Vero e verosimile: qualche nota

29/04/2019 0 Di Eowyn Milis

Vero e verosimile. Due parole semanticamente affini, due concetti indissolubilmente imparentati. Eppure, non identici, come appare evidente alla prova delle esperienze più comuni. Se, nell’imminenza di un viaggio al mare o di una festa all’aperto, scrutando il meteo prendiamo atto che verosimilmente il tempo si manterrà soleggiato, siamo tranquilli, ma non del tutto. Tanto da confermare l’impegno, ma non così tanto da lasciare a casa l’ombrello. Di fronte alla mamma che non gli crede nonostante egli le abbia detto la pura verità, al contrario, il bambino non nutre esitazioni di sorta: si arrabbia, urla e strepita. Non a causa della punizione della mamma o perché non gli sia riuscito di manipolarla ma piuttosto in quanto, pur avendo ragione, egli non è stato creduto. Grava su di lui, dunque, l’ombra del sospetto che abbia detto una bugia. Ma non è questo il punto. Se avesse detto il falso, sicuramente il nostro bambino non se la sarebbe presa così e anzi, con ogni probabilità, sotto sotto avrebbe pensato di essersela cercata. Il fatto è che è stato accusato ingiustamente.Il vero è più esigente del verosimilee richiede di essere riconosciuto tout court.

Mentre il verosimile è per sua natura soggettivoe relativo, al contrario il veronutre pretese di oggettività, universalità e autonomiarispetto al punto di vista dell’osservatore. E’ nelle cose (Platone, Husserl) o quantomeno di certe cose (il dialogo maieutico di Socrate) costituisce l’esito.

La questione è proposta da Platone fin dall’Eutifrone, quando il filosofo si chiede se il Bene sia tale di per sé, e in quanto tale piaccia a dio, oppure, piuttosto, se sia dio a stabilire ciò che è bene, con un atto di volontarismo teologico alla base di tanta parte della filosofia occidentale. Platone è incline decisamente a prestare fede alla prima opzione e infatti ritiene le Forme pure i modelli perfetti, il fondamento ontologico e gnoseologico della realtà sensibile a cui, peraltro, preesistono. Sta poi all’anima, secondo il racconto del Fedro,riconoscerne l’esistenza dopo averle osservate nell’Iperuranio. Tuttavia, il mancato atto di tale riconoscimento non mette affatto in discussione l’esistenza delle Idee e la loro funzione di criterio della realtà: una cosa che sia vera resta tale anche in caso di mancato riconoscimento.

Per Platone, la verità ha parecchio a che fare anche con la giustizia: è un concetto non solo teoretico, ma anche etico. Oltre che conosciuta, la verità va testimoniata. E’ precisamente questo il motivo della sua invincibile avversione nei confronti dei sofisti, avversione che andrà analizzata nelle sue motivazioni e nei suoi esiti. Per non correre, però, il rischio di trasformare Platone in un pubblico ministero e i sofisti negli imputati, converrà ricordare la posizione assunta da questi ultimi e la loro ferma convinzione di stare contribuendo al rafforzamento della democrazia nel V secolo a. C.

Secondo la testimonianza di Sesto Empirico,

 

“Protagora vuole che di tutte le cose sia misura l’uomo, di quelle che sono, a quel modo che sono, di quelle che non sono, a quel modo che non sono; chiamando misura il criterio e cose i fatti; come se dicesse che di tutti i fatti criterio è l’uomo, di quelli che sono, a quel modo che sono, di quelli che non sono, a quel modo che non sono. Per tal modo egli ammette solo ciò che appare a ciascuno e così introduce la relatività”.[1]

 

Secondo Protagora, è vero solo ciò che appare vero all’uomo, sia che si tratti di un singolo, sia che con questo termine intendiamo un gruppo sociale. Anche in questo caso, dunque, il vero va riconosciuto dal soggetto ma, a differenza che per Platone, qui tale riconoscimento ha valore fondativo. Qualsiasi verità eventuale venga negata, non è più vera, sic et simpliciter.Il soggettivismo diventa così l’anticamera del relativismo.

Secondo i sofisti, tale operazione risulta funzionale a rendere esprimibile con uguale forza, quella della parola, più di un punto di vista; sarebbe, dunque, intrinsecamente democratica. Ce lo fa vedere bene Gorgia, nel celebre luogo testuale rimastoci del suo Encomio di Elena, quando scrive:

 

“Parlerò delle cause che determinarono, secondo l’ordine della natura, la partenza di Elena alla volta di Troia. Ebbene, o per la divina forza degli eventi o per ordine degli dèi o per decreto del Fato lei fece quello che fece; o rapita con violenza o convinta dai discorsi, dalla parola. Ora, se ella agì sospinta dalla prima causa, non è meritevole di essere accusata. Si può infatti impedire, con le previdenze umane, ciò che avviene per volontà di un dio? […] Se, invece, fu rapita con la violenza, vale a dire se essa subì violenza e oltraggio, contro la legge e la giustizia, evidentemente la colpa è del rapitore. […] Se poi fu la parola a irretire e a ingannare la sua mente, neppure di fronte a quest’alternativa riesce difficile una difesa el’eliminazione dell’accusa, come appunto farò.”

Nel concludere la sua apologia di Elena,l’indifendibile par excellencenella mentalità degli antichi, Gorgia ammicca per l’appunto al potere della parola, alle sue suggestioni e alla sua ambiguità.

Le parole sono in grado di svelare, addirittura di creare, mondi e vanno misurate sulla base della potenza persuasiva in loro possesso. Implicano la ricerca del consenso ma, per ottenerlo, devono descrivere situazioni verisimili,cioè che appaiano vere agli ascoltatori, cui compete, in ultima analisi, il riconoscimento (soggettivistico) della verità.

Come ha notato assai acutamente Cavarero, [2]l’innegabile caratteristica intrinsecamente democratica della sofistica è però anche il suo limite. Protagora, Gorgia, Prodico contribuirono valorosamente al fatto che, in assemblea, si alzassero finalmente più voci a perorare una pluralità di punti di vista, differenti e spesso anche irriducibili l’uno all’altro. Questo, però, non rappresenta di per sé un valore se, per esempio, l’oratore è sì persuasivo ma è anche convinto che soddisfare i propri bisogni “di pancia” sia l’unico orizzonte di senso della politica o la sola prospettiva esistenziale da perseguire. Gli scolari dei sofisti erano essenzialmente giovani appartenenti al ceto medio, rampolli della buona borghesia, diremmo oggi, motivati a partecipare alla vita politica da solidi interessi commerciali, oltre che da nobili ragioni civiche. Del resto, l’uomo non è incline biologicamente agli ideali e ai valori e il loro perseguimento, per dirla con Platone, passa piuttosto per una fatica, quella dell’elaborazione filosofica, che in pochi, gli aristoi, sono disposti a sobbarcarsi. Si può certo accusare questa posizione di élitarismo ma solo a patto di ridurre la democrazia a mero esercizio del voto, dimenticando che più di un dittatore è arrivato al potere attraverso il libero consenso nelle urne. Comunque, per Platone, resta ben fermo che le macrologie sofistiche sono dei soliloqui. I sofisti non dialogano e quindi non ricercano la verità, ancorché frutto di condivisione, nella discussione.

D’altro canto, esiste un approccio alternativo alla questione del verosimile ed è quello teorizzato da Aristotele nella Poetica, allorché lo stagirita definisce la differenza tra la storia, in quanto resoconto oggettivo di fatti particolari, e la letteratura, intesa come narrazione verosimile di come vicende e accadimenti avrebbero potuto svolgersi. Ciò che colpisce, qui, è una certa nota di predilezione, carsica ma evidentissima, per la seconda a cui Aristotele attribuisce addirittura una valenza pedagogica. L’importanza del verosimiledipende dalla sua stretta connessione con il dominio del possibile, dunque dell’immaginazione, capace di descrivere i fatti non per come si sono realmente svolti ma per come avrebbero potuto svolgersi. Ecateo di Mileto, il primo a fornire la definizione classica della storia, ha scritto che tale disciplina è il resoconto dei fatti di cui si è stati in qualche modo testimoni; in questo, il sapere storico è parente prossimo della scienza, intesa come conoscenza scientifica ma anche in un senso più lato, quello, appunto, aristotelico di un sapere certo, fermo,possesso sicuroperché dato (il sostantivo greco epistemeallude proprio alla stabilità di un edificio dalle solide fondamenta poiché il verbo histemi sta a indicare il trovarsi ben piantato a terra). Ovviamente, invece, nessuno, né uomo, né gatto o cane, né stelo d’erba potrà mai testimoniare che Priamo si sia recato nei quartieri di Achille per riscattare il corpo sfigurato del figlio morto. Eppure, chissà quanti fatti storici importanti sono caduti nell’oblio o avvenuti senza che nessuno vi assistesse, privi persino della forma estrema di conoscenza, quella indiretta della damnatio memoriae. Immaginare significa sì inventare,ma non del tutto, o almeno non di sana pianta. E’ una prerogativa peculiare della sua potenza creativa quella di evocare mondi, personaggi, modelli il cui valore non sta affatto nella storicità ma nella loro possibilità. La possibilità, a differenza della necessità, comprende l’opportunità del cambiamento, la speranza della trasformazione, forse.

Nella Critica del Giudizio, Kant sostiene che il giudizio estetico, e quindi il riconoscimento del bello (per lui non soggettivo ma, al contrario, oggettivo, universale e condiviso) riflette il “libero gioco dell’immaginazione”; qui libero sta per gratuito, non funzionale, non deterministico. Poiché le esperienze estetiche non sono comunicabili ma certamente sono condivisibili, come quando in una sala da concerto ci accorgiamo delle lacrime di commozione del nostro vicino di poltrona che evidentemente sta provando emozioni simili alle nostre, secondo Kant ci permettono di riflettere, alla lettera e come uno specchio, la tendenza al bello innata in ciascuno di noi. Secondo Arendt,[3]questo è lo stesso meccanismo che si realizza nella riflessione, e cioè nel riconoscimento,del giusto. A suo avviso, il giudizio estetico è propedeutico al giudizio politico.

Risulta, dunque, evidente, qualsiasi sia il modello filosofico da cui chi legge decida di partire, la stretta connessione tra ricerca della verità, arte e politica; che l’intento prefisso sia quello di restituire la voce a chi non ce l’ha attraverso la potenza della parola o dell’immaginazione, che sia invece la tensione verso la verità attraverso un itinerario iniziatico lungo e irto di ostacoli, l’esito atteso sarà l’elaborazione del nostro vissuto, delle nostre caratteristiche, di ciò che ci rende noi: quanto chiamiamo, in una parola, libertà.

      (Eowyn Milis)

 

[1]Cfr. Sesto Empirico, Schizzi pirroniani, pp. 50-1.

[2]Cfr. A. Cavarero, Platone, Milano 2018.

[3]Cfr. H. Arendt, Teoria del giudizio politico, Genova 1990.