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Officina Marconi: Giulia Fioriti

INCONTRO AL TRABOCCO

Aveva trovato una roccia particolarmente comoda. Anche se avrebbe comunque preferito un asciugamano per stendersi, il contatto con quella superficie dura non le dispiaceva. Fece un respiro profondo, riempendo lentamente la cassa toracica con l’aria di mare e gettò lo sguardo sulla città: tra il cielo e le onde le creazioni dell’uomo rendevano vivo il litorale. Anzi, vissuto, quello era il termine giusto. Gli edifici, così piccoli visti da lì, le sembravano impregnati  di storie e parevano aver assorbito il tempo trascorso come una ricchezza. Apparivano quasi saggi, vicino al giovane ponte che si ergeva fiero fra le due rive di Pescara e che accompagnava lo sguardo fino alla neonata ruota panoramica, e oltre, verso altra spiaggia e altri edifici. La vastità di quel piccolo angolo di mondo era inebriante : il sole illuminava il profilo delle montagne in lontananza, nascondendosi in parte dietro di loro e tingendo il cielo di mille sfumature. L’incanto di quella visione passava quasi inosservato e poche persone sembravano accorgersi dello spettacolo della natura di cui erano involontariamente spettatori mentre camminavano sulla via accanto alle rocce. Sofia si sentiva privilegiata. Dalla sua postazione, poteva godersi la vista in solitudine, protetta da quelle pietre che le facevano da scudo dalle persone di passaggio, ma senza impedire alle voci di arrivare alle orecchie confuse insieme al rumore delle onde che si infrangevano poco sotto di lei. Poteva sentire gli schizzi bagnarle le gambe e rinfrescarle il viso, tanto era vicina al mare. Chiuse gli occhi, beandosi dell’acqua e della luce che arrivava calda sulle palpebre. Respiro e onde si mescolarono in un unico ritmo, facendola sentire parte di quel tutto, elevata ad un soffio di vento.

“Tutto bene signorina?”

Una voce la richiamò dai suoi pensieri. Un suono così vicino avrebbe dovuto farla sobbalzare, eppure quella premura e il tono gentile riuscirono a non turbare la tranquillità nella quale era immersa. Un ragazzo su una roccia davanti a lei le rivolse uno sguardo sorridente. Si era messo davanti ai quei pochi raggi rimasti e la luce del sole lo investiva da dietro, risplendendo lungo i contorni della sua figura: i capelli neri scompigliati dal vento e l’assenza di barba gli davano un’aria giovane, ma un non-so-cosa sembrava tradire molti anni di esperienza. Forse la postura sicura, Sofia non ne era certa. Era rimasta un po’ stordita da quella presenza inaspettata, ma dopo un paio di secondi si rese conto che probabilmente sarebbe stato cortese rispondere.

“Sì, grazie” disse abbozzando a sua volta un sorriso.

Quegli occhi, che sembravano riflettere il colore del mare, la continuavano a osservare. Le pareva di averli sempre avuti addosso.

“Bella giornata per stare un po’ a pensare, non trovi?”.

Un’espressione allegra comparve sul suo volto, curioso di conoscere la reazione di lei a quella domanda insolita. Sofia, dal canto suo, sentiva un’attrazione naturale verso quello sconosciuto che non le sembrava poi tanto tale. Tutto di lui le infondeva un senso di fiducia e le parole le uscirono così spontanee da meravigliarsene quasi. Gli raccontò i suoi pensieri, le abitudini; rifletterono insieme su questo e quell’altro aspetto della vita, dell’amore, della natura, della morte e sembrò che il tempo si fosse fermato solo per loro. E, in effetti, era proprio così. Tanto era presa dal dialogare con il magnetico animo del ragazzo che non si accorse che le persone, le onde e il sole si erano fermati, quasi congelati. Non si rese conto che il vento non le accarezzava più i capelli e che le gocce del mare non le bagnavano più le gambe. Tutto ciò che poteva udire era la sua stessa voce e la voce di lui ed era talmente focalizzata su quest’ultima da non accorgersi che il chiacchiericcio confuso dei passanti era improvvisamente cessato. Tutto ciò che voleva vedere era lì, di fronte ai suoi occhi, in quel ragazzo contornato di luce che superava ogni spettacolo della natura. La mano sentiva ancora la roccia sulla quale era seduta e il naso percepiva l’odore della salsedine, ma, anche se non fosse stato così, non se ne sarebbe curata, tanto i suoi sensi erano assorti nelle riflessioni ad alta voce sull’esistenza e nella contemplazione di quell’anima.

“E l’immortalità? È un desiderio superficiale e sopravvalutato”

“Ma come?” - rispose il ragazzo con un sorriso dolce, ma con l’amarezza negli occhi - “chi non vorrebbe vivere per sempre? Essere eternamente giovane?”

“Ed eternamente soli. E destinati a essere comunque umani, affezionarsi, amare, ma sopravvivere a tutti quelli a cui sei legato. E arrivare a percepire l’esistenza altrui, dell’uomo ma anche quella degli animali e degli alberi , come un battito di ciglia. Rischieresti di non dare più valore a nessuna vita perché tutte sono nulle rispetto alla tua, o di covare invidia per chi è ignaro dell’Infinito e lo può solo sognare, trovando la felicità in questo.”

“Ma l’Infinito verrebbe vissuto, conosciuto dall’Immortale. Se l’uomo sa trovare la felicità, come dici tu, o la quasi-felicità, come direi io, nella ricerca dell’Infinito, non significa che essa risiede in esso e che quindi l’Immortale è l’unico ad avere la felicità concretamente a portata di mano?”

Sofia non rispose subito, ma si prese un attimo per riflettere. Poi riprese il suo ragionamento.

“Mhm… non lo so. Ma è anche vero che raggiungere i propri desideri non coincide sempre con la felicità, ma spesso essa risiede semplicemente nella speranza del futuro appagamento di quel desiderio… anche se sì, certo, dipende dai casi”

“Ma hai mai pensato al perché è così per gli esseri umani? Credo sia perché l’appagamento di un desiderio dura un attimo, un tempo finito, e poi la felicità che puoi cogliere in quell’attimo cessa, mentre l’attesa dura di certo di più e quindi lo stato di quasi-felicità, o di tensione alla felicità, si protrae più a lungo. È per questo che raggiungere i desideri non coincide con la felicità, o meglio, ci coincide solo per un attimo: perché nel momento in cui raggiungi un obiettivo, esso è già concluso. Ma, ecco, per un Immortale la felicità non è solo quell’attimo, ma è tutta la sua esistenza, perché coincide con l’infinita tendenza all’Infinito”

La ragazza rise e, in risposta allo sguardo interrogativo e contemporaneamente divertito del giovane, gli disse che stavano iniziando a parlare come la sua professoressa di filosofia.

“Ah, beh, con il nome che porti, dovresti essere abituata a parlare nei termini dell’amore per la sapienza, giusto?”

Risero entrambi, come per assolvere a una funzione catartica, ma Sofia riprese subito a parlare, desiderosa di continuare il loro ragionamento e senza pensare al fatto che non era stata lei a rivelare il suo nome a quello sconosciuto.

“Va bene, quindi l’Immortale è immerso nell’Infinito e da questo dovrebbe derivare la sua felicità… ma Lui sarebbe privo di quella quasi-felicità tipica degli umani perché, dato che ha già raggiunto lo Scopo più elevato, ovvero l’Infinito, non ne avrebbe altri”

Stavolta fu il ragazzo a ridere. “E perché mai? Cosa gli impedisce di avere altri scopi nella vita?”

“Beh, non avrebbe scopi perché, in ogni caso, fugge continuamente alla morte e qualsiasi cosa faccia o non faccia non influenza il proseguimento della sua vita che è comunque destinata ad essere in eterno”

“E non ti pare una visione un po’ egoista? Solo perché non ha bisogno di fare niente per mantenersi in vita, questo non significa che non faccia niente e basta. Potrebbe anche amare la Natura, il finito, e prendersi cura di esso, per quanto gli è possibile”. Dalla sua voce trapelava un senso di tenerezza che la colpì e che le sembrò, in qualche modo, rivolto anche a lei.

“Come un angelo?” gli chiese allora, lentamente, percependo di essere arrivata a un punto importante.

“Sì…” fece una lunga pausa. La guardò dritta negli occhi e Sofia sentì penetrare in lei il calore di quella luce che circondava il ragazzo e una strana forza che la portava, lentamente e dolcemente, a chiudere le palpebre. “… Come un angelo”

La voce le arrivò come lontana, ovattata. Mentre le orecchie cercavano di afferrare e trattenere quelle ultime parole, furono sommerse dalle voci dei passanti e dal prepotente frangersi delle onde sugli scogli. Solo allora aprì gli occhi e i suoi sensi sentirono la pesantezza del tempo a cui era stata violentemente riportata. Tutto le parve assordante, dal vociare delle persone al fragore del vento e del mare, e, mentre osservava il sole tramontare dietro il profilo delle montagne, le parole del giovane si ripeterono nella sua mente.

“Come un angelo…”

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