Fondazione e Terra (I. Asimov)

23/01/2019 0 Di Eowyn Milis

Chiudo di scatto il logoro volumetto della gloriosa collana di fantascienza della Urania, quella con il testo a doppia colonna su ogni pagina, ricordo indelebile degli appassionati di più di una generazione. Lo guardo. Reca impressi su di sé, ben visibili, i segni dell’usura del tempo e anche qualche macchia di caffellatte asciugatasi malamente. Almeno le chiazze, però, non sono colpa mia e della mia maniacalità ma dello sconosciuto proprietario che mi ha preceduto. Sì perché Fondazione e Terra me lo sono fatto arrivare di seconda mano da una rivendita di libri usati. Tutto, pur di averlo. Perché si tratta di un capolavoro. Letterario, non lo so. Non possiedo competenze sufficienti e non sta a me, dunque, giudicarlo. Ma dal punto di vista di un filosofo, non c’è alcun dubbio.

Asimov riprende la narrazione da dove l’aveva lasciata in sospeso e cioè dall’Orlo della Fondazione. “Perché l’ho fatto?” – riecheggia la domanda, a se stesso prima che ad altri, di Golan Trevize. Dotato del misterioso talento di operare sempre la scelta giusta benché le motivazioni gli restino oscure, egli ha appena deciso le sorti della Galassia. Tra le tre possibilità di futuro possibili, lo sviluppo tecnologico alla base della Prima Fondazione, la mentalica della Seconda Fondazione e la costituzione di un superorganismo, vale a dire di un intero pianeta, Gaia, con una mente e una personalità in comune dove il singolo finisce per dissolversi, Trevize ha appena scelto Gaia.

Eppure, non sa ancora darsi pace. Perché l’ha fatto? La scelta di Gaia è infatti, per molti versi, inquietante. È la scelta della “coscienza comune di ogni goccia di rugiada, di ogni sasso, perfino del nucleo liquido del pianeta”  (p. 6). Significa optare per un superorganismo che “obbliga a ricorrere a un pronome inventato Io/noi/Gaiaper esprimere l’inesprimibile” (p. 5) e cioè la conciliazione impossibile fra la coscienza individuale e quella collettiva. Fra il libero arbitrio, il pensiero critico, le idee, la visione del mondo, le emozioni, i ricordi di un individuo e il loro farsi un pensare e un sentire collettivo. Pardon:universale, dato che, alla fine, Gaia diventerà Galaxia e “abbraccerà tutti gli sciami stellari della Via Lattea” (p. 6).

Non basta che Trevize abbia operato la sua scelta. Deve sapere perché l’ha fatto e, soprattutto, se la sua decisione è giusta o sbagliata. E, come universale è stata la sua decisione, così deve diventarlo anche la conoscenza del movente. È, questa, la responsabilità, fatalmente individuale ma, al tempo stesso, nei confronti dell’Universo intero, che lo schiaccia con il suo peso lungo tutto il libro. L’interrogarsi di Trevize su questo punto è indubbiamente ossessivo ma il lettore lo condivide a ogni pagina, specie in quelle in cui in effetti l’Io/noi/Gaia incarnato da Bliss, una dei compagni lungo il viaggio del protagonista verso la Terra, in cerca di risposte, si fa più fastidioso, quasi cantilenante. Possiamo pure cedere al mantra del condizionamento (storico, sociale, culturale e via discorrendo) che c’impedirebbe di essere liberi, almeno a sentire certa filosofia mainstream, ma esiste una naturale resistenza dell’essere umano alla dissoluzione nella totalità, quali che siano le sembianze di volta in volta da essa acquistate.

“Iperspazialmente, la Galassia è un punto… come tutto l’Universo. Non abbiamo visitato nessun’altra galassia e per quel che ne sappiamo nessuna specie intelligente di un’altra galassia ha mai visitato la nostra… però un giorno la situazione potrebbe cambiare. E se arriveranno degli invasori, troveranno senza dubbio il modo di aizzare degli esseri umani contro altri esseri umani. Lottiamo tra noi da tanto tempo che siamo abituati a certe assurde dispute micidiali. Gli invasori trovandoci internamente divisi ci sottometteranno o ci distruggeranno. L’unica vera difesa è la realizzazione di Galaxia, che non potrà essere aizzata contro sè stessa, e che sarà in grado di affrontare gli invasori dispiegando tutte le sue forze” (pp. 292-4). È nelle parole di Trevize dopo l’incontro con Daneel Olivaw, quasi in chiusura del libro, che l’arcano viene finalmente spiegato. Ed è un’intera concezione antropologica a dimostrare la necessità del superamento di quella naturale resistenza e della scelta di Gaia. In una visione homo homini lupus tipica della fantascienza (si vedano, in proposito, anche esempi più recenti come la Foresta oscura della trilogia di Cixin Liu), l’altro è sempre potenzialmente ostile. Un avversario nell’accesso alle risorse. Un invasore. Qualcuno, qualcosa, di così diverso da non poterne comprendere codici espressivi, comunicativi, valoriali. Ed è, allora, l’assimilazione reciproca, o quantomeno una forte solidarietà fra simili, l’unico deterrente possibile.

Si può essere d’accordo o meno con questa visione del mondo, che senza dubbio risente anche di un preciso contesto storico-culturale (la prima edizione del libro data al 1986 ma la trilogia della Fondazione risale agli anni ’50 del Novecento, in piena Guerra Fredda). Resta, comunque, il merito innegabile di aver proposto una riflessione così profonda su questo e altri temi nella cornice di una narrazione più viva e sottile di tanti saggi filosofici e destinata a segnare indelebilmente la memoria e l’immaginazione di tutti gli appassionati.

(Eowyn Milis)