Lucia Vaccarella: La Besa

11/11/2017 Off Di Giancarlo

Lucia Vaccarella, La Besa, Solfanelli editore, 2016

 

Un libro molto interessante, fin dal titolo. Vi si allude, con termine quasi intraducibile in italiano, a una sorta di patto d’onore, di legame familiare che si estende ben oltre spazio e tempo e permane, costituendo un legame indissolubile tra le generazioni.

Il libro di Lucia Vaccarella  è un viaggio della memoria, nutrito di un forte sentimento del tempo, tra luoghi e persone che hanno segnato la sua esistenza. Gli scenari sono multipli, i luoghi descritti sono parecchi, ma il libro non perde di unità, legato come è da quel filo sotterraneo che è appunto il senso profondo del legame familiare di cui si diceva più sopra. Anche i personaggi apparentemente minori (la cassiera di un cinema, una donna delle pulizie, altri ancora) assumono un rilievo ben riconoscibile, si fissano nella memoria del lettore, lo richiamano a gesti, parole, situazioni simili, creano quella”complicità” tra autore e lettore che è alla base di ogni buon libro. Ripeto, un romanzo da leggere. Riporto qui un frammento, la conclusione di una visita di madre e figlia al Cimitero Canadese di Ortona:

“Che bello, mamma … non pensavo che la morte fosse un giardino,” mormorò. “Veniamo a stare qui se Dio ci chiama?” E io ti dico di sì, che mi piacerebbe se diventassi erba e rosa o buganvillee e la mia bambina magari un’ape dispettosa a ronzarmi intorno. E tu ridi e sei felice, rassicurata sull’idea della morte, senza averne più paura perché è solo un abbraccio profumato di verde e di colori.

Quando usciamo dal cimitero sei allegra e ciarliera, gli occhi stellanti e le guance arrossate dal caldo della primavera e dall’emozione di una nuova scoperta. Superato il cancello, mi giro pensosa e per un attimo li vedo apparire: dietro le stele si sono schierati i soldati, a centinaia. Sono tutti ragazzi, alcuni poco più che bambini, il cuore che batte in trasparenza al ritmo dei loro sogni caduti; eppure non sono tristi, no, hanno un viso sereno.

Li saluto con un unico bacio da madre, tutti. E loro mi rispondono, con un movimento leggero della mano che ricorda il frullo delle ali che puntano al cielo; poi, fatti d’aria, svaniscono nel vento profumato del pomeriggio che s schiude alla sera mentre ti prendo per mano e ti porto via.

 

Sigurd Arnesson, dicembre 2017