Mia madre mi odia, di Leyla Ziliotto

14/04/2019 0 Di Giancarlo

LEYLA ZILIOTTO

Mia madre mi odia

Tabula fati, 2018

 

Ho aperto il libro attratto dal titolo, con il vago timore che l’Autrice non riuscisse a mantenere l’implicita promessa in esso contenuta. Niente di tutto ciò: il lettore segue con crescente interesse, ma anche con un sentimento di stupore misto a incredulità. Possibile che una madre possa giungere a tanto? Eppure, la cronaca non è avara di esempi che a volte superano ogni fantasia.

Intorno ad Amira, la madre, sembra aleggiare una strana luce, potentemente definita con voluto paradosso “oscura”, che intimorisce chiunque la guardi. Il calvario della giovane protagonista sembra senza fine, ella sente crescere in sé una sensazione di separazione dal resto del mondo, acuita dalla presenza non protettiva del padre, incapace di opporsi alle manovre e alla furia della moglie.

Inevitabile, in tale situazione, che la violenza verbale divenga anche violenza fisica, contro la quale Marcello, il padre, nulla può. Con un brusco rovesciamento dei ruoli, poi, Amira, che ha fuori di casa comportamenti tesi ad acquisire consenso e partecipazione, denuncia Marcello come padre manesco. Ne segue una sorta di odissea giudiziaria che, al di là della storia narrata, pone l’accento sulla situazione spesso drammatica dei padri separati. Un senso di rabbia coglie il lettore di fronte alla morsa che stritola il povero padre, colpevole solo di avere un carattere debole.

È questo il lascito migliore del libro, a parere di chi scrive: pone l’accento su un gravissimo problema sociale e invita il lettore a non chiudere gli occhi, a farsi carico del dolore di tante persone. È un pregio non da poco.