Marco Pavoni su «Poema minimo»

27/12/2018 0 Di Giancarlo

Il distillato che diventa consapevolezza: per una lettura di “Poema minimo” di Giancarlo Giuliani

          Se la poesia, tra le tante parole inessenziali contemporanee, rappresenta una “nicchia” in cui il senso dell’artigianato dei poeti si purifica, trasformandosi in un distillato dotato di verità, allora sembra possibile sostenere la tesi secondo cui i versi di Giancarlo Giuliani rappresentano un’immagine compiuta della vera poesia.

Con una coerenza che sfiora la consapevolezza ossessiva, nel nuovo libro di questo docente di Lettere Antiche, che ha fatto della ricerca della “Parola perduta” un rovello, si ripresentano alcune tematiche che, con la consueta perizia del letterato esperto, Giuliani pone di fronte alle nostre capacità percettive. L’ambizioso titolo, “Poema minimo”, sembra quasi sconcertare i lettori a causa della sua natura di ossimoro, e pone alcuni quesiti importanti. È possibile riproporre, in poesia, concetti universali che non hanno trovato spiegazione nemmeno nelle menti degli scienziati? È possibile, insomma, che la poesia, contenitore minimoper eccellenza, possa ospitare l’infinito? Fedele alla lezione di Hölderlin, Giuliani sembra rispondere affermativamente.

Con gradevole orchestrazione postmoderna l’Autore, grazie a una sensibilità non comune, elabora unità liriche dal forte impatto emotivo, pregne di una spiritualità laica. Pur mantenendo un’impostazione contenutistica prevalentemente anti – lirica, tali poesie sanno aprirsi, grazie a una concezione complessa e stratificata della realtà, a visioni in cui l’elemento lirico più evidente è un Io dolente e appassionato, in viaggio verso una meta che sfugge sempre, proprio come la “Parola perduta”, ultima e seducente testimonianza di mondi che l’Autore può solo intuire.

Al “buio sconcertato della mente” che sembra destabilizzare, per un attimo soltanto, le certezze che l’Autore ha costruito al fine di creare un ordine nell’ambito del caos che lo circonda, Giuliani oppone la pacata, ma non serena, consapevolezza che il controllo razionale della creazione poetica offre la possibilità di esplorare ciò che ci sfugge con una “metafisica” dalle radici umane, a volte troppo umane.

Il materialismo, evidenziato da molti versi, è illuminato dalla ragionata, e non passiva, constatazione del fatto che l’uomo è parte essenziale dell’infinito. Perché si tratta di una ragionata constatazione? Probabilmente perché Giuliani, animato in quest’opera da un’ansiosa quanto necessaria ridefinizione di se stesso e di ciò che lo circonda, bada a puntellare le rovine del mondo attuale con alcuni “sostegni” di grande valore: il bisogno della libera ricerca intellettuale, la bellezza della riscoperta di un rapporto non distruttivo con la natura, l’importanza della solidarietà tra gli esseri umani, la proposta, rivolta agli uomini, di un tempo non parcellizzato e sprecato in una demente fretta che non offre vantaggi, ma solo distruzione e morte. Già, la morte. È un approdo, una sorta di punto di arrivo, per l’Autore? Assolutamente no, in quanto Giuliani sa, come ogni poeta che percorre una strada soteriologica e liberatoria, che la morte è solo un crogiolo alchemico da cui l’anima, parte pura e intangibile di noi, può risorgere per librarsi verso l’infinito.

Un libro formativo e interessante, dunque, la cui pubblicazione è merito di un editore, Marco Solfanelli, che non esita a spiazzare i lettori con un testo scomodo, frutto della fantasia di un Autore che ha ancora molto da dire.

Marco Pavoni, dicembre 2018