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Liber Alchemicus

Recensione (da Eowyn Milis)

(Giuliani, Giancarlo, Liber Alchemicus, Tracce, 2009)

È già tutto nel sottotitolo: pro-logos/pre-logos. Fin dal suo prologo, il viaggio iniziatico allude alle stagioni del “pensiero magico”, nell’antecedenza del logos; o forse, anche, nel suo fatale superamento? Il viandante ha ben chiari gli ostacoli da affrontare e le difficoltà da oltrepassare, imponenti e (perché?) cristallizzate da secoli polverosi, “da quando un uomo predisse l’inutile sintassi del vero” e “dal giorno in cui un seme divino si sparse sulla materia”, condannandoci tutti ad “un rito perenne d’iniziazione”, a scandire “i tempi della storia, rinnegando la nostra origine alchemica”. Eccolo, finalmente, il peccato originale, questa è dunque la colpa che riaffiora nell’immaginario traumatizzato: “abbiamo nascosto il male sulla terra, sottraendolo al divino, un pensiero soggettivo si è fatto proprietà, precede l’esperienza, ne sancisce la nascita. Inter infectum”. Il falso è l’intero, il sistema la grande menzogna. “Se nessuna verità è accessibile all’uomo, sarebbe forse opportuno il silenzio”.

Eppure, altre caverne, altri profeti, altre parole sono possibili: “colui che riceve il dono del verso saprà scorgere l’ingresso della caverna e comprendere la celata essenza del limite”. Il poeta è il sacerdote della denuncia e della demistificazione e nei suoi versi è custodita la cifra stessa della nuova verità. Ma quale verità sarà ancora possibile, se l’Antibildung è “estrema formazione, elogio del mutamento, quotidiana rinuncia alla consolazione, rifiuto polemico della divisione dell’io, perenne anarchia del corpo e della mente, secundum naturam”? Eppure è da lì che bisogna ripartire: “con la forza di un gesto suscitiamo un nuovo impulso di vita”. L’abbiamo sempre avuto dinanzi agli occhi, tutto il tempo, e sempre l’abbiamo temuto, mistificato, sfuggito, il divenire che travolge il soggetto, l’eracliteo fluire da cui abbiamo cercato di liberarci percorrendo i rarefatti sentieri dell’astrazione. O magari del cielo.

“Tutto avviene nel corpo in mutazione perenne, il soggetto è smarrito, Verfremdung sempre sfuggente. Da essa dobbiamo liberarci, riscattare la vera natura dell’uomo, legarci di nuovo alla terra”. Nessun dualismo e nessun Empireo, dunque, ma la dignità del limite, la compiutezza del frammento. Allora, la parcellizzazione sarebbe l’unica via e ogni salvezza si esaurirebbe negli angusti confini di una de-finizione, orfana dell’immortalità? Il fatto è che “ogni archetipo confluisce nell’unico frammento vitale, inquieto rifiuto della codifica, non unità di opposti, solo trionfante frazione creatrice”, di una creazione-creatività perpetuamente in fieri.

Che sia il macrocosmo il riverbero immemore della nobiltà e della potenza dionisiaca del microcosmo, e non viceversa?

Eowyn Milis, 2017

 

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