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Solo in apparenza ogni cosa

resta indivisa, esiste

un crudele panteismo,

convenzione priva di senso,

luce figlia del buio,

vita figlia di morte.

 

La terra respira

con un rantolo nuovo

parla

lingue non note

freme

all'insulto dei passi.

Uomini

in movimento

verso la riva

ascoltano il vento.

 

© G.G. 2008, da Ulisse non è mai partito, Roma, 2008

Florideo Alfonso Matricciano

VARIAZIONI IN SOL MAGGIORE, Tabula fati, 2014

Davvero notevole questa raccolta di Florideo Matricciano, che ci offre una raffinata trama di riferimenti culturali in situazioni di assoluta normalità: microcosmo e macrocosmo s'intrecciano, gli oggetti quotidiani prendono vita e assurgono a simbolo.

Il poeta si ferma spesso su realtà apparentemente minori, quadri e forme di un fluire di esistenza a cui troppo poco si presta attenzione. Si nota allora come lo sguardo indaghi, scorga "mondo" offuscati o semplicemente celati allo sguardo degli altri, di quant non sanno soffermarsi sulla vita delle cose.

[...]

Su tutto aleggia lo scorrere del tempo e i versi si popolano di clessidre, di soffi di vento, di fruscii, eco, vibrazioni, arpeggi... in un intelligente trascorrere dal particolare all'universale.

[...]

L'intera raccolta appare linguisticamente ardita, con pregevole intreccio di suoni e capacità di creare nella mente del lettore immagini assai vivide, grazie anche all'uso sapiente degli spazi. Pause, questi spazi, che danno al lettore l'opportunità di fermarsi, magari di unirsi al poeta nel suo viaggio, come sempre accade con la vera poesia: ci si sente viandanti in un cammino comune.

G.G.

Riporto di seguito una recensione di Giovanni D'Alessandro al mio volumetto di versi, Caos Ipermetrico (Tabula fati, 2013)

 

Colta, nitida e risonante la poesia che Giancarlo Giuliani consegna allo snello volume Caos Ipermetrico. Contenuti gnomici da elegia greca, forme corali proprie della classicità contrappuntano una lingua moderna, saettante, provocatoria, spesso articolata, nei versi, in forma d’interrogazione o d’autointerrogazione quale matrice prediletta di un’indagine  - inquieta indomita ironica -  che pone l’uomo al centro dell’universo,  facendone l’ombelico del mondo; tratto che giocosamente l’Autore rimprovera anche in qualche modo a se stesso, definendo la propria poesia come ripiegata a guardarsi l’ombelico (“Lirica onfaloide la mia, poco feconda…/che arte è codesta?”).

Divertissement a parte, Giancarlo Giuliani è consapevole della comunicatività della sua poesia e lo si coglie nella sicurezza con cui pratica forme e modi a volte attestati in una secolare, anzi millenaria, tradizione poetica. Lo si coglie nei vocativi sicuri, che corrispondono proprio all’esigenza dialogica del rivolgersi a un interlocutore (“Dicesti un giorno grandi parole, maestro/ “aliquot lineae desiderantur./ No, maestro, esse mancano per eroica scelta, indicano/ il vuoto che ospita il nous, l’avventura di chi conosce/le tenebre e non aspira alla luce, partito/da un luogo-non-luogo/per impulso oscuro, rapinoso,vitale./) con inviti consci della lezione di Montale sulla poiesis: (“Non abbiamo parole per i versi che mancano”). E ancora lo si coglie nei continui riferimenti alla storia (Senofonte: Thalatta! Thalatta!) o alla letteratura, ammesso che tra le due sia possibile tracciare una demarcazione, col grido ch’erompe al conoscere del tremolar della marina, risonante d’echi danteschi e dannunziani (magari filtrati attraverso la lezione di Pascoli -“Giungemmo alfine”); alla filosofia, presente con Pascal, Kant, Hegel, Schopenhauer; alla musica, con le citazioni dal Tannhauser di Wagner o delle cantate di Bach.

E in questo gioco di rimandi, specchi e richiami per offrire al lettore il proprio mondo attraverso correlativi oggettivi, ecco che la poesia di Giancarlo Giuliani va a collocarsi in un alveo che assai le si confà, anche in quanto matrice di gran parte della poesia contemporanea: Thomas Stearns Eliot, tanto l’Eliot dei Quartetti, il cui titolo è riecheggiato in una poesia (“Ciò che ci spinge, non è l’illusione del cerchio,/ma la spirale: suggerisce movimento infinito”), per la tematica del tempo e della circolarità dell’essere, quanto l’Eliot precedente dell’Ash Wednesday, del Mercoledì delle Ceneri per il ritmo impresso ai versi, tributari  - con originalità - della più grande poesia eliottiana, come nella bella composizione Succus Lunariae, di cui piace riportare gli ultimi due versi:

Lo sguardo si lega alla terra, accetto

la finitezza e ne accolgo l’infinito dolore.

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