LAB Marconi: un racconto breve

22/03/2020 0 Di Giancarlo

SENZA TITOLO  (di Eowyn Milis)

L’anima del vagabondo l’aveva sempre avuta.

Fino a quando riusciva ad andare indietro nei ricordi, il viaggio era stato la sua dimensione naturale; cambiare luogo, spostarsi continuamente, ritrovarsi ogni volta altrove: tutti indicatori chiari della sua inclinazione alla transizione. Di cui lui assaporava fino in fondo il gusto attraverso i suoi occhi tondi, simili a quelli di una civetta, quasi avesse degli occhiali incorporati sulla faccia.

In parte il merito – o la colpa? – era sicuramente della madre che, fin da piccolo, se l’era trascinato al seguito in lungo e in largo insieme ai suoi fratelli. Quelli però, a lungo andare, si erano rivelati di gran lunga più sedentari di lui che invece aveva proprio il talento e lo spirito dell’esploratore. Gli era toccato, dunque, di continuare la tradizione materna, e non è che gli pesasse troppo, in verità.

Ad affascinarlo era soprattutto il mondo della natura più che gli itinerari-storico artistici: certo, il mondo è tutto una scoperta, questo lo sapeva bene, ma più di tutto la ciclicità delle stagioni, il rifiorire degli alberi in primavera e in estate, il foliage autunnale e persino le asperità degli inverni più duri avevano il potere di rassicurarlo, di riconfermarlo nelle poche certezze della vita. Gli piacevano, in particolare, i tramonti; nel corso dei suoi vagabondaggi, non appena avvertiva l’odore soffuso, indefinibile della notte imminente, trovava sempre il tempo di una sosta in un angolo scelto apposta per contemplare la scia del sole calante. Avrebbe saputo descrivere a menadito lo sfumare progressivo del violento alone rossastro dei pomeriggi estivi nel violetto tendente al nero della notte quando avanza.

Come tutti i veri viaggiatori, non si spostava mai in gruppo, come invece fanno i turisti, ma sempre da solo.

Era una scelta ben ponderata, dettata sia da esigenze pratiche, come la libertà di decidere quando arrivare in un posto, fino a che trattenersi, quando ripartire, sia perché tanto non sarebbe riuscito a condividere con nessun compagno di viaggio le sue esperienze: era sempre stato un tipo poco socievole e consapevole di esserlo.

La solitudine non gli era mai pesata. Però, non poteva negare che l’incuriosiva quel non imbattersi da un po’ neanche in un’anima. Eppure, dalle serrande abbassate delle case s’intravedeva filtrare la luce; si udiva il brusio di voci sommesse. In strada, però, nessuno. Solo, di tanto in tanto, dei buffi personaggi abbigliati in modo singolare, tutti di scuro, con cappelli dalle scritte incomprensibili: polizia; guardia municipale; esercito: unità anticovid-19.

Ne era certo, comunque. Non poteva trattarsi che di una diserzione momentanea; presto, sarebbero sciamati tutti fuori di nuovo, a partire dalla sua coinquilina. Lui, nell’attesa, acciambellato sopra l’albero più alto in giardino, la coda penzolante, le vibrisse e le orecchie abbassate, si sarebbe goduto un nuovo tramonto.