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Laboratorio di scrittura al Marconi: due parole

 

Osservo incredulo la palestra che si riempie. A piccoli gruppi, i ragazzi entrano e, come per un tacito accordo, si dispongono a semicerchio, accovacciandosi a terra. Hanno sguardi allegri, si sentono liberi, lo avverto, è nell’aria.

Sorrido. Il primo passo del neonato laboratorio di scrittura, l’Officina Marconi, offre già il vero senso di questa esperienza: nessuna costrizione, libertà assoluta di espressione, niente registri da riempire.

Ho qualche timore. saranno più di cento ragazzi, come farò a strutturare il laboratorio? Comunque, c’è un punto fermo: nessun criterio di selezione. Tutti potranno partecipare e, allo stesso modo, saranno liberi di andar via in qualunque momento. È la sola cosa di cui sono certo, che ritengo indispensabile.

Comincio a parlare e mi rendo conto che gli adolescenti sanno istintivamente quando potersi fidare. Sono attenti, hanno una certa luce negli occhi. Ne nasce una discussione interessante, con qualche confusione ma aperta, senza ritrosie o infingimenti. Decidiamo che ci vedremo tutti in Aula Magna e creeremo una sorta di bottega artigiana della scrittura.

Nelle settimane successive, tutto assume una fisionomia ben chiara. Qualcuno, pendolare, è costretto a rinunciare, ma il successo è pieno. I ragazzi prendono coscienza di essere un gruppo, pur nell’assoluto rispetto delle singole individualità. Il lavoro quasi mi sommerge. Sembra che tutto ciò che era celato nei cuori e nelle menti, scalpiti ora per prendere forma nella scrittura.

Impercettibilmente, tutti cambiamo, mi accorgo di essere parte attiva della bottega, ma per fortuna parte non predominante, né condizionante. Mi commuove la fiducia negli sguardi di chi si avvicina e mi chiede consiglio, avanza proposte. C’è una meravigliosa confusione, l’Aula Magna risuona di vita, vita “vera”.

 

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