Vai al contenuto

Ulisse ed Enea nel mondo dei morti

Ulisse ed Enea nel mondo dei morti

Nell’epica la morte è il convitato di pietra per eccellenza e gli eroi ne sono ben consapevoli, se solo pensiamo alla sconsolata affermazione di Ettore nel VI libro dell’Iliade: “io dico che nessun uomo, una volta che è nato / può evitare la moira, sia egli vile o valoroso”.

La moira è la “parte” che l’uomo ha nello schema dell’universo, la sua mortalità, alla quale in nessun modo egli può sottrarsi, per questo la parola ha poi assunto il senso di “destino, sorte”. Non resta che cercare di dare un senso alla propria vita e alla propria stessa morte, in modo da restare almeno vivo nel ricordo delle generazioni future.

Come se non si volesse comunque accettare l’idea di un annullamento perenne, spesso i poeti rappresentano degli eroi che compiono un viaggio nel mondo dell’aldilà, nel mondo dei morti, e conversano con i defunti. Così è per Eracle, che scende nell’Ade per catturare Cerbero, così è per Ulisse e per Enea.

Ulisse scende negli Inferi per consultare Tiresia. Egli, su indicazione di Circe, salpa verso l’Oceano, che circonda la terra con un cerchio di acque e non ha né sorgente, né foce, anzi rifluisce eternamente su se stesso. Dopo aver attraversato la misteriosa terra dei Cimmeri, perennemente avvolta nell’ombra e nella nebbia, sulla sponda dell’Oceano Ulisse compie il rito dei morti, sacrificando vittime nere e difendendone il sangue dalle ombre che gli si affollano intorno: esse potranno bere il sangue sacrificale solo dopo che Tiresia avrà fatto la sua predizione. Grazie a quel sangue, le anime dei defunti riacquistano per qualche momento vitalità e parola. Così, ecco Agamennone, poi Achille, che ha parole di rimpianto per la vita che, anche quando è umile, è comunque infinitamente più desiderabile della condizione dell’oltretomba.

Ma la morte non spazza via solo ogni gloria terrena, anche gli affetti ne sono travolti, come dimostra lo struggente gesto con cui Ulisse tenta invano di stringere al petto la madre, consumata dal dolore per la lunga assenza del figlio e come, ancor più, dimostrano le parole di Anticlea sull’anima che vola via, come un sogno, abbandonando il corpo senza vita.

Ulisse comunque non oltrepassa i confini dell’Ade, ma si ferma nel vestibolo, dove le anime gli vanno incontro. L’attenzione di Omero al rito necromantico conferma come nella cultura dell’epos il rituale funebre rappresenti un momento di grande importanza, sia per il defunto che per i vivi: gravissimo oltraggio sarebbe stato infrangere i canoni del rito: è il gheras, l’”onore funebre” dovuto sì ai morti, ma anche, attraverso di loro, alle divinità degli Inferi.

Diversa è la catabasi di Enea, che scende nel regno dei morti per incontrare il padre Anchise. La Sibilla che acconsente al viaggio di Enea gli pone tre condizioni: un ramo d’oro da cogliere nel bosco di Ecate e da donare alla regina dei morti, la celebrazione delle esequie per Miseno, uno dei suoi compagni, infine il sacrificio di animali neri in onore degli dei degli Inferi. Ecate risponde al richiamo del sacrificio e il viaggio può iniziare: il vestibolo dell’Orco è popolato da spettri inconsistenti e mostruosi, quasi una personificazione di tutte le ancestrali paure dell’uomo, in un’atmosfera di tenebra.

Ed ecco poi l’Acheronte, la barriera insormontabile tra i vivi e i morti, dove si affollano le anime in attesa che Caronte le traghetti sull’altra sponda (come non pensare alla scena dantesca?). Tra le anime degli insepolti, condannate a un’attesa di cento anni prima del passaggio, Enea incontra Palinuro, morto in mare (Ulisse aveva incontrato l’anima dell’insepolto Elpenore) e ha con lui un incontro incentrato sulla nostalgia e sul rimpianto, con l’intervento finale della Sibilla che ricorda l’ineluttabilità del destino di morte dell’uomo.

Comunque, Enea e la Sibilla varcano l’Acheronte sulla barca di Caronte, oltrepassano Cerbero grazie a una focaccia drogata, giungono nell’Orco dove Enea sente i lamenti dei bambini morti prematuramente e dei suicidi (lugentes campi). Qui c’è il drammatico incontro con Didone, chiuso da quel disperato siste gradum (“fermati!”) che l’eroe rivolge inutilmente alla donna.

Più avanti Enea incontra altri eroi della tradizione epica, poi giunge a un bivio: da un lato si va, a destra, verso la città di Dite e i Campi Elisi (sede dei beati); dall’altro, a sinistra, si va verso il Tartaro, dove in eterno espiano le loro colpe i grandi peccatori (i Titani, Teseo, altri.., il cui nome è rivelato ad Enea dalla Sibilla). Giunto alle mura di Dite, Enea pone sulla soglia il ramo d’oro e si inoltra nei Campi Elisi, dove incontra numerosi eroi intenti a nobili occupazioni. Museo gli indica Anchise, che mostra al figlio le anime destinate a incarnarsi che si affollano sulle rive del Lete, poi dà al figlio il senso della missione eterna di Roma. Non manca però un elemento d’ombra, nella figura del giovane Marcello, destinato a morte prematura: il rimpianto e il cordoglio prendono il posto della celebrazione luminosa.

 

(foto da PIXABAY)

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

“Questo sito raccoglie dati statistici anonimi sulla navigazione mediante cookie nel rispetto della privacy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione acconsenti all’uso dei cookie.”

Chiudi