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Officina Marconi: Cinzia Venditti

Treno regionale

Sono strane le stazioni. Bizzarre.

Lei ci va spesso, non per viaggiare ma per pensare, che poi è viaggiare in un altro modo. Guarda i treni arrivare e partire, ingoiare e sputare persone, valigie, ricordi, speranze, disinganni, sogni e sacrifici. Guarda. Una madre, che viaggia chilometri per rivedere un figlio che neanche riconosce più, ma che è felice e questo le basta. Una figlia, che viaggia un giorno intero in cambio di un’ora con la mamma che gli altri giorni porta sempre nel cuore. Un amore, distante come le rotaie che a lei piacciono tanto perché lottano contro il destino per incontrarsi, in un attimo soltanto che magari vale più di una vita. Un ragazzo, più piccolo dello zaino che porta in spalla, che parla al cellulare di matematica e di orbite e lei lo ascolta affascinata, pensando ai satelliti e a quanta poesia possa esserci anche nei numeri. Lei si mette lì, sulla sua panchina della sua stazione, e osserva, guarda, sente, scrive.

La stazione la aiuta a vedere quello che è e a ricordare quello che è stata anni prima, quando aspettava anche lei un treno per salirci su con un gelato, i libri e le cuffie. E viaggiava, e sperava, e lottava per un futuro che allora vedeva roseo… a lei, che ama tanto il nero, i vent’anni riuscivano invece a dare i colori. Ricorda, lei, e si domanda che cosa sia diventata e si chiede perché non sia possibile tornare indietro a quando bastava prendere un treno per vivere.

E pensa, pensa, pensa, pensa ancora, pensa sempre: non riesce a scordarsi di pensare. E scrive, scrive, scrive, scrive ancora, scrive sempre: non riesce a non scrivere. Scrive di altri treni, che non ha mai preso e che non ha neanche mai aspettato. Scrive di se stessa come un treno, ma non un Freccia, bellissimo, rosso, comodo, moderno e veloce. Lei si vede più come quel treno regionale, brutto, scolorito, scomodo, vecchio, sempre in ritardo e che brulica di anime in pena, sbandate e sensibili… lei che la sua anima non la vuole più sentire, lei che la sua anima l’ha venduta per quattro soldi. E chi sceglierebbe mai di salire su un treno così?

Sì, quella è la sua stazione. Quel treno che va lontano è il suo treno. Quel treno che non ce la fa più è lei.

Alla stazione lei si sente se stessa. Pazza sì, ma lì nessuno ci fa caso. Sola sì, ma lì in molti sono soli, si è soli insieme. Libera, di pensare, scrivere, riflettere, conoscere, conoscersi. Lì può sentire ancora di avere un cuore. Lì può dare acqua al suo cuore in fiamme. Lì è un po’ come quando vai in chiesa e trovi un po’di pace, preghi e parli con Dio.

Sì, proprio così, la stazione è la sua Chiesa.

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