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«L’altro e l’assente» di Maria Elena Cialente

Maria Elena Cialente, “L’altro e l’assente”, note sul fantastico nel Novecento italiano, Tabula fati

Secondo l’Autrice, appare improprio tentare una classificazione del “fantastico”, tanto sfumati e multiformi ne appaiono i confini. Certo è che, nelle forme più varie, esso ha attraversato la letteratura di tutti i tempi e  di tutti i paesi. In Occidente, ad esempio, nel Settecento il fantastico appare come trasgressione nei confronti della cultura dominante, poi, poco alla volta, si giungerà a una visione dell’Io come non più unitario e costantemente conforme a se stesso, ma disgregato.

Punto di riferimento obbligato sembra essere un saggio freudiano del 1919, Das Unheimliche (Il “non-familiare”), su come all’improvviso ciò che ci è familiare divenga invece estraneo e dunque motivo di turbamento. Freud fa risalire il tutto alle nostre paure e desideri inconfessabili, primi tra tutti il complesso di Edipo e la paura del buio e dei morti.

Dunque, si è di fronte a qualcosa che ci riesce impossibile integrare nella nostra quotidianità: ciò significa che arriviamo a percepire una parte di noi come estranea. È Todorov a spingersi fino ad affermare la fondamentale estraneità di ognuno di noi a se stesso, alla parte più profonda, quella che non arriva alla coscienza. L’esistenza dell’ALTRO è dunque un postulato, una necessità per la costruzione dell’identità del sé. Il luogo privilegiato dell’ALTRO e dell’ALTROVE è proprio la letteratura fantastica. Sbaglierebbe comunque chi ritenesse che essa sia una semplice registrazione della disintegrazione dell’Io. Essa si pone anche come tentativo di ricomporre il soggetto in uno schema unitario, per tramite della riconciliazione con l’altro da sé.

Se ci si sposta nel Novecento, la letteratura fantastica tende a trasformarsi in letteratura dell’ASSENZA, vale a dire di una condizione umana caratterizzata dallo scacco conoscitivo, da distanza ed estraneità (di Dio, dell’oggetto amato, in fondo di se stessi). Paradossalmente emerge una volontà dir recupero dell’infinito. Di fatto, una sorta di fantastico “mentale” prende il posto di un fantastico legato ad accadimenti esterni e inesplicabili. Viene meno l’illusione che sia possibile racchiudere il reale in uno schema rigoroso e con essa ogni possibilità di assegnare al fantastico una funzione prettamente evasiva.

A riempire questo vuoto angoscioso, ecco la fiaba e l’ironia: l’umorismo permette quella distanza che offre la possibilità di portare alla luce contenuti della vita psichica difficili da trattare in modo esplicito. All’angoscia, nel fantastico del Novecento, si affianca il dolore, esistenziale, connaturato al nostro “essere nel mondo”.

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