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Recensione a CAOS IPERMETRICO

Riporto di seguito una recensione di Giovanni D'Alessandro al mio volumetto di versi, Caos Ipermetrico (Tabula fati, 2013)

Colta, nitida e risonante la poesia che Giancarlo Giuliani consegna allo snello volume Caos Ipermetrico. Contenuti gnomici da elegia greca, forme corali proprie della classicità contrappuntano una lingua moderna, saettante, provocatoria, spesso articolata, nei versi, in forma d’interrogazione o d’autointerrogazione quale matrice prediletta di un’indagine  - inquieta indomita ironica -  che pone l’uomo al centro dell’universo,  facendone l’ombelico del mondo; tratto che giocosamente l’Autore rimprovera anche in qualche modo a se stesso, definendo la propria poesia come ripiegata a guardarsi l’ombelico (“Lirica onfaloide la mia, poco feconda…/che arte è codesta?”).

Divertissement a parte, Giancarlo Giuliani è consapevole della comunicatività della sua poesia e lo si coglie nella sicurezza con cui pratica forme e modi a volte attestati in una secolare, anzi millenaria, tradizione poetica. Lo si coglie nei vocativi sicuri, che corrispondono proprio all’esigenza dialogica del rivolgersi a un interlocutore (“Dicesti un giorno grandi parole, maestro/ “aliquot lineae desiderantur./ No, maestro, esse mancano per eroica scelta, indicano/ il vuoto che ospita il nous, l’avventura di chi conosce/le tenebre e non aspira alla luce, partito/da un luogo-non-luogo/per impulso oscuro, rapinoso,vitale./) con inviti consci della lezione di Montale sulla poiesis: (“Non abbiamo parole per i versi che mancano”). E ancora lo si coglie nei continui riferimenti alla storia (Senofonte: Thalatta! Thalatta!) o alla letteratura, ammesso che tra le due sia possibile tracciare una demarcazione, col grido ch’erompe al conoscere del tremolar della marina, risonante d’echi danteschi e dannunziani (magari filtrati attraverso la lezione di Pascoli -“Giungemmo alfine”); alla filosofia, presente con Pascal, Kant, Hegel, Schopenhauer; alla musica, con le citazioni dal Tannhauser di Wagner o delle cantate di Bach.

E in questo gioco di rimandi, specchi e richiami per offrire al lettore il proprio mondo attraverso correlativi oggettivi, ecco che la poesia di Giancarlo Giuliani va a collocarsi in un alveo che assai le si confà, anche in quanto matrice di gran parte della poesia contemporanea: Thomas Stearns Eliot, tanto l’Eliot dei Quartetti, il cui titolo è riecheggiato in una poesia (“Ciò che ci spinge, non è l’illusione del cerchio,/ma la spirale: suggerisce movimento infinito”), per la tematica del tempo e della circolarità dell’essere, quanto l’Eliot precedente dell’Ash Wednesday, del Mercoledì delle Ceneri per il ritmo impresso ai versi, tributari  - con originalità - della più grande poesia eliottiana, come nella bella composizione Succus Lunariae, di cui piace riportare gli ultimi due versi:

Lo sguardo si lega alla terra, accetto

la finitezza e ne accolgo l’infinito dolore.

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