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Officina Marconi: Cinzia Venditti

DOVE VA TUTTO L’AMORE DEL MONDO.

Dove va tutto l’amore che diamo e che non ci ritorna indietro? Esiste un posto, una persona, un tempo in cui tutto il sentimento non corrisposto e investito pagando costi altissimi va a depositarsi, pronto ad essere ricevuto questa volta?

Passiamo attimi, mesi, anni, epoche amando qualcuno o qualcosa inesorabilmente e con tutte le forze, il cuore, l’anima e persino la testa. Ci aspettiamo in qualsiasi momento di essere ricompensati, corrisposti in un futuro prossimo ma, invece, sbattiamo la testa, l’anima, il cuore e le forze contro un muro che i nostri sensi offuscati non percepivano. La botta è forte, il dolore grande, la forza consunta e l’anima e il cuore scheggiati.

La scelta è andare avanti, imperterriti nel vivere un atto di fede che ci porta a credere e credere ancora che sia possibile innamorarsi di nuovo? Oppure rassegnarsi ad un cinico scetticismo che trasforma la sofferenza in uno spietato pessimismo, spegnendoci, chiudendoci, raffreddandoci e diventando immuni dal terribile peso del “non essere corrisposti”? Perché, diciamolo, non essere la scelta è una macchia che noi, donne fragili, ci porteremo addosso per tutta la vita e che, in un modo o nell’altro, ci condizionerà tutta la vita.

Nel primo caso la speranza è linfa vitale, sangue vivo nelle vene ma il rischio è quello di farsi di nuovo male, con uno schianto che forse non lascia un’ulteriore speranza di rialzarsi e ricostruirsi. Ogni volta che amiamo e non siamo amate, che diamo senza ricevere, che speriamo per poi disperarci, se ne va un pezzo di noi, e, pezzo a pezzo, non ci rimarrà più niente.

Nel secondo caso si è immuni da qualsiasi tipo di delusione, anestetizzati contro qualsiasi dolore, ma anche insensibili a qualsiasi emozione. Non ci si sente più il cuore, né nel bene né nel male. In questo caso si muore, semplicemente, in silenzio, come la morte di Hugo che avviene in tanti modi, come la tristezza di Battisti che scende in fondo al cuore e come la neve non fa rumore. Uguali, Hugo e Battisti. Uguali, la morte fisica e quella non fisica.

Quindi, alla fine, è meglio restare inguaribili romantici o cinici spettatori dell’amore? Cos’è meglio, un bicchiere mezzo pieno che se cade perde tutto il contenuto, o un bicchiere mezzo vuoto che non può rovesciare nessun contenuto?

Io, dal mio cuore naufrago, non lo so. So solo che per sapere le cose è necessario farle, non c’è altro modo. Ancora una volta, per saperlo, per sapere come andrà, per sapere se è meglio un giorno da leone, ferito ma che ha ancora voglia di ruggire, o cento da pecora, illesa ma tremendamente mediocre, è necessario buttarsi, con il rischio di sbattere contro un muro un’ennesima volta. Alla fine, come diceva Faletti, parente di Hugo e Battisti, quello che conta davvero non è ciò che ci aspetta al traguardo, ma ciò che proviamo durante la corsa. Non importa se buttandoci giù dal precipizio ci saranno le braccia di qualcuno a prenderci o se troveremo solo la terra su cui schiantarci, ciò che conta davvero è il brivido che corre lungo la schiena quando chiudiamo gli occhi… e saltiamo.

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