in libreria, alla cassa: “Io non compro libri!”

Una signora elegante, di quelle griffate in finto casual, la cui piega perfetta sembra, tutt’insieme, ratio essendi e causa formale dell’esistenza, ha violato con brutalità inconsapevole, e per questo tanto più violenta, il santuario e i piccoli riti di noi druidi officianti con sguardi famelici e tintarella lunare tra gli scaffali anche in pieno agosto.

Ho provato sbigottimento. Disorientamento. Muto e implorante sollecito di spiegazioni, forse di aiuto, rivolto non a quell’insolita epifania, evidentemente del tutto estranea al luogo, ma ai commessi, loro malgrado impassibili. Nulla di tutto ciò è accaduto né, men che meno, ha avuto un’evoluzione.

Nella mia mente di nerd, allora, si è innescata una reazione a catena silenziosa e, proprio per questo, dai contorni via via sempre più dilatati. In principio è stato il dispiacere. Certo, non comprare libri non implica di necessità anche non leggerli, ma un certo tono ostentato di vanto e quasi di sicumera, comune, peraltro, a molti uomini politici e opinion leader attuali, mi ha indotto il sospetto che l’inferenza, in effetti, fosse più che lecita.

Come perdere un mondo. Dieci, cento, mille mondi. Non ho potuto fare a meno di rammaricarmi e dispiacermi per quella sventurata.

Poi, la mia mente è volata alle librerie, grandi e piccole, che punteggiano le mura di casa mia. Una casa, la mia, tenuta in modo un po’ arronzato, con Andy Warhol come designer presumibile, zeppa di mobili, suppellettili e carabattole di epoca varia, post-industriale e pre-rurale, arruffati insieme alla bell’e meglio, con il solo criterio dell’affezione o anche banalmente dell’ordine di arrivo. Una casa pulita, quello sì, ma casuale. Una casa che mi è capitata così. Eccetto che per le librerie e, soprattutto, per la popolazione che vi si è stanziata negli anni, lentamente ma inesorabilmente.

Al mattino, la posizione dei tomi nella lunga teoria degli Asimov è leggermente alterata. Quelli rilegati stanno un tantino sbilenchi, i vecchi Urania da battaglia simulano un contegno migliore, più decoroso, da vecchi nobili decaduti. Decaduti sì, ma pur sempre nobili, cappa e spada al seguito! Quella costola, però, così inclinata non la ricordavo proprio. Eppure, l’altra sera giurerei di averla posizionata ben dritta. Ha tutta l’aria di essersi presa una sbronza! Come ha fatto ad abbandonarsi così discinta lungo la sequenza della Ferrante? Che spudorata!

Sospetto dei festini, nottetempo, su quello scaffale. E gli altri, complici silenti. Del resto, non gliene faccio una colpa. Casomai, assaporo il rancore dell’esclusione! Perché non hanno invitato anche me?

Ne sarei stata all’altezza. Mi sarei abbandonata al vortice di ognuno di quei mondi; avrei pilotato una navicella spaziale verso una cupola planetaria e, subito dopo, senza tema di jet lag, avrei vagabondato tra i rioni più malfamati di Napoli. Non mi avrebbero suscitato il minimo spavento le brughiere selvagge nei paraggi di Thruscross Grange, neanche se poi avessi dovuto montare in tutta fretta su una slitta trainata da renne verso il Grande Nord. Volentieri avrei aiutato l’avvocato Guerrieri a tessere le sue trame da legal fiction e mi sarei presentata in tempo al binario 9 e tre quarti di King’s Cross per prendere il treno con Harry, Ron e Hermione.

Nessuna di queste avventure né delle infinite altre possibili sarebbe mai riuscita a spaventarmi. Anche se sono per tipi tosti, certo. Gente che anela all’immortalità. E che, di personaggio in personaggio, di narrazione in narrazione, di rigo in rigo, è disposta ad accomodare i propri abiti e a diventare uno, dieci, cento, mille personaggi, a vivere una, dieci, cento, mille vite e a percorrere l’iperspazio senza bisogno di muoversi un solo istante dalla poltrona di casa.   

Eowyn Milis