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Studenti del Marconi: 4. Alessandra Pizzuti

Vi chiedo di chiudere gli occhi e di lasciarvi guidare nel mio mondo, un mondo che profuma di disinfettante e cerotti appena messi, che è freddo come lo stetoscopio poggiato sul petto ma allo stesso tempo caldo come il cuore che pompa sangue, fatto di un silenzio che lascia spazio al ticchettio dei deflussori ma anche alle dolci e flebili risate dei bambini.

Sono cresciuta in ospedale. È da qui che partono i miei ricordi. Ricordo i profondi respiri che precedevano la fredda punta dell’ago che piano piano entrava nella pelle, le lacrime che scendevano lente senza che nessuno potesse fermarle e, la dolce infermiera che cercava di consolarmi. Ritengo che la mia vita sia stata un viaggio e nel mio percorso ho incontrato moltissime persone. Bambini ragazzi e genitori che hanno costruito insieme con me la mia storia, li ho visti soffrire, stare male e mi sono sentita come un girasole senza sole; piegata su me stessa impotente davanti a tutto ciò.

Ricordo il viso felice di papà quando andava a donare il sangue, mi faceva sempre vedere la vena dove aveva fatto il prelievo per non farmi sentire diversa, per non farmi sentire la bambina che aveva le vene cosi fragili ,che ogni volta doveva fare almeno otto buchi prima di riuscire a fare un prelievo. Mi piaceva il fatto che il mio papà donasse il sangue, soprattutto quando arrivava Carnevale e si organizzava la festa a cui tutti i donatori venivano invitati. Eravamo davvero tanti bambini e c’erano davvero tanti adulti. Avevo deciso che da grande avrei donato anch’io, perché era una cosa giusta e bella e perché a quelle feste di carnevale gli adulti erano felici ma felici per davvero.

Non potevo immaginare che il futuro per me aveva in serbo qualcosa di ben diverso. Era un giorno di Novembre, ricordo i nuvoloni nel cielo ma non mi importava: io in ospedale ho sempre il sorriso, ormai è la mia seconda casa, mi conoscono tutti. Per me le infermiere sono come delle seconde sorelle e i miei tre medici come due fratelli maggiori e un secondo papà. Quel giorno mi sentivo carica e nonostante i nuvoloni ero positiva, non potevo immaginare che quel giorno avrei scoperto la punta dell’iceberg. La stanza del medico era cupa e piccola, mi sentivo un peso addosso, come se in quella stanza non potesse esserci più felicità. Mi sedetti sul lettino. I miei erano di fronte al medico su due sedioline di plastica verdi, il silenzio era opprimente ma il dottore iniziò a parlare e da quel giorno divenni consapevole di quella che era realmente la mia vita.

La diagnosi di Fibrosi Cistica mi venne fatta quando avevo due mesi. Sono cresciuta con i miei farmaci, con la pazienza e l’amore di tante persone ma quel giorno trovarono la causa principale del mio star male: il fegato. Da un giorno all’altro io e il mio amico non abbiamo collaborato più e ha deciso di coinvolgere nella sua scelta anche la Milza. La mia vita cambiò piano piano e le cose più semplici diventavano le più pericolose. Niente giostre con gli amici, niente sport di impatto, niente uscite in motorino con gli amici, mi sentivo in una bolla, una bolla da cui non sarei mai uscita.

Era passato circa un anno e avevo bisogno di un esame molto importante, ma andare sotto i ferri con pochissime piastrine era una condanna a morte certa, un sanguinamento mi sarebbe costato più di quanto si possa immaginare: fu allora che il mio medico decise per la mia prima trasfusione di piastrine. Ricordo che ero molto scettica, quella sacca gialla non era per niente invitante e avevo molta paura di sentire dolore. L’infermiera attaccò la sacca all’asta del deflussore e se ne andò. Guardai mamma con le lacrime agli occhi ma poi mi accorsi che non provavo alcun dolore, anzi mi sentivo meglio! L’infermiera passava a misurarmi pressione e saturazione ogni cinque minuti ed era tutto tranquillo, a fine trasfusione il medico venne a vedere come stavo ed il giorno dopo rifeci le analisi del sangue e le mie piastrine erano abbastanza buone, così da poter fare l’esame di cui avevo bisogno.

Da quel giorno i miei medici decisero di tenere sempre due sacche di piastrine da parte per ogni evenienza. Sembrerà strano ma io mi sento sicura con quelle due sacche messe da parte per me, mi immagino i due donatori come due angeli custodi, mi piace descriverli come li immagino prima di entrare in sala operatoria e mentre mi iniettano l’anestesia. Mi immagino mamme con figli, papà che si fanno in quattro per la loro famiglia, ma mai avrei pensato di immaginare tra queste persone la mia migliore amica. Lei è migliore perché, nonostante avesse paura del sangue, degli aghi e delle punture è sempre rimasta. Oggi passeggiando mi guarda con i suoi occhioni marroni e mi dice: Ale io vado a donare il sangue. Lì per lì l’ho guardata un po’ perplessa, lei che ha sempre avuto paura ora voleva andare a donare. Poi ho capito. Se potesse dividerebbe il suo fegato con il mio senza pensarci due volte, se potesse donerebbe ogni sua piastrina per me, mi donerebbe tutto senza chiedere nulla in cambio. È questo quello che fanno i donatori: ci donano incondizionatamente non solo sangue e piastrine, ci donano il loro amore per la vita, ci donano il sorriso. L’unica cosa che io possa fare è scrivere di quanto noi riceventi sentiamo il vostro amore, vi immaginiamo come super eroi perché in fondo è questo quello che siete per noi, i nostri Eroi. Ricordo un bambino di quattro anni che descriveva la sacca di sangue rossa come l’amore ed è vero! E sono qui a ringraziarvi tutti uno per uno perché senza di voi molti di noi non sarebbero qui, ad ammirare e assaporare il dono della vita.

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