Cixin Liu, Trilogia dei tre corpi

23/01/2019 0 Di Eowyn Milis

Cixin Liu, Il problema dei tre corpi, Mondadori

Cixin Liu, La materia del cosmo, Mondadori

Cixin Liu, nella quarta dimensione, Mondadori

Lo ammetto: è con una punta di degnazione (e, chissà, forse persino d’inconfessabile supponenza etnocentrica: insospettabili i mostri invasori che, pur indesiderati, albergano dentro di noi!) che mi sono accostata alla lettura della trilogia firmata da Cixin Liu. Risultato: un sonoro ceffone, ancorché solo morale.

Se li cercassimo sullo scaffale di una libreria o tra le voci di un catalogo, Il problema dei tre corpi, La materia del cosmo e Nella quarta dimensione, pubblicati in Italia, rispettivamente, il primo nel 2017 e gli altri due nel 2018, all’incirca dieci anni dopo la prima edizione cinese, farebbero bella mostra di loro sotto il genere “fantascienza”. E, in effetti, sono tre grandi libri di fantascienza, scritti da un autore che sa di scienza e, al tempo stesso, è dotato di un’immaginazione davvero strabiliante. Eppure, non solo di questo si tratta.

Come tutti i veri, grandi scrittori, a partire da Isaac Asimov, di certo modello archetipico al punto da meritare addirittura una citazione esplicita e il cameo del suo Ciclo delle Fondazioni (Cixin L., La materia del cosmo, p. 173, n. 14), Cixin Liu si cimenta in un genere, certo. Ma, nel momento stesso in cui crea il proprio universo fantascientifico, lo trascende. E’ così che prende vita un affresco grandioso sul mondo e sulla natura umana che, in un futuro via via più remoto, svela tutte le proprie ambiguità e contraddizioni, in un crescendo la cui unica costante è l’opposizione fra l’“anima bella”, cioè la parte empatica delle persone, le buone intenzioni, la nobiltà d’animo, e una filantropia pronta a sacrificare, nel più puro spirito utilitaristico, qualcuno (gli affetti) o qualcosa (gli ideali, il limite invalicabile che, come voleva Jeanne Hersch, impedisce al principe di trasformarsi in drago) per la vita e il benessere dei più. Cui prodest?… ci si chiederebbe.

Nasce proprio in questo modo il personaggio di Ye Wenjie, l’enigmatica astrofisica che, ne Il problema dei tre corpi, sullo sfondo degli orrori della Rivoluzione culturale cinese, riesce a stabilire dalla base Costa Rossa il primo contatto con la civiltà aliena di Trisolaris. In lei, il disgusto e il dolore di fronte alle nefandezze e ai soprusi di cui gli uomini possono a volte rendersi responsabili si traduce in desiderio di purga, d’“igiene del mondo”, di difesa e di preferenza delle altre specie. Di sete di ripristino di una giustizia che può placarsi solo con l’annientamento. Né si tira indietro il potenziale invasore, feroce, potente dall’alto della sua tecnologia avanzatissima ancorché minacciato dal rapido deteriorarsi dell’ecosistema del proprio mondo, alternativamente resuscitato e poi, daccapo, ostaggio dei tre soli intorno a cui orbita. Eppure, anche un tantino sempliciotto, questo Trisolaris dalla mente trasparente, che, dunque, non sa fingere né dissimulare e che a mentire deve imparare proprio dagli umani. Le navi trisolariane, alla fine, s’imbarcano in un viaggio, destinazione Terra, lungo quattro secoli.

Ha inizio, dunque, una partita a scacchi tra il bellicoso invasore e la vittima designata, le cui carte, assai poco promettenti all’inizio, vengono giocate in primo luogo con l’aiuto determinante di Shi Qiang, meglio noto come Da Shi, indimenticabile e parecchio umano ufficiale del Dipartimento di sicurezza del Consiglio di difesa planetaria. Uno sbirro rozzo, emerso chissà come dai bar più loschi del sottobosco di Pechino per infondere, grazie alla sua intelligenza acutissima, coraggio e dignità ai troppe volte smidollati cervelloni della scienza e dell’esercito internazionale. Presente sia nel primo che nel secondo volume, la figura di Da Shi affianca, ne La materia del cosmo, quella di Luo Ji, astronomo anonimo e inconcludente all’inizio, teorico della sociologia cosmica all’epilogo. Nel mezzo, l’epifania che ne diventerà rapidamente la cifra, quella della Foresta Oscura: a lui, infatti, si deve l’intuizione del paragone fra il cosmo e la giungla, nella quale solo la segretezza prudente sulle coordinate della posizione del proprio mondo mette in salvo dagli attacchi altrui. La posta in gioco è la sopravvivenza, il logico corollario la deterrenza, cioè mantenere in scacco l’aspirante invasore sotto la minaccia di svelarne la posizione e, dunque, l’esistenza. L’identità.

Ma la scorza della corazza di Luo Ji si attaglia né più né meno di una marsina stretta, che tira da tutte le parti, a Cheng Xin: a disagio costante nell’eterno dilemma tra il limite invalicabile se s’intende restare umani e le necessità della sopravvivenza (incarnate da un altro personaggio de La materia del cosmo, e cioè la figura tragica di Zhang Beihai), la protagonista de Nella quarta dimensione sceglierà, ogni volta, la prima, in coerenza, in fondo, con la propria appartenenza di genere. E finirà, puntualmente, per sbagliare. O forse no? Nella palingenesi visionaria di Cixin Liu, il punto è proprio questo: rinnovare l’universo, crearne, letteralmente, uno nuovo, dopo un secondo Big Bang, di fatto, suppone un assunto implicito, diverso dalla semplicità scontata del primo, ridotto, neanche troppo metaforicamente, al formato bidimensionale. La percezione che si ha e che si riesce a vivere, a respirare fin quasi a non poterne fare più a meno, nella quarta dimensione è un’altra, molto più profonda.

Cixin Liu non si spinge così oltre; preferisce non descrivere, né forse potrebbe farlo, come sarà tornare da un universo privato, un angusto cubo lungo poco più di tre chilometri, all’Universo dei mondi. Non è incline a facili moralismi né ad alternative alla Foresta Oscura.

Il nuovo universo, questa la notizia, resta ancora tutto da costruire.

(Eowyn Milis)