L’ultima fuga (Daniela Quieti, 2011)

17/01/2019 0 Di Giancarlo

C’è il respiro della vera poesia in questa raccolta di Daniela Quieti. Un incipit felicissimo e un finale che ha l’incisività di un’epigrafe sembrano raccogliere in circolo tutte le composizioni, cinquanta, che non a caso recano un numero progressivo: “A chi importa / il mio passato /sono nata all’alba / e il crepuscolo / già si avvicina.” A questo inizio che, collegato con il titolo della raccolta, potrebbe far pensare a una poesia fatta di rimpianti e di malinconie, si oppone con forza, fin dalla prima poesia, il richiamo alla vela gonfiata dal vento e al potente scorrere della linfa nell’albero, a significare vitalità, amore per l’esistenza, pur nella consapevolezza della fugacità del tempo.

Anche nel momento di un apparente naufragio, ecco il richiamo a “una cometa che mi guidi / a un cielo di albeggiare” oppure il riapparire di una parola che diventa salvifica, che assicura, per mezzo della scrittura, la persistenza, in una parola la vita: “Se l’urlo inginocchia / una breve stagione d’amore / rendimi lieve nell’abbraccio / dei tuoi / dei miei silenzi.”

Ed è nell’amore, nel senso più ampio del termine, che si cerca e si trova la scintilla che consente il cammino, quella che fa scoprire la bellezza di gesti semplici, che conduce alla ridente complicità di una vita percorsa tenendosi per mano. Ma il cammino è a volte in salita, scosceso, si cerca una fugace primavera nel pieno di un inverno, si attende un vento che possa condurci ad acque inviolate, si sente il morso del dolore. È allora che il cuore cerca la mano di chi percorre con noi il cammino: “… nulla conta / se tu ci sei.”

Al sollievo di un incontro felice offerto dal destino, segue un momento di malinconia, non priva però di serenità, nonostante l’immagine del tempo “scartato in soffitta”. Subito dopo, però, ancora il calore della passione, la forza del sentimento, creano un “tempo non tempo”, ponendo l’Autrice in una dimensione di pace, sempre tesa verso un sogno che ella non abbandona, anzi insegue con forza. In questo contesto, l’assenza diviene situazione non tollerabile: “ha un respiro smarrito / quest’assenza / che sussurra l’inganno / dell’attesa.”

È la natura che offre allora sollievo e “un prodigio di stelle” supera la malinconia della poetessa e del suo interlocutore (che altri non è che la poetessa stessa), perché nel pentagramma di Daniela Quieti “solo il cuore è misura”. Quando poi il tempo della passione sembra trascorso, quando si affaccia il rimpianto per mille vite non vissute a seguito di ciascuna delle nostre scelte, le mani sembrano non poter più stringere “promesse d’amore”. Eppure le nubi si trasformano, creano armonia, perché uno sguardo rivela che la bellezza e l’amore sono sempre vivi e presenti, anche nel buio più profondo. È così che “l’ultima fuga, la struggente sensazione del correre del tempo, trova la sua risposta, perché c’è sempre un nuovo cammino: “laveremo storie / in cascate di sogni / ma dimmi ancora / parole d’amore / quando si fa buio / contro il cielo viola / della sera.”

(Giancarlo Giuliani)