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Esercizio di traduzione da una poesia di Giancarlo Giuliani

Il poeta malato
Occorre spingersi oltre le colline
mentre la luna allaga il cielo
e i colori dormono sotto la neve.
Sulla soglia di una perdita
l'aria si fa densa di echi
e la vita resta sospesa
mentre l'ala del dolore
solca il buio e ci dona una luce
senza calore: in essa perdiamo
la nostra innocenza, percorriamo
il mare di tutte le vite vissute,
ma il ricordo muore al fiorire
del giorno e il volo
si fa passo pesante, vano
rincorrere un sogno smarrito.
The sick poet
There's a need to run beyond the hills
as the moon floods the sky
and all the colors sleep behind the snow.
On the threshold of loss
the air fills of echoes
and life is suspended
while the wing of sorrow
cuts through the night
and gives us a cold light,
that steals our innocence.
We travel the seas
of all our past lives,
but memory dies
at the bloom of day
and the flight becomes a heavy pace,
a vain run for a lost dream.

Profonda come la malinconia
di questa estate morente
giunge la consapevolezza
di un altro sussulto di vita.Se guardiamo oltre queste arcate
di pietra, la metafora ci coglie,
potente come una montagna
nel vento: c’è un senso
nel cercare sempre un sentiero,
rifiutare la via aperta e sicura,
immergersi profondamente
nel misterioso respiro del tempo.Resto fermo a lungo e guardo
lo scorrere di vite vicine,
mi sento inadatto al cammino,
poi avverto la vertigine acuta
di un’ala che sfiora il mio volto:
il giorno mi chiama
e conduce con sé il ricordo
di mille attimi trascorsi.

I volti della mia gioventù
hanno pallidi contorni, li scorgo
appena nel fulgore della corsa,
eppure tornano, non si sa
da quale tempo arrivino, di loro
resta una pallida impronta
e ciò che è stato diventa irreale.

Deep as the melancholy
Of this dying summer
occurres to us consciousness
Of another gasp of life If we look over these stone arches
The metaphore becomes clear
powerful as a mountain
In the wind: there's a sense
in always searching for a path,
In refusing the safe open road,
In soaking deeply
In the mysterious breath of time. I stay still for quite a long time and watch
The lives flowing next to me,
I feel inadequate for this journey,
Then I feel the sharp dizziness
Of a wing slightly touching my face:
The day is calling me
And brings the remembrance
Of a thousand passed moments

The faces of my youth
Have pale outlines, I barely see them
In the brilliancy of my run,
But they come back, unknown is
The time they come from, they
Only leave a pale footprint
And what has been becomes unreal

 

Sara Pollutri traduce "Profonda come la malinconia", da "Nel mio regno non vi sono filosofi,", Tabula fati, 2016

C’è un elemento di raccordo che accomuna la vita dei protagonisti di Nero, un fil rouge che va oltre la linea di sangue lasciata dal bisturi di Marco Naldi  e di Gaia Altieri, così come da alcuni personaggi secondari: il dolore. Un dolore sordo, rancoroso: il dolore della perdita, delle aspettative tradite, della violenza ancor più atroce e ingiustificabile se agita da chi, al contrario, avrebbe dovuto proteggere. Ma è anche un dolore morale, che nasce dalla sete di giustizia, dal bisogno di ricomporre in una struttura più accettabile e comprensibile, le dilanianti incongruenze del mondo, dal tentativo di addomesticare in qualche modo il male, anche qui spesso concluso nel cerchio della sua ottusa banalità. La sete di vendetta accomuna i personaggi la cui condotta può suscitare sdegno nel lettore, ma anche un ufficiale di polizia che non riesce più a domare il fantasma che lo strazia dentro: la frustrazione dovuta al continuo procrastinarsi di una giustizia che tarda a manifestarsi diventa metafora dell’universale impossibilità di ricondurre la vita ad una sequenza di fatti comprensibili e, in qualche misura, accettabili.

E in questo “pasticciaccio” di gaddiana memoria che è la vita, il “giallo” si pone come strumento gnoseologico e di ricerca di un ordine. Tuttavia in Nero, con disincantato distacco, il narratore ci chiarisce da subito chi siano i responsabili e forse anche le loro motivazioni: il gomitolo aggrovigliato che lega i delitti efferati si addipana dinanzi agli occhi del lettore con armoniosa chiarezza. Il narratore onnisciente, che sa più dei suoi personaggi, lascia solo il commissario Giorgi dinanzi al mistero del movente.

Ma il lettore è davvero tranquillizzato dalle spiegazioni fornite? C’è veramente un modo per rendere comprensibile e accoglibile nella dimensione dell’umano il male, sia pur frutto della sete di giustizia? Giuliani sembra lasciarci soli dinanzi a questi interrogativi: Marco Naldi si riduce ad una creatura fragile e indifesa che sarà sacrificata dalla donna che crede di amarlo; Gaia Altieri, la cui bellezza è solo apparentemente stridente con il gorgo nero che si trascina dentro, vive la sua stessa bellezza come una dannazione. Donna fatale e strega, Gaia non avrà la consolazione del riscatto e del risarcimento affettivo a cui in realtà ambisce, perché privata anche dell’unico, vero bene in cui le sia capitato di imbattersi dopo l’incontro con Ludovica.

Ma Gaia Altieri non avrà neanche l’opportunità di redimersi e pentirsi, di fare del luogo di reclusione uno spazio in cui finalmente confrontarsi con il mostro che, come in ognuno di noi, le si dibatte dentro. Romanzo avvincente, capace di inchiodare il lettore fino all’ultimo rigo, Nero è una storia di solitudini che si incontrano senza riconoscersi e illuminarsi: un tentativo di discesa nelle paludi tetre e maligne dell’animo umano da cui non si fa ritorno senza la guida di quella ragione e di quella capacità di empatia che, seppur sotto scacco, si pongono come unici strumenti di riduzione del mondo e della collettività a qualcosa di quantomeno tollerabile.

 

(Maria Elena Cialente)

1.

Come la volpe
serro le labbra
a grappoli maturi
e volto le spalle
mordendo il mio digiuno.

 

2

Se solo qualcuno spiasse
fra le pieghe riposte dell'anima,
se solo il velo spazzasse
di polvere
che frena il respiro...

e le mani stringesse
per portarti lontano
in un tempo senza giorni,

getterebbe la sorte
su una manciata di ricordi.

 

3.

Perché non rubare ai poeti
laddove si insinua il dolore
lo scatto nervoso di versi
compunti di vera emozione...

Un verso
che nasce e che muore
nell'eco sfinita del cuore

 

IMMORTALE

L'agonia si abbattè con furore
sul mio corpo
Avvertii il risuonare di un ricordo svanito
Il dolore uccise la mia immortalità.
Incarcerato dalla legge della vita,
Il mio cuore venne rinchiuso
e in un attimo
spensi la mia umanità.

REMINISCENZA
Foglio inanimato, impostore crudele
assumi le sembianze
di un amore sfuggito.
Il tempo
non mi ha curato
continua a rinfacciarmi
questi respiri insensati.
Un insieme di pezzi vaganti.
Ecco ciò che rimane
di quest'anima dolente.
Un muro tempestato di crepe
sul punto di crollare.
Rinchiusa
in un vuoto incolmabile
pieno di interminati silenzi
una reminiscenza
prende il sopravvento :
l'occidente di un'unione,
la fine di un inizio.

Questa sera, 28 febbraio, Vito Moretti ha presentato il suo ultimo libro, "Gli anni venuti" e festeggiato i 50 anni dalla sua prima pubblicazione. Riporto di seguito una recensione da me scritta l'ottobre scorso:

 

LUOGHI, di Vito Moretti, edizioni Tabula fati

Ascolto l'eco del poeta che ci chiama e i morti non sono più morti, i luoghi non sono sterili riproduzioni, ma passi incancellabili nel cammino di una vita che cerca, e trova, una via di senso.

Bello, questo libro di Vito Moretti, fin dalla "parlante" semplicità del titolo. Sul Brenta ci coglie memoria di altre acque, si avverte una leggera promessa di pioggia, scivola in noi il verso che sa dire e celare, che muore e rinasce nel fuoco della nostra esperienza.

Incombe, però, il disperato silenzio di Auschwitz, il calco delle orme, perché nulla si perda, nessun dolore, nessun lamento. Ma i passi del viaggiatore ritrovano subito l’anima antica di Ankara, soffusa da una malinconia di carovane lontane, nel tempo e nello spazio. Il riposo tra le mura antiche di un eremo, con pietre che sembrano tessere di un cielo da ricomporre, suggerisce quanto sia importante che le parole non siano consumate dal nulla, che abbiano il peso della vita, come nello stupendo finale della poesia:

 

Che nome hai dato alle notti
di stelle e alle piste su cui smarrivi
e ritrovavi la luna? Il tempo
fu fedele alla tua solitudine
e ogni promessa non trovò altri rinvii
né più lunghe penitenze.

Ma i passi si volgono altrove, il vento terso della Senna trasforma ogni cammino in un dono, anche se è la mente a compiere il miracolo della bellezza, perché

… la Senna ha sempre un muro
che l’allontana dal cielo della città
e alberi che non hanno profilo
di torri o finestre.

Un colpo di dadi non abolirà mai il caso, cantò un giorno un poeta e da Montmartre lo sguardo taglia la visuale e dilata per contrasto le distanze, poi una giovane vestita d’arancio pensa alla notte lontana, all’apparizione della luna, mentre continua a danzare e niente sembra avere più valore del suo ballo ma anche della sua triste fuga.

In un secolo che “ha assi schiodate e parole spente”, Mosca appare come una matrioska che nella sua fissità parla del grano delle campagne e dei gulag, mentre il rosso delle bandiere sembra l’eco lontana di grandi illusioni. Bratislava è “un angolo cucito nel silenzio”, un presente “celato”, “la foglia / caduta alle tue spalle”. Improvvisa, ecco l’apparizione dei cieli di Provenza, i profumi, i suoni e gli odori, il Sud che “lusinga e smentisce”

Con infinito rispetto, il viaggiatore si fa viandante e si avvicina alla tomba di Dante, avverte l’ansia dell’anima che aspira alle stelle, immagina il sorriso del poeta pronto al suo grande viaggio. Rapido il vento delle parole ci conduce a Dublino, malinconica come solo le stanze d’albergo sanno essere sul fare della sera. Gli echi di Joyce accompagnano il viaggiatore, in una città che sembra sciogliersi e ricomporsi, mentre una punta sottile di nostalgia sembra afferrarlo:

… Dublino è il suo fiato
sul piccolo mondo dei miei alfabeti,
l’ultima fila di rughe alla carezza
del bavero, il verde ostinato
di una ginestra nel pensiero del mio paese
e delle braccia che al ritorno
sapranno stringermi spalle e cuore.

La meravigliosa malinconia dei luoghi di Van Gogh suggerisce al poeta versi che incidono il nostro cuore e la nostra sensibilità:

… Ma non c’è modo
di liberarsi di quel che muore
e ogni ora ha l’ombra che si ferma
sul bianco della pietra, una ferita
che invecchia …

Tutto sembra ricondurre, ora, il viaggiatore verso le dimore della sua esistenza, perché il canto accarezzi le cose che lo hanno circondato e lo circondano e si ricostruisca l’infinito miracolo della poesia. Così Odessa, Berlino, Compostela. Volterra, la riserva dei Catawba, Turania sono i luoghi del ritorno, arricchito dalla tenerezza del ricordo. San Vito sa parlare al poeta con il  respiro delle stanze di una casa, con il dolce brillare delle stelle che si “adagiano / sui tetti prima di spegnersi nel mare”:

… Ogni ritorno
ha una soglia da varcare e ogni viaggio
ha un saluto che lo consegna
alla prudenza del nocchiero, ma il tuo tempo
è di chi sa raggiungerti prima del sonno
e dei vivi che tu chiami ai tuoi nomi
e ai tuoi indizi marini, alle tue fedeltà

terrestri.

Ortona è il mare, il sole nel tardo meriggio, l’immagine di altre terre e altri luoghi, sempre promessi. Lanciano offre un caldo senso di sollievo, la percezione concreta della meraviglia di ogni ricordo, ma è Chieti che appare fulgida nel suo restare se stessa, nel profumo delle sue antiche pietre, nell’orgoglio di un luogo del cuore:

… Sei tana di trascendenza
e luogo serbato a se stesso,
realtà di alfabeti e di pronunce
che versa miele e pomi alla semina
delle astinenze, battiti di pendolo
per il tempo che sottrae e cancella.

Altri luoghi, però, chiamano e il viaggio riprende e trova una nuova conclusione, promessa di un nuovo inizio, nella casa di Maria:

Chissà se quel che credo morto
ora vive e se ciò che io so vivo
è ora morto, ma chi non raccoglie con te
disperde e chi tarda ad entrare
ha l’insidia del nulla, la pena
che non risarcisce.

Ti ringrazio, poeta, per questa avventura della mente e del cuore.

(Giancarlo Giuliani)

 

 

 

 

Sandro Naglia per Caos Ipermetrico, di Giancarlo Giuliani, edizioni Tabula fati

Al limite ignoto del dolore, sotto un sole che brucia le parole, / vivo momenti già scritti, attore di un gioco / sconosciuto”: già dall’incipit del poemetto che dà il titolo a questa raccolta, il lettore è chiamato a confrontarsi con un respiro poetico di ampiezza sinfonica, che sviluppa premesse stilistiche già presenti nelle sillogi precedenti dell’autore, ma che apre anche nuove prospettive nella sua poetica.
La poesia di Giancarlo Giuliani è poesia di conoscenza, tentativo di trasmutazione alchemica della realtà alla ricerca del metallo nobile che dia senso e solidità al vissuto — ricerca vana in partenza, e riconosciuta come tale: “non c’è arrivo / previsto, solo nuove partenze, illusione di una possibile fine”. Panta rei, e il Viandante scorre con e nella vita, solo più consapevole della vanità delle cose. È questa la conoscenza.
Ma per arrivarci bisogna aver percorso strade (anche e soprattutto quelle “Ad Inferos” della più trista vita quotidiana, cui è dedicata la parte centrale del libro, con un solo apparente “scarto” stilistico), aver avuto il coraggio di scegliere di fronte a bivii, osato mantenere la direzione anche se sbagliata. Gli ideali e i sogni sono armi a doppio taglio: “Mi chinai un giorno sull’amico a terra / e nel sangue rappreso vidi la vita / futura, cercai con dita tremanti il segno / di un respiro, sentii morire per sempre la gioia”. E il Labirinto, infine, resta la metafora più convincente della nostra esistenza.
Eppure raccontarlo, questo labirinto, è possibile: anche se “Non abbiamo parole per i versi che mancano. / Ciò che ci spinge non è l’illusione del cerchio, / ma la spirale: suggerisce movimento infinito”, tuttavia siamo spinti “a cercare, morire / rinascere nella tensione / a ciò che sta oltre i limiti dell’uomo”.
E, come nell’Anabasi senofontiana, è possibile pensare che un giorno la visione del punto d’arrivo si manifesti (“Thalatta! Thalatta!” è appunto il titolo di una poesia della raccolta), ma il senso dell’esistenza, come spesso ribadiscono i filosofi d’Oriente, è nel cammino. Può tuttavia confortarci l’Arte, e non sarà un caso che accanto alla fede nella parola, si affaccino spesso nella silloge citazioni e riferimenti musicali: la Musica, secondo Schopenhauer, è una delle vie per affrancarci dal dolore di vivere…
Ezra Pound, Dylan Thomas sono sicuri riferimenti letterari dell’autore: il primo proprio per il sinfonismo che ingloba anche il polilinguismo e le citazioni, parte integrante del fluire poetico; il secondo per l’uso di figure e metafore che tentano di forzare il diaframma del visibile con immagini inedite e sorprendenti. Tra l’uno e l’altro, come a completare una Trimurti, la presenza di T. S. Eliot, che a sua volta aveva tentato una peculiare commistione tra musica e poesia.
Ma anche un altro filosofo è sicuramente presente nel substrato culturale e poetico dell’autore: Friedrich Nietzsche, soprattutto quello del Così parlò Zarathustra. E, proprio parafrasando una nota massima del filosofo tedesco, si potrebbe concludere dicendo che solo da un caos ipermetrico si può generare una poesia di conoscenza.

 

Simposio. Intimo. Semplice. Informale e pieno di contenuti e partecipazione, come da manuale. Come solo i veri simposi sanno essere. Questa la prima espressione che viene in mente per descrivere l’appuntamento dato da Giancarlo Giuliani ai suoi lettori venerdi 16 febbraio scorso alla Sala Figlia di Iorio presso la Provincia di Pescara. Ed è stato proprio sullo sfondo della tela di Francesco Paolo Michetti che Giovanni D’Alessandro ha fatto gli onori di casa, presentando Marco Naldi e Gaia Altieri al pubblico nel corso di un’intervista con l’Autore di Nero (pubblicato per i tipi di Tabula fati) di cui i due serial killer sono i protagonisti indiscussi.

Ne parliamo studiatamente non come di due personaggi “di carta”, colpevoli conclamati e impenitenti fin dalle prime pagine della raccolta, collettanea di Bisturi, L’ombra di N. e Il ritorno di Gaia, pubblicati in precedenza separatamente da Giuliani. L’eloquio sapiente del loro Autore, infatti, ha permesso ai due d’insinuarsi nelle pieghe dell’attenzione generale fin quasi a materializzarsi tra il pubblico. E così, la presentazione di quest’epopea psicologica che non commetteremo il delitto di mortificare entro gli angusti confini di un genere, da rito paludato per specialisti di settore, peraltro necessario in tempi in cui la media nazionale di lettura si aggira a 0,40 libri cadauno, si è trasformata in evento vivo, dibattito partecipato, scambio condiviso. A un certo punto, siamo sicuri che, se solo avesse potuto, ognuno dei presenti avrebbe preso la parola per dire la sua. Di certo l’attenzione era tesa, vibrante, quasi palpabile.

E su temi, si direbbe, non proprio adatti a una soireé del venerdi. La zona grigia che divide il bene dal male, il sospetto che l’“ospite inquietante” non sia sempre né solo una rassicurante patologia ma possa albergare in ognuno di noi. E ancora, la scelta delle parole più adatte da prestare al cavaliere che diventa drago, lo scandaglio psichico.

Ciò che chiamiamo letteratura, psicologia, arte, conoscenza, filosofia, etica, scrittura.

O forse, semplicemente, ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

[Eowyn Milis]