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UN RACCONTO

IL LIBRO

L’orlo del vulcano. Pausania non aveva osato spingersi più in alto, ma la bocca proprio sotto di lui ardeva del fuoco degli dei. Si guardò intorno: una pendice scoscesa, più in là una distesa di un grigio uniforme, strati di polvere che un vento leggero a tratti agitava, disegnando strane forme. Irrazionalmente il suo sguardo si mosse in cerca delle orme del maestro, ma presto si scosse e si lasciò andare a un sorriso amaro: dicevano che Empedocle si fosse riunito agli dei, che avesse abbracciato in un volo di libertà l’elemento del fuoco. Lacrime copiose rigarono il volto di Pausania, che restò a lungo in silenzio.

Si alzò e strinse a sé il libro, aveva un dovere da compiere. Il fuoco avrebbe accolto gli ultimi versi del maestro, nessuno avrebbe dovuto conoscerli. In esse, Pausania ne era certo, Vita e Morte s’incontravano in parole immortali. Il giovane era disperato, ma Empedocle era stato chiaro: avrebbe dovuto distruggere il libro e, soprattutto, non avrebbe dovuto leggerlo. Gli uomini non erano pronti per verità così sconvolgenti. Poi, con un sorriso, il maestro gli aveva accarezzato la guancia e si era allontanato nella notte. Pausania, il suo discepolo prediletto, non l’aveva più rivisto. Che cosa lo aveva spinto a terminare i suoi giorni nel fuoco? Quale verità così sconvolgente?

Guardò il sacchetto che aveva con sé. Conteneva una polvere misteriosa, donata al maestro da alcuni mercanti orientali. Il giovane ne aveva paura, ogni volta che ne aveva assunto una sia pur minima parte si era sentito strappato a se stesso, trascinato tra le nuvole e poi nel profondo della terra, aveva creduto un giorno perfino di scorgere il nesso segreto tra gli elementi. Era affogato in acque profondissime e si era librato nell’aria con ali di fuoco. Ma poi ... solo un sonno lunghissimo e profondo aveva potuto ricondurlo a se stesso.

Forse era quello il momento... Cercò di trovare il coraggio di aprire il libro, di carpirne i segreti. La sua mano esitava, il cuore era come impazzito nel petto. Le parole di Empedocle gli risuonavano nella mente. Si alzò e corse verso l’orlo della bocca del vulcano: le fiamme parevano in attesa, sembravano chiamarlo, avevano un fascino strano, assomigliavano a una promessa di conoscenza. Ebbe paura e d’impulso gettò il libro nel fuoco.

Il libro ebbe uno strano movimento nell’aria, rimbalzò contro una roccia e si spezzò in frammenti, disperdendosi durante la caduta.  Solo un frammento durò a lungo nell’aria, finché una folata di vento (Pausania non si era accorto che si fosse levato, più forte e vorticoso) non lo ricondusse in alto, poi, come condotto da una mano invisibile, ricadde ai suoi piedi.

Il giovane lo prese con mani tremanti e lesse: “ ... da quali onori, da quale sublime felicità io sono caduto ed erro qui, sulla terra, tra i mortali!

C’era qualcosa di magico in quegli attimi intensi, sull’orlo di quel vulcano. Piangendo, ripose con cura il frammento, guardò il cielo, poi ancora il fuoco. Con aria assente aprì il sacchetto e prese un po’ di quella polvere verdastra. Le sue labbra l’accolsero quasi in segno di resa, come se il giovane offrisse se stesso agli dei.

Si lasciò cadere a terra. I suoi occhi si chiusero. Si trovava tra le navate di un tempio immenso, sconosciuto. In fondo, quasi indistinguibile, una porta. Pausania si mosse verso di essa e l’aprì. Si trovò in un lungo corridoio pieno di altre porte. Ne aprì una: una stanza vuota, con un’altra porta sul fondo, sbarrata da travi di ferro. Tornò fuori e con ansia crescente, quasi con rabbia, corse lungo il corridoio spalancando tutte le porte. Nulla. Solo stanze vuote. Ne restava una.

Con sollievo vide che conduceva a un ambiente enorme, pieno di libri. Al centro, un leggio con un libro chiuso. Il giovane cercò invano di aprirlo, sembrava bloccato da una forza misteriosa. Prese allora uno degli altri volumi: conteneva strani segni, in un alfabeto e una lingua sconosciuti. A mano a mano che sfogliava le pagine, i segni svanivano, poi riapparivano in forma di numeri. Non capiva. Prese un altro libro, poi ancora un altro, febbrilmente li aprì tutti e ogni volta accadde la stessa cosa. Numeri. Doveva scoprirne il segreto. Trascorse giorni e giorni, afferrando ogni volta barlumi di conoscenza. Infine, disperato, urlò tutto il suo sgomento, la sua impotenza. Si alzò da terra, volse lo sguardo tutto intorno e notò che il libro sul leggio era aperto. Lo sfogliò: solo pagine bianche che sembravano irriderlo. Urlò ancora ... e ancora ... e ancora...

Si risvegliò, madido di sudore. Il vento agitava ancora la polvere grigia tutto intorno a lui. Era stremato, ma sorrise. Ora sapeva. C’era un libro ancora da scrivere. E toccava a lui.

 

© G.G., 2009

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