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STIMMUNG

Existential vocation, I dare say
living poetry as an absolute choice
without alchemical or conciliatory
memories, continous overturning
of ancient promises, obsessions, myths.

Seclusion is an elective condition,
keeps the keys of mistery
so words may become life

I am unrelated to confession,
to the coming out of the private
dimension, poetry is knowledge,
refusal of magic and alchemy
although I knew their essence.

I am looking for a metric form
to give substance to the quest,
I find no peace in the rest

I know the tricks of history

I just pursue questions of Sense.

 

Vocazione direi esistenziale
questo vivere la poesia
come scelta assoluta, senza memorie
di natura formulare, mai conciliante,
continuo rovesciamento di antiche
promesse, ossessioni, miti.

L’isolamento è un dato elettivo,
ha in sé la chiave del mistero
per cui le parole diventano vita.

Sono estraneo alla confessione,
all’emergere della dimensione
privata, la poesia è conoscenza,
rifiuto della magia e dell’alchimia
di cui pure conosco il passaggio
essenziale. Cerco una forma metrica
che dia sostanza alla ricerca,
non trovo pace nella sosta,
conosco i trucchi della storia,
inseguo solo domande di senso.

PRESENTAZIONE

Nella mia presentazione al bellissimo romanzo di Giancarlo Giuliani ho tentato un'analisi letteraria avvalendomi anche di formulazioni proprie della critica storico-musicale. Subito, tuttavia, ho invitato il lettore a lasciarsi scivolare indietro nel tempo, fino al VI secolo a.C. senza porsi pregiudizi o domande, ad abbandonarsi fiducioso all'evocazione narrante. Perché il poeta del Liber alchemicus ha fatto sì rinascere magistralmente uno dei più affascinanti “grandi iniziati”, per dirla con Edouard Schuré, che annoveri la Storia – ma lo ha anche celato sotto il nome di Savrias.

In una collinare “macchia di alberi” dell'isola di Samo la scena archetipica dove i fantasmi formali della giovanissima bella greca Parthenis e del suo innamorato Dioscuros consumano l'ultimo incontro – dopo duemila e seicento anni fecondante la stessa tensione mimetica dell'autore di questo Diospolis. Il quale, proprio perché è anche l'apporto più rilevante che abbia ricevuto la lirica abruzzese e italiana degli ultimi anni, sa bene quanto siano incompatibili prosa e poesia.

La tensione del libro è tanto concreta che vediamo infatti piangere, Parthenis – alla falsa notizia della morte di Dioscuros – e in dissolvenza incrociata, “stelle che scivolavano lentamente nel cielo”, osservate dall'appena nato, piccolo frutto di un amore ostacolato per sempre. Vibra fino alla finale febea Delfi il rapporto tra angoscia terrena e meraviglia celeste: è il conflitto che l'adolescenziale talento speculativo, filosofico, di Savrias – un vero prodigio già per tutti – si propone di risolvere. Coi numeri. Con la sublime musica dei numeri. Savrias – che lascerà la Grecia per conquistare la conoscenza dei misteri di Heliopolis, di Diospolis, di Babilonia – memorabile la scena del funerale dell'assassinato sacerdote Akhen – altri non è che il futuro autore del famigerato teorema, colui che mito vuole ascoltasse la musica delle sfere, proibisse i discepoli dal mangiar fave...

Giuliani non fa accenno all'interdetto pitagorico verso le fave – interpretato da Levi-Strauss come rifiuto del mondo dei morti, della decomposizione: il giovane Pitagora è immunizzato da ogni cupio dissolvi, causa anche l'attrazione per le ottave sempre più acute quando si suddivide la corda di uno strumento musicale...

Il richiamo da me proposto, come dicevo, per interpretare questa struttura romanzesca non l'ho individuato tuttavia nella diacronia beethoveniana. Nel suo flusso unico, sincronico, nell'eco dell'arcaico, la lisztiana “forma ciclica” prevale sulla tradizionale “forma sonata” del romanzo storico. Sola articolazione del tema  la metamorfosi – il “ciclo”, quello di un figlio beniamino degli dèi, che compie il ritorno all'origine sacro alla tradizione classica. Nella mia presentazione ho accennato anche al fatto che ogni storicizzazione onnisciente agisce per  inconsapevoli, impreparati contemporanei, attorno a un centro occulto... Tanto più questo vale, allora, rispetto a un coraggioso romanzo su Pitagora – sulla cui vita, com'è noto, perfino le fonti classiche sono assai vaghe. Come dunque avrà fatto, l'autore, a imbastire una simile trama?

Ogni artista è un medium – a prescindere dalle stesse idee  di Schuré. La riprova di questo, in Diospolis, sta anche nell'ambito visivo, oltre che musicale. E certo uno dei più autorevoli esegeti moderni della forma, Ernst Cassirer, non può dar adito ad ulteriori sospetti verso il mio indugiare su termini  di norma fuori da ogni scientificità.

In un suo studio su Lotte in Weimar di Mann, il filosofo tedesco rimeditò il concetto goethiano dei colori entoptici per avvalorare la pulsione immaginaria di uno scrittore che si cimenta con la Storia. Al di là della necessaria documentazione – scrupolosa quella di Mann rispetto alla vita di colei che fece da modello all'amata di Werther, non da meno quella di Giuliani, grazie alla sua profonda conoscenza del mondo classico – un artista può reinterpretare il passato rendendolo perfino più verosimile di quello effettivamente svoltosi. Trasferite dalla fisica all'arte, le enigmatiche forme che incantavano Goethe, suscitate dall'accostamento di luci, specchi, cristalli di calcite – addirittura si creano anelli, croci bianche o nere – per Cassirer costituiscono il paradigma di un'interpretazione fondante più del mero dato originale.

La purezza di Diospolis sgorga come un raggio luminoso attraverso un cristallo – supplisce alla censura dei secoli, al dissolversi delle tracce biografiche – da una prosa minerale appare  un uomo, un mito – la voce scritta di Giuliani, la tenera luce della poesia, gli ha infuso un'altra, nuova vita.

Marco Tornar

 

Recensione (da Eowyn Milis)

(Giuliani, Giancarlo, Liber Alchemicus, Tracce, 2009)

È già tutto nel sottotitolo: pro-logos/pre-logos. Fin dal suo prologo, il viaggio iniziatico allude alle stagioni del “pensiero magico”, nell’antecedenza del logos; o forse, anche, nel suo fatale superamento? Il viandante ha ben chiari gli ostacoli da affrontare e le difficoltà da oltrepassare, imponenti e (perché?) cristallizzate da secoli polverosi, “da quando un uomo predisse l’inutile sintassi del vero” e “dal giorno in cui un seme divino si sparse sulla materia”, condannandoci tutti ad “un rito perenne d’iniziazione”, a scandire “i tempi della storia, rinnegando la nostra origine alchemica”. Eccolo, finalmente, il peccato originale, questa è dunque la colpa che riaffiora nell’immaginario traumatizzato: “abbiamo nascosto il male sulla terra, sottraendolo al divino, un pensiero soggettivo si è fatto proprietà, precede l’esperienza, ne sancisce la nascita. Inter infectum”. Il falso è l’intero, il sistema la grande menzogna. “Se nessuna verità è accessibile all’uomo, sarebbe forse opportuno il silenzio”.

Eppure, altre caverne, altri profeti, altre parole sono possibili: “colui che riceve il dono del verso saprà scorgere l’ingresso della caverna e comprendere la celata essenza del limite”. Il poeta è il sacerdote della denuncia e della demistificazione e nei suoi versi è custodita la cifra stessa della nuova verità. Ma quale verità sarà ancora possibile, se l’Antibildung è “estrema formazione, elogio del mutamento, quotidiana rinuncia alla consolazione, rifiuto polemico della divisione dell’io, perenne anarchia del corpo e della mente, secundum naturam”? Eppure è da lì che bisogna ripartire: “con la forza di un gesto suscitiamo un nuovo impulso di vita”. L’abbiamo sempre avuto dinanzi agli occhi, tutto il tempo, e sempre l’abbiamo temuto, mistificato, sfuggito, il divenire che travolge il soggetto, l’eracliteo fluire da cui abbiamo cercato di liberarci percorrendo i rarefatti sentieri dell’astrazione. O magari del cielo.

“Tutto avviene nel corpo in mutazione perenne, il soggetto è smarrito, Verfremdung sempre sfuggente. Da essa dobbiamo liberarci, riscattare la vera natura dell’uomo, legarci di nuovo alla terra”. Nessun dualismo e nessun Empireo, dunque, ma la dignità del limite, la compiutezza del frammento. Allora, la parcellizzazione sarebbe l’unica via e ogni salvezza si esaurirebbe negli angusti confini di una de-finizione, orfana dell’immortalità? Il fatto è che “ogni archetipo confluisce nell’unico frammento vitale, inquieto rifiuto della codifica, non unità di opposti, solo trionfante frazione creatrice”, di una creazione-creatività perpetuamente in fieri.

Che sia il macrocosmo il riverbero immemore della nobiltà e della potenza dionisiaca del microcosmo, e non viceversa?

Eowyn Milis, 2017

 

Grazie a Valentina Corcodel, 20 poesie dal mio "Libro perduto" sono state tradotte in rumeno e pubblicate su Literatura și Arta. Ecco di seguito la prima, "Tramonto":

APUS

De unde vine această culoare

ce anuntă minunea eternă

a nopții? Ce freamăt

agită natura

in așteptare_ Viața șerpuiește

acolo unde nu apare apa,

rămănem incapabili să vorbim,

ultima lumină spălăcește

fiece rocă

 

TRAMONTO

Da dove viene questo colore

che annuncia il miracolo eterno

della notte? Quale fremito

agita la natura

in attesa? La vita serpeggia

dove non appare acqua,

restiamo incapaci di parlare,

l'ultima luce dilava ogni roccia.

 

BOLOGNA, 1977

La mano scaglia frammenti

di morte: varcata la linea, chiusi gli occhi

ardenti, svanito l'urlo

felice. Sbiaditi

ulissidi, ancora in terre lontane.

 

Quel volto non era il nostro, parlava

una lingua straniera, evocava

fratelli dal volto bruciato, piazze

arse dal sole. Il buio

ci accolse, sentimmo l'arrivo

della sconfitta, il nemico

con le mani piene di sale.

 

© G.G. 2008, da Ulisse non è mai partito, Roma, 2008

Solo in apparenza ogni cosa

resta indivisa, esiste

un crudele panteismo,

convenzione priva di senso,

luce figlia del buio,

vita figlia di morte.

 

La terra respira

con un rantolo nuovo

parla

lingue non note

freme

all'insulto dei passi.

Uomini

in movimento

verso la riva

ascoltano il vento.

 

© G.G. 2008, da Ulisse non è mai partito, Roma, 2008

Florideo Alfonso Matricciano

VARIAZIONI IN SOL MAGGIORE, Tabula fati, 2014

Davvero notevole questa raccolta di Florideo Matricciano, che ci offre una raffinata trama di riferimenti culturali in situazioni di assoluta normalità: microcosmo e macrocosmo s'intrecciano, gli oggetti quotidiani prendono vita e assurgono a simbolo.

Il poeta si ferma spesso su realtà apparentemente minori, quadri e forme di un fluire di esistenza a cui troppo poco si presta attenzione. Si nota allora come lo sguardo indaghi, scorga "mondo" offuscati o semplicemente celati allo sguardo degli altri, di quant non sanno soffermarsi sulla vita delle cose.

[...]

Su tutto aleggia lo scorrere del tempo e i versi si popolano di clessidre, di soffi di vento, di fruscii, eco, vibrazioni, arpeggi... in un intelligente trascorrere dal particolare all'universale.

[...]

L'intera raccolta appare linguisticamente ardita, con pregevole intreccio di suoni e capacità di creare nella mente del lettore immagini assai vivide, grazie anche all'uso sapiente degli spazi. Pause, questi spazi, che danno al lettore l'opportunità di fermarsi, magari di unirsi al poeta nel suo viaggio, come sempre accade con la vera poesia: ci si sente viandanti in un cammino comune.

G.G.

Riporto di seguito una recensione di Giovanni D'Alessandro al mio volumetto di versi, Caos Ipermetrico (Tabula fati, 2013)

 

Colta, nitida e risonante la poesia che Giancarlo Giuliani consegna allo snello volume Caos Ipermetrico. Contenuti gnomici da elegia greca, forme corali proprie della classicità contrappuntano una lingua moderna, saettante, provocatoria, spesso articolata, nei versi, in forma d’interrogazione o d’autointerrogazione quale matrice prediletta di un’indagine  - inquieta indomita ironica -  che pone l’uomo al centro dell’universo,  facendone l’ombelico del mondo; tratto che giocosamente l’Autore rimprovera anche in qualche modo a se stesso, definendo la propria poesia come ripiegata a guardarsi l’ombelico (“Lirica onfaloide la mia, poco feconda…/che arte è codesta?”).

Divertissement a parte, Giancarlo Giuliani è consapevole della comunicatività della sua poesia e lo si coglie nella sicurezza con cui pratica forme e modi a volte attestati in una secolare, anzi millenaria, tradizione poetica. Lo si coglie nei vocativi sicuri, che corrispondono proprio all’esigenza dialogica del rivolgersi a un interlocutore (“Dicesti un giorno grandi parole, maestro/ “aliquot lineae desiderantur./ No, maestro, esse mancano per eroica scelta, indicano/ il vuoto che ospita il nous, l’avventura di chi conosce/le tenebre e non aspira alla luce, partito/da un luogo-non-luogo/per impulso oscuro, rapinoso,vitale./) con inviti consci della lezione di Montale sulla poiesis: (“Non abbiamo parole per i versi che mancano”). E ancora lo si coglie nei continui riferimenti alla storia (Senofonte: Thalatta! Thalatta!) o alla letteratura, ammesso che tra le due sia possibile tracciare una demarcazione, col grido ch’erompe al conoscere del tremolar della marina, risonante d’echi danteschi e dannunziani (magari filtrati attraverso la lezione di Pascoli -“Giungemmo alfine”); alla filosofia, presente con Pascal, Kant, Hegel, Schopenhauer; alla musica, con le citazioni dal Tannhauser di Wagner o delle cantate di Bach.

E in questo gioco di rimandi, specchi e richiami per offrire al lettore il proprio mondo attraverso correlativi oggettivi, ecco che la poesia di Giancarlo Giuliani va a collocarsi in un alveo che assai le si confà, anche in quanto matrice di gran parte della poesia contemporanea: Thomas Stearns Eliot, tanto l’Eliot dei Quartetti, il cui titolo è riecheggiato in una poesia (“Ciò che ci spinge, non è l’illusione del cerchio,/ma la spirale: suggerisce movimento infinito”), per la tematica del tempo e della circolarità dell’essere, quanto l’Eliot precedente dell’Ash Wednesday, del Mercoledì delle Ceneri per il ritmo impresso ai versi, tributari  - con originalità - della più grande poesia eliottiana, come nella bella composizione Succus Lunariae, di cui piace riportare gli ultimi due versi:

Lo sguardo si lega alla terra, accetto

la finitezza e ne accolgo l’infinito dolore.