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«MANE», di Rolando D’Alonzo

MANE,
Tabula fati, 2018

Postfazione di Giancarlo Giuliani:

Dopo la lettura delle poesie di Rolando D’Alonzo, resta la sensazione di aver vissuto un’esperienza letteraria importante. La mano giace sul bianco, ci si chiede quasi perché scrivere su qualcosa che va solo letto, fatto proprio, accolto in sé, parola per parola.
Un viaggio tra i marosi di un linguaggio alto, denso di metafore, con improvvise aperture di canto e insistiti ritorni sulle pieghe dell’animo.

Il canto a tratti si fa epico, sa di antichi metri: sono versi da leggere ad alta voce, come sempre si dovrebbe fare con la poesia, quella che vola alto, rifugge da mode e vuoti sperimentalismi, trova un respiro di eterno.

L’autore parte dall’osservazione dei particolari (naturali, ma anche di paesaggi urbani o, più spesso, rurali) e,attraverso il traslato di riferimenti culturali (per lo più si tratta di letteratura greca) o semplicemente dei propri occhi, trasforma quelle scene, quei paesaggi, quegli oggetti in un pretesto di ricerca e di esercizio di curiositas. 

Quasi sempre questo disvelamento si conclude con l’approdo al tema dell’assenza, sia essa quella della morte, sia invece proprio un più diffuso senso di mancanza. Come corollario, vi si lega il tema della memoria e del ricordo, con l’inevitabile punta di nostalgia che esso comporta.

Immagini ricorrenti si presentano a chi sfoglia questo prezioso libretto, in primis quella della Luna, compagna fedele dell’ispirazione poetica dell’Autore, fin da altre raccolte. Già nella prima poesia, l’amica luna, quasi in un’invocazione da parte del poeta, viene chiamata a reggere “la mano ... dell’anima insonne”.

E l’anima insonne vola tra le maglie del tempo, sempre sotto la custodia della lieve luminosità dell’amica:

Oh luna, luna lucente, luna di bisso

fluviale, luna dei papiri essiccati,

luna di Zenodoto il vecchio, luna

di Alessandria del Faro, luna dell’alta

Leucade che alla veglia il pallore trai

delle novizie e ne fai fervida passione

tu rimbocchi con tenere dita le lenzuola

dei sogni e tra le mani una fulgida

gomena fili per nuovi approdi

Forte dunque la presenza della natura, ma essa è  trasfigurata, come indicano le varie invocazioni alla luna che aprono diverse poesie (in tutte la luna è al vocativo o comunque in positio princeps), e sublima stati d’animo, in maniera alternata, di amore e desolazione. 

Sarebbe inutile ricercare tutte le occorrenze della luna: essa è in tutta la raccolta simbolo di tenera comprensione e delicato conforto, ma è anche lontana, irraggiungibile e forse per questo ancora più desiderata.

L’ultima poesia, dedicata a una figura di donna,“Isa”, fa parziale eccezione: mentre nelle altre il riferimento alla sessualità è collegato alla mortalità, qui c’è solo il senso della precarietà, della fugacità e delle passate illusioni...

A parere di chi scrive è un libro bellissimo per una sua insita malinconia, quella nobile “melancolia” tipica di coloro che hanno saputo guardare oltre le apparenze e inserirsi nei flutti dell’esistenza, comprendendone fino in fondo la straordinaria bellezza e l’inevitabile caducità.

Giancarlo Giuliani

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