Vai al contenuto

Plotino

La Provvidenza, capitolo I

[1] Τὸ μὲν τῷ αὐτομάτῳ καὶ τύχῃ διδόναι τοῦδε τοῦ παντὸς τὴν οὐσίαν καὶ σύστασιν ὡς ἄλογον καὶ ἀνδρὸς οὔτε νοῦν οὔτε αἴσθησιν κεκτημένου, δῆλόν που καὶ πρὸ λόγου καὶ πολλοὶ καὶ ἱκανοὶ καταβέβληνται δεικνύντες τοῦτο λόγοι· τὸ δὲ τίς ὁ τρόπος τοῦ ταῦτα γίνεσθαι ἕκαστα καὶ πεποιῆσθαι, ἐξ ὧν καὶ ἐνίων ὡς οὐκ ὀρθῶς γινομένων ἀπορεῖν περὶ τῆς τοῦ παντὸς προνοίας συμβαίνει, καὶ τοῖς μὲν ἐπῆλθε μηδὲ εἶναι εἰπεῖν, τοῖς δὲ ὡς ὑπὸ κακοῦ δημιουργοῦ ἐστι γεγενημένος, ἐπισκέψασθαι προσήκει ἄνωθεν καὶ ἐξ ἀρχῆς τὸν λόγον λαβόντας.

È chiaro, in verità, prima ancora di parlarne, e molti e validi sono stati i ragionamenti che dimostrano ciò, come sia da insensati, da uomini che non hanno intelligenza né sensibilità, attribuire a un impulso proprio e al caso la sostanza e il costituirsi di questo universo. In quale modo poi  queste cose, ciascuna di esse, esistano e siano state formate (alcune tra esse, come se non fossero nate nel modo retto, generano dubbi sulla provvidenza, anzi ad alcuni accade di non credervi affatto, ad altri di pensare che tutto sia nato da un malvagio demiurgo) è opportuno che si esamini, iniziando il ragionamento dall’alto e conducendolo fino in fondo.

Πρόνοιαν τοίνυν τὴν μὲν ἐφ´ ἑκάστῳ, ἥ ἐστι λόγος πρὸ ἔργου ὅπως δεῖ γενέσθαι ἢ μὴ γενέσθαι τι τῶν οὐ δεόντων πραχθῆναι ἢ ὅπως τι εἴη ἢ μὴ εἴη ἡμῖν, ἀφείσθω· ἣν δὲ τοῦ παντὸς λέγομεν πρόνοιαν εἶναι, ταύτην ὑποθέμενοι τὰ ἐφεξῆς συνάπτωμεν.

Dunque, lasciamo da parte quel tipo di provvidenza che provvede al singolo, al particolare, la quale è calcolo, anteriore, di come debbano verificarsi o meno le cose che non hanno in sé necessità oppure di come esse siano o non siano riguardo a noi. Trattiamo invece di quella che è provvidenza riferita al tutto e, ponendola come base, esaminiamone le conseguenze.

Εἰ μὲν οὖν ἀπό τινος χρόνου πρότερον οὐκ ὄντα τὸν κόσμον ἐλέγομεν γεγονέναι, τὴν αὐτὴν ἂν τῷ λόγῳ ἐτιθέμεθα, οἵαν καὶ ἐπὶ τοῖς κατὰ μέρος ἐλέγομεν εἶναι, προόρασίν τινα καὶ λογισμὸν θεοῦ, ὡς ἂν γένοιτο τόδε τὸ πᾶν, καὶ ὡς ἂν ἄριστα κατὰ τὸ δυνατὸν εἴη. Ἐπεὶ δὲ τὸ ἀεὶ καὶ τὸ οὔποτε μὴ τῷ κόσμῳ τῷδέ φαμεν παρεῖναι, τὴν πρόνοιαν ὀρθῶς ἂν καὶ ἀκολούθως λέγοιμεν τῷ παντὶ εἶναι τὸ κατὰ νοῦν αὐτὸν εἶναι, καὶ νοῦν πρὸ αὐτοῦ εἶναι οὐχ ὡς χρόνῳ πρότερον ὄντα, ἀλλ´ ὅτι παρὰ νοῦ ἐστι καὶ φύσει πρότερος ἐκεῖνος καὶ αἴτιος τούτου ἀρχέτυπον οἷον καὶ παράδειγμα εἰκόνος τούτου ὄντος καὶ δι´ ἐκεῖνον ὄντος καὶ ὑποστάντος ἀεί, τόνδε τὸν τρόπον·

Se dunque affermassimo che il mondo, che prima non esisteva, ha cominciato a esistere da un certo tempo, ammetteremmo che la provvidenza è quella che dicevamo riguardare le cose particolari, cioè una certa previsione e calcolo di un dio, su come possa esistere questo tutto e su come possa essere il migliore possibile.  Ma poiché affermiamo che a questo cosmo appartiene il “sempre” e l’esserci in ogni momento, giustamente e correttamente possiamo dire la provvidenza per il tutto è essere conforme al nous  e che il nous è prima di esso, non in senso strettamente cronologico, ma perché il tutto deriva dal nous, e che il nous “è” prima per natura ed è, come un archetipo e un modello, causa del tutto che ne è immagine ed esiste attraverso di lui, eternamente nuovo, in questo modo:

ἡ τοῦ νοῦ καὶ τοῦ ὄντος φύσις κόσμος ἐστὶν ὁ ἀληθινὸς καὶ πρῶτος, οὐ διαστὰς ἀφ´ ἑαυτοῦ οὐδὲ ἀσθενὴς τῷ μερισμῷ οὐδὲ ἐλλιπὴς οὐδὲ τοῖς μέρεσι γενόμενος ἅτε ἑκάστου μὴ ἀποσπασθέντος τοῦ ὅλου· ἀλλ´ ἡ πᾶσα ζωὴ αὐτοῦ καὶ πᾶς νοῦς ἐν ἑνὶ ζῶσα καὶ νοοῦσα ὁμοῦ καὶ τὸ μέρος παρέχεται ὅλον καὶ πᾶν αὐτῷ φίλον οὐ χωρισθὲν ἄλλο ἀπ´ ἄλλου οὐδὲ ἕτερον γεγενημένον μόνον καὶ τῶν ἄλλων ἀπεξενωμένον· ὅθεν οὐδὲ ἀδικεῖ ἄλλο ἄλλο οὐδ´ ἂν ᾖ ἐναντίον. Πανταχοῦ δὲ ὂν ἓν καὶ τέλειον ὁπουοῦν ἕστηκέ τε καὶ ἀλλοίωσιν οὐκ ἔχει· οὐδὲ γὰρ ποιεῖ ἄλλο εἰς ἄλλο. Τίνος γὰρ ἂν ἕνεκα ποιοῖ ἐλλεῖπον οὐδενί; Τί δ´ ἂν λόγος λόγον ἐργάσαιτο ἢ νοῦς νοῦν ἄλλον; Ἀλλὰ τὸ δι´ αὐτοῦ δύνασθαί τι ποιεῖν ἦν ἄρα οὐκ εὖ ἔχοντος πάντη, ἀλλὰ ταύτῃ ποιοῦντος καὶ κινουμένου, καθ´ ὅ τι καὶ χεῖρόν ἐστι· τοῖς δὲ πάντη μακαρίοις ἐν αὐτοῖς ἑστάναι καὶ τοῦτο εἶναι, ὅπερ εἰσί, μόνον ἀρκεῖ, τὸ δὲ πολυπραγμονεῖν οὐκ ἀσφαλὲς ἑαυτοὺς ἐξ αὐτῶν παρακινοῦσιν. Ἀλλὰ γὰρ οὕτω μακάριον κἀκεῖνο, ὡς ἐν τῷ μὴ ποιεῖν μεγάλα αὖ ἐργάζεσθαι, καὶ ἐν τῷ ἐφ´ ἑαυτοῦ μένειν οὐ σμικρὰ ποιεῖν.

L’essenza stessa dello spirito e dell’essere è il cosmo, vero e originario, non separato da se stesso né reso debole dalla divisione, non incompleto in alcuna sua parte, dal momento che nessuna di esse è divisa dalla totalità: anzi, tutta la sua vita e il suo nous vive e pensa in unità assoluta e la parte accoglie in sé il tutto e questo è come amico a se stesso, non vi è scissione di una parte dall’altra, né “l’altro” deriva dall’isolarsi e dal privarsi delle altre parti. Neppure se ad essa contraria, una parte danneggia l’altra. Essendo dunque dappertutto ed essendo completo, il cosmo sta in se stesso e non ha alterazione, dato che l’una cosa crea non essendo diversa dall’altra creata. Per chi infatti dovrebbe creare, non essendo mancante di alcunché? Perché un logos dovrebbe dare origine a un altro logos e un nous a un altro nous? Poter creare una cosa diversa è proprio di chi non sta bene sotto alcun aspetto: essa in vece sarebbe propria di chi creasse e si muovesse nella direzione in cui esiste qualcosa di inferiore. Per chi invece è totalmente sereno (beato) basta solo stare in se stessi ed essere ciò che sono, invece il fare eccessivamente non è sicuro per chi vuole tornare se stesso muovendosi con forza fuori da sé. Ma tanto è beato questo nous, che fa cose grandi e magnifiche proprio non creando, e nel rimanere in se stesso crea cose non piccole.