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Sandro Naglia su «Caos ipermetrico»

 

Sandro Naglia per Caos Ipermetrico, di Giancarlo Giuliani, edizioni Tabula fati

Al limite ignoto del dolore, sotto un sole che brucia le parole, / vivo momenti già scritti, attore di un gioco / sconosciuto”: già dall’incipit del poemetto che dà il titolo a questa raccolta, il lettore è chiamato a confrontarsi con un respiro poetico di ampiezza sinfonica, che sviluppa premesse stilistiche già presenti nelle sillogi precedenti dell’autore, ma che apre anche nuove prospettive nella sua poetica.
La poesia di Giancarlo Giuliani è poesia di conoscenza, tentativo di trasmutazione alchemica della realtà alla ricerca del metallo nobile che dia senso e solidità al vissuto — ricerca vana in partenza, e riconosciuta come tale: “non c’è arrivo / previsto, solo nuove partenze, illusione di una possibile fine”. Panta rei, e il Viandante scorre con e nella vita, solo più consapevole della vanità delle cose. È questa la conoscenza.
Ma per arrivarci bisogna aver percorso strade (anche e soprattutto quelle “Ad Inferos” della più trista vita quotidiana, cui è dedicata la parte centrale del libro, con un solo apparente “scarto” stilistico), aver avuto il coraggio di scegliere di fronte a bivii, osato mantenere la direzione anche se sbagliata. Gli ideali e i sogni sono armi a doppio taglio: “Mi chinai un giorno sull’amico a terra / e nel sangue rappreso vidi la vita / futura, cercai con dita tremanti il segno / di un respiro, sentii morire per sempre la gioia”. E il Labirinto, infine, resta la metafora più convincente della nostra esistenza.
Eppure raccontarlo, questo labirinto, è possibile: anche se “Non abbiamo parole per i versi che mancano. / Ciò che ci spinge non è l’illusione del cerchio, / ma la spirale: suggerisce movimento infinito”, tuttavia siamo spinti “a cercare, morire / rinascere nella tensione / a ciò che sta oltre i limiti dell’uomo”.
E, come nell’Anabasi senofontiana, è possibile pensare che un giorno la visione del punto d’arrivo si manifesti (“Thalatta! Thalatta!” è appunto il titolo di una poesia della raccolta), ma il senso dell’esistenza, come spesso ribadiscono i filosofi d’Oriente, è nel cammino. Può tuttavia confortarci l’Arte, e non sarà un caso che accanto alla fede nella parola, si affaccino spesso nella silloge citazioni e riferimenti musicali: la Musica, secondo Schopenhauer, è una delle vie per affrancarci dal dolore di vivere…
Ezra Pound, Dylan Thomas sono sicuri riferimenti letterari dell’autore: il primo proprio per il sinfonismo che ingloba anche il polilinguismo e le citazioni, parte integrante del fluire poetico; il secondo per l’uso di figure e metafore che tentano di forzare il diaframma del visibile con immagini inedite e sorprendenti. Tra l’uno e l’altro, come a completare una Trimurti, la presenza di T. S. Eliot, che a sua volta aveva tentato una peculiare commistione tra musica e poesia.
Ma anche un altro filosofo è sicuramente presente nel substrato culturale e poetico dell’autore: Friedrich Nietzsche, soprattutto quello del Così parlò Zarathustra. E, proprio parafrasando una nota massima del filosofo tedesco, si potrebbe concludere dicendo che solo da un caos ipermetrico si può generare una poesia di conoscenza.

 

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