Vai al contenuto

La gatta di Penelope

Eccolo là, quello sciocco ammasso di pulci! Fino all’ultimo si è dovuto mantenere fedele a quel che è sempre stato, un credulone sentimentale   rimasto in attesa di quel vagabondo del suo padrone per tutti questi   anni!” pensò, mentre si stiracchiava con fare ostentatamente indolente   per poi esibirsi in un sonoro sbadiglio di rammarico, pietà e stizza,   mischiati tutti insieme in un’improbabile miscela. Davanti ai suoi occhi,   lo spettacolo di Argo, il sodale di una vita (definirlo amico sarebbe   stato forse eccessivo, dopo tutto), che moriva nel momento stesso in cui   il sogno di rivedere l’amato padrone si realizzava.

Provava pena  per   lui, una pena autentica, benché non riuscisse certo a identificarsi nelle   sue emozioni: e non solo perché lei era un gatto, anzi, per la precisione   una bella gattona florida e un pò agée a cui le stagioni trascorse avevano   donato un’aria sorniona e una saggezza sagace e vagamente
sardonica. È che lei proprio non era così, come lui, forse perché la sua amica, e non  padrona, Penelope, non si era mai sognata di andarsene a zonzo per i mari;  e, pure l’avesse fatto, lei non si sarebbe mai lasciata sorprendere a  indulgere in sterili sentimentalismi. Piuttosto, ne avrebbe capito
l’esigenza   di libertà, che in una donna è sempre tanto diversa dall’analogo maschile.
  Le dispiaceva dunque per Argo, ecco tutto, perché aveva consumato l’intera  sua vita nello struggimento per la lontananza di quel bel tomo di Odisseo.   Che, per inciso, tutto quest’attaccamento non se lo meritava proprio, così  preso com’era esclusivamente da sé e da bisogni, i suoi, rispetto
ai quali   l’esistenza degli altri non veniva contemplata se non come un effetto   collaterale e un particolare meramente accidentale. Lui aveva dovuto a   tutti i costi ascoltare il canto delle Sirene, lui aveva dovuto per forza   attendere il Ciclope nella sua spelonca, lui, lui, lui... E così aveva   fatto anche stavolta, guardandosi i suoi comodi e cavandosela poi con una  teatrale carezza di congedo. Come se potesse bastare a ripagare chi l’aveva   atteso giorno dopo giorno per più di vent’anni! Oh, magari adesso se ne   sarebbe uscito pure con la storia della nostalgia, ne era sicura: la   nostalgia del pasto caldo che si trova in tavola dopo il lavoro, delle   coperte in cui ci si avvolge quando ci si corica, dei propri comodi calzari come della propria moglie! Penelope era tutt’altra pasta e ben  diverso il rapporto fra di loro. Del resto, da un pò di tempo la sua amica  aveva ben altri problemi, intenta com’era a respingere gli assalti di quei   disturbatori della quiete altrui che le si erano villanamente piazzati   dentro casa senza invito. Un vero flagello di Dio, quei Proci, il cui  unico orizzonte di senso sembrava consistere nell’ingozzarsi a sbafo, nell’ubriacarsi   ruttando rumorosamente e nel dare il tormento a ogni donna o sagoma anche   vagamente femminile che si presentasse loro a tiro. Lei si divertiva   spesso a sorprenderne qualcuno e a graffiarlo per dispetto, tanto   quelli sbraitavano un pò e anche quando tentavano di alzarsi barcollando   per correrle dietro erano puntualmente troppo alticci o troppo grulli per  riuscire ad acchiapparla. Non che Odisseo fosse molto meglio di loro, del   resto; se ci avesse tenuto veramente al suo oikos avrebbe almeno tentato   di non partire per quella guerra sciagurata, altro che storie!
Invece, l’“onore”   l’aveva facilmente avuta vinta e gli era stata subito sacrificata la   famiglia. L’onore?!?! Scosse la testa. E che razza di onore avrebbe mai  potuto esserci nell’andare a bruciare e a saccheggiare impunemente case di   gente che, proprio come loro, non aveva altro desiderio che quello
di   starsene in pace nella propria terra, fra le proprie cose, ad allevare e a  veder crescere i propri figli? Quale coraggio poteva mai trovarsi nel   prendere con la violenza donne straniere, nell’umiliarle, nel
costringerle   a guardare mentre figli e genitori venivano trucidati? Quale eroismo mai  nel costringerle poi, inermi, a salire sulle imponenti triremi da guerra   per essere condotte, schiave, nelle città achee, esiliate per sempre dalla   propria terra, dalla propria lingua, dai propri affetti? Eppure, quello   era l’onore, quello il coraggio, quello l’eroismo che il grande guerriero   Laerziade aveva anteposto alla cura della propria casa, senza peraltro   prendersi la briga di premurarsi di tornare presto. Del resto, in
quella   situazione la sua amica aveva imparato assai velocemente a prendere le  opportune contromisure, come sempre quando gli uomini se ne vanno per   cacciarsi nell’assurdo pasticcio della guerra e alle donne tocca l’occasione   di gestire da sole l’oikos. E non se l’erano cavata niente male
all’inizio,   prima che gli usurpatori piantassero le tende nella reggia, convinti,   chissà perché, che una donna capo di casa sua sia un ossimoro innaturale!
Era stata una parentesi molto felice, insomma. Ma durata troppo poco. Lei   aveva visto con orgoglio la sua amica trasformarsi gradualmente da brutto   anatroccolo esitante e timoroso di tutto qual era quando, novella sposina,   l’aveva presa con sé per compagnia, a donna adulta, capace di badare a se  stessa da sola, autonoma, parimenti in grado di gestire la casa e gli   affari con saggezza e con fermezza. Come e meglio di un uomo. E di un uomo  aveva fatto a meno senza rimpianti semplicemente perché non ne aveva avuto più bisogno, timorosa com’era di venir ricacciata in quella
condizione di subalternità dalla quale con tanta fatica si era emancipata. Ci aveva   messo vent’anni. Ma in vent’anni Penelope era diventata pienamente   consapevole di se stessa. Anche dopo l’invasione della reggia da parte dei Proci, si era dimostrata abilissima a gestire quei selvaggi nel modo   migliore: dopo tutto, era venuta a capo di uno tanto più sveglio,   figurarsi se non poteva farcela pure con quelli! La sera, quando si   ritirava nelle sue stanze, subito prima di andare a sfasciare quella   benedetta tela (anche lei, per inciso, non faceva mai mancare il   contributo delle sue unghiette affilate all’opera decostruttiva) era dalla sua amica di pelo che veniva e, sfilatasi, i sandali, le dava una   grattatina complice sulla testa. A quel punto lei, la gatta, le si   accoccolava contro le palme dei piedi facendo rumorosamente le fusa. Era il loro modo di fare conversazione anche perché Penelope non aveva
amiche,   neanche nella reggia: quelle stupide delle sue ancelle, per non parlare di quella pesantona della nutrice, la guardavano con sospetto perché   pretendeva di fare tutto da sola e ci riusciva pure. E loro là,occhi bassi e lingue biforcute, ad aspettare un passo falso, un errore della regina che la retrocedesse alla loro condizione, l’unica che conoscessero e dalla quale rancorosamente non volevano saperne di uscire. Dispiaceva vedere delle donne comportarsi così, senza capire che le conquiste
di Penelope avrebbero potuto essere di tutte, purtroppo sembrava proprio che a parte la sua amica di pelo nessun’altra condividesse le aspirazioni della regina. Per inciso, lei, la gatta, aveva sempre apprezzato la discrezione di Penelope nell’evitare d’imporle un nome riducendola così a mera proprietà: quello che invece, con ogni probabilità, le era accaduto,   ne era sicura, prima con il padre, poi con il marito e un giorno chissà, magari pure con quello smidollato del figlio che non c’era verso
di persuadere a crescere. E probabilmente per questo il loro rapporto restava veramente paritario, misto di affetto, complicità, rispetto. Per questo lei non avrebbe mai potuto fare con Penelope come Argo con Odisseo. Per questo si percepivano sorelle, così affini, oppure forse così diverse.
  Chissà.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

“Questo sito raccoglie dati statistici anonimi sulla navigazione mediante cookie nel rispetto della privacy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione acconsenti all’uso dei cookie.”

Chiudi