RACCONTI FLASH

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(di Eowyn Milis)

Era quel silenzio irreale a colpire di più. Come un elemento paesaggistico invisibile eppure invalicabile, separava il ghetto dalla città. O, forse, la città dal ghetto. L’aria immobile cristallizzava il bizzarro skyline delle guglie medievali come per proteggerlo. Non un’anima per strada.
Eppure. Eppure qualcosa era fuori posto. Le alte porte divisorie erano insolitamente socchiuse, a dispetto dell’ora e del coprifuoco, tutte sbrindellate; il battente forzato, mezzo divelto. Nell’aria, ancora l’eco lontana dei passi concitati. Quelli di chi inseguiva e quelli di chi fuggiva. Quelli regolari degli scarponi in dotazione ai soldati della Wermacht e quelli scoordinati di chi corre sulle suole più varie, ciabatte, scarpine da ballo, tacchi a spillo. E, oltre a esso, una cortina di fumo in tutto e per tutto assimilabile alle brume novembrine di Venezia. Eccetto che per il retrogusto di esplosivo. Di esplosivo e di benzina. Quell’olezzo tradiva un metatesto: nella piazzetta antistante una delle sinagoghe, un cumulo di suppellettili di vario genere, carabattole di ogni tipo ammucchiate alla rinfusa l’una sull’altra, pentole, valigie, quadri, mobili, statuette, cuscini, oggetti per la casa, candele, ombrelli gettati disordinatamente l’uno sull’altro. Smarriti perché perduti, con ogni probabilità irrimediabilmente, dai legittimi proprietari. E, soprattutto, perché separati da essi con violenza cieca, ottusa. Veniva da credere quasi che lo sperdimento fosse non negli occhi dello spettatore bensì in quegli oggetti, di certo inanimati, comunque inermi di fronte all’accaduto. Smarriti, appunto.

Poco distante, la pira dei libri; o meglio, quella che doveva essere stata una gigantesca torcia di cellulosa proiettata verso l’alto autoalimentandosi. Non rimaneva che una grottesca montagna di cenere e, qui e là ai lati del cumulo, a fare capolino con discrezione la costola sopravvissuta di un volume, il frammento di una pagina, il residuo di uno spartito. Il brandello di un calendario: novembre 1943. Sembrava proprio di sentirli, i lamenti provenienti dalle lettere immaginarie scampate alla furia del fuoco, l’una accanto all’altra a imprimere forma alle urla di dolore. A un Dies iraeimprovvisato e un po’ stordito, raggelato dal silenzio al cospetto dell’indicibile.

Non c’era stato nulla d’improvvisato, invece, né tantomeno di casuale nel conteggio avvenuto poco prima nell’ultima tappa del rastrellamento e della liquidazione del ghetto: le teste canute degli anziani ricoverati nella casa di riposo erano state allineate dalle SS in una fila ordinata, benché disallineata. E non tanto a causa della differente altezza dei condannati, quanto per via di quella loro fastidiosa determinazione a tremante. Spalle al muro, con acribia meticolosa, erano state poi fatte esplodere una dopo l’altra sotto le raffiche metalliche delle mitragliatrici automatiche in Deutschland hergestellt. Che giocattoli avveniristici, quelli! Miravano a ogni sia pur minima ruga di quei fagotti umani e, dopo averla puntata, l’allargavano come il sorriso di altrettante bocche color rosso arterioso. Non ne mancarono nessuna.

Meraviglie della precisione teutonica.