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Giovanni D’Alessandro su Nemesis

 

Colpisce, nella narrativa di Giancarlo Giuliani, quando ambientata nella classicità, la capacità di ricreare personaggi, luoghi, eventi, atmosfere e in sintesi tutto un mondo, risalente, per questo suo nuovo romanzo intitolato Nemesis, (Tabula Fati, 2016, p. 103, con nota per il lettore e postfazione  dell’Autore) a quasi due millenni fa, rianimandolo agli occhi di chi legge come se quelle vite non si fossero mai spente, come se continuassero, in una dimensione metaspaziale e metatemporale, ad essere presenti in una dimensione parallela, cui l’Autore ha accesso. È la magia dello scrivere. Ma è una magia richiedente precisi riti di evocazione che Giancarlo Giuliani padroneggia, in quanto classicista, in quanto storico, in quanto autore che si cimenta ogni volta, per diversi soggetti, con una severissima schedatura, volendo usare il termine con cui convenzionalmente, allorché si scrive un romanzo storico, s’indica la fase della faticosa documentazione su un determinato contesto in cui inserire la fiction. E non è una sintesi facile, quella tra storia e inventiva. A volte la fiction viene soffocata dal dato di documentazione e il filologismo uccide l’invenzione. Più spesso è il dato storico a rimanere estraneo alla narrazione, limitandosi a fungere, per essa, da mero inessenziale set.

Ma quando con questa classicità si sono maturate per decenni consuetudine e quotidiana frequentazione (in veste di docente e di ricercatore, quale Giuliani è, di materie umanistiche tra cui latino, greco, filosofia) e s’è insomma nutrito amore, non c’è pericolo di mancata sintesi. Le storie si presentano vive al lettore.

Qui il contesto è di una città reale, Afrodisia di Caria, nel III secolo dopo Cristo: città ellenizzata nell’alveo di un Mediterraneo che, con buona pace di Roma che tutto l’aveva annesso al suo impero, continuava a essere molto più di cultura greca che romana. Lo era anzi un po’ tutto l’impero romano sino all’Iberia, sino agli estremi confini settentrionali e orientali, e lo riconoscevano i romani stessi. La lingua parlata a corte dagli imperatori e nella quotidianità dei traffici continuava a essere, da mezzo millennio, la koiné dialektos, una sorta di tardo greco commerciale dilagato quanto l’inglese oggi. Il latino era confinato a lingua degli atti amministrativi.

Le ragioni erano due: la ellenizzazione di tutto il mondo in atto dal tempo delle conquiste di Alessandro Magno e il consolidarsi delle loro partizioni con commerci, strutture di governo, regni diventati province dell’impero romano e capitali di cui oggi s’è quasi perso il nome, come Antiochia e Nicomedia in Asia Minore, le quali avevano il doppio degli abitanti di Roma e già cominciavano a magnetizzare verso oriente, rispetto all’occidente italico, la vera futura capitale dell’impero: verso quella che sarà Costantinopoli.

E il faro, in ogni senso, era nella più importante città, Alessandria d’Egitto, che non poco conta in Nemesis. Perché con la sua biblioteca, con le sue scuole di pensiero, era la capitale culturale della romanità, la quale attirava tutte le menti più elevate. Ne rappresentava   - al di là dell’altissima meraviglia del faro ubicato all’ingresso del suo porto, che prendeva nome dall’omonima isoletta –  il vero faro di luce intellettuale.

L’Afrodisia del romanzo era una remota città satellite di Alessandria - come ben spiega Giuliani -  con un importante tempio e un’importante scuola-biblioteca, dove l’Autore fa muovere ambiziosi giovani, uno dei quali scopre a un certo punto di avere tra le mani una straordinaria opera, che si credeva perduta, di Aristotele.

L’informazione, 2000 anni fa quanto oggi, era potere.

E quali porte, quali gloriose strade non si sarebbero dischiuse da Alessandria verso chi, dalla remota Caria, si fosse presentato con in mano quest’autentico tesoro, di cui da secoli s’era persa ogni traccia?

Brame, invidie e gelosie cominciano dunque a circondare il manoscritto, ma esse non appariranno subito evidenti al lettore, facendolo invece muovere sui passi che l’investigatore Alessandro viene chiamato a fare, per venir a capo di una catena di misteriosi omicidi e di altre circostanze, apparentemente inspiegabili.

In un intreccio di vicende che si lascerà al lettore di seguire, l’alone che si solleva verso Alessandro assume la forma di un coltivato, ma non impenetrabile silenzio; scandito appunto da morti violente in cui vittime e sospettati sono tutti allievi di Alessandro o giovani loro coetanei.

Tutti gli ambienti della città cominciano a ruotare attorno a un punto di gravitazione da cui cola sangue. Il governatorato romano. La scuola. Il tempio. La ricca casa del primo mercante. L’umile casa di una giovane prostituta. Gli anfratti bui che Afrodisia ospita anche nelle trafficate vie del centro. I suoi infidi quartieri periferici.

Bisogna fermarsi qui ed entrare, adesso, ad Afrodisia, dove l’Autore sta conducendoci. Con circospezione, perché qualcuno, per qualcosa, è disposto a uccidere e lo sta facendo.

Questo thriller storico ha una sola tecnicalità d’indagine: l’intuizione dell’inquirente Alessandro e il suo accoramento per le morti che coinvolgono gli allievi; Alessandro che è poi una figura storica, realmente vissuta ad Afrodisia, il sommo Esegeta (con questo nome conosciuto) di Aristotele, dietro i cui scarni dati storici Giuliani colloca un investigatore.

Il resto è fiction, diremmo oggi, ma una fiction molto particolare e inquietante: le vicende di Nemesis si seguono camminando su strade, lastricate o polverose, tra templi e colonne, vestiti di tunica e di pallio, dalle cui pieghe rapido, inatteso - perché a volte celato da occhi amici -  scatta il pugnale.

 

 

Giovanni D’Alessandro

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