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Nel mio regno non vi sono filosofi

Nel mio regno non vi sono filosofi è il titolo della mia ultima raccolta di versi. Ecco il testo della mia postfazione:

 

Quando ho scelto come titolo di questa raccolta Nel mio regno non vi sono filosofi, subito mi è balenato alla mente il suo naturale sottotitolo, Diario interiore di una coscienza, riedizione ideale del fin troppo abusato in interiore homine habitat veritas. Del resto, però, se veritas è vocabolo impegnativo, non si tratta, d’altra parte, neanche di un viaggio hic et nunc nella mia interiorità. Ho sempre sospettato che l’introspezione sia sopravvalutata.

Nutrivo piuttosto tutt’altro intento, un’ambizione, forse: collocare me stesso e le esperienze biografiche e intellettuali del mio vissuto all’interno di un ordine che si fonda invariabilmente sul senso del limite. Si spiegano così i versi che hanno a che fare con il limite della vita, specie quello, insopportabile, che delimita le esistenze di chi ci è caro (Non avrai sepoltura, padre, la tua materia/ mi nutrirà. In questo stanco/ epilogo di primavera si cela/ una speranza, sulla fragile mano/ si posa un nuovo dono del tempo), con il limite del pensiero, con la sua arrogante e nello stesso tempo ingenua pretesa di sistematizzare il mondo imprigionandolo in armature concettuali che finiscono per renderlo imperscrutabile (Lasciamo il cielo agli angeli!/ Cancellata ogni emozione, resterà/ il pensiero e sapremo infine/perché verità e coscienza/ stiano a guardia dell’antico inganno); con il limite del tentativo collettivo di cambiare il mondo attraverso la ribellione e le Rivoluzioni, fino al limite estremo, quello della poesia (La poesia è/ menzogna/ desiderio di fuga/ tentativo maldestro/ di celare l’istinto/ che spinge al silenzio).

Non ho mai creduto che la poesia avrebbe cambiato il mondo, ma ho provato l’esperienza di come possa cambiare il singolo: la metafora porta con sé la consapevolezza del limite, ma senza alcuna voluptas dolendi. Nel limite si riflette il tutto ma come in scala e questa consapevolezza deve manifestarsi sempre, lucida, a volte desolante, mai pessimistica o consolatoria. La libertà della mente non proviene da un’esigenza postulatoria.

Giocando sull’opinione di Platone, questa volta al bando della città sono stati messi i filosofi. Non intendevo mostrare una via, né ricercare un senso: non l’ho mai fatto neppure da insegnante e non intendo certo cominciare ora; il mio punto d’approdo ideale resta la parola, mia e di chi la farà propria. In questa senso ho progettato l’aggiunta dell’inedito I versi perduti di Corinna, in cui le voci protagoniste e narranti sono tutte e solo di donne. Quei versi sono perduti perché la loro saggezza antica resta celata se non viene sentita e riprodotta ogni volta in prima persona, da ciascuno (Così ella un giorno parlò:/ Qualcosa di invisibile diviene forma/reale, offre provvisoria/sostanza. La danza ci guida/lungo la via, l’effetto è raffigurato/nell’azione, espresso nel rito,/richiamo al cosmico ordine/che non conosce tempo).

Questo libro, la cui gestazione si è ordinata sotto ai miei occhi in maniera naturale e, in buona parte, imprevedibile, non coltiva l’ambizione di trovare un senso, per me e per i lettori, ma piuttosto di uscire dal silenzio dando voce alle domande, queste sì, di ciascuno.

 

Ricevo, in data 9 ottobre, la notizia di un riconoscimento a questa mia raccolta. Con qualche titubanza, ma con soddisfazione, ecco il link del premio a me assegnato:

premio nazionale D'Amico 2017

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