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Galassie perdute (Vittorio Piccirillo)

Recensione a Vittorio Piccirillo, Galassie perdute, Tabula fati 2017

Non è facile scrivere un romanzo di fantascienza. Soprattutto, non è facile scriverne uno riuscito.
Il genere, infatti, annovera, tra i precedenti, degli autentici fuoriclasse (Isaac Asimov su tutti), nomi che, sembrerebbe, hanno esplorato, e forse esaurito, tutto l’immaginario collegato ad astronavi gravitazionali, flotte stellari, galassie lontane, balzi nell’iperspazio e dintorni.
Ecco perché inserirsi in un canone simile pone anche, preliminarmente, di fronte a un aut aut:  o scegliere d’ignorare deliberatamente l’universo costruito, volume dopo volume, da altri scrittori, alcuni dei quali a loro volta fisici e scienziati, oppure trasformare quel retaggio in qualcosa di nuovo, pur se ancora sapido di antico, e magari di diverso.

Con il suo Galassie perdute, edito per i tipi di Tabula fati, Vittorio Piccirillo ha tutta l’aria di aver intrapreso la seconda via. E bene ha fatto, a modesto avviso di chi scrive. Le pagine del suo romanzo tradiscono l’eco, diremmo quasi la fragranza, di citazioni indirette, camei o anche semplicemente ripresa creativa e condivisione, dei grandi classici, letterari ma anche cinematografici, di fantascienza.
Il che, tuttavia, non implica in alcun modo che Galassie perdute sia adatto al solo pubblico di nicchia o agli amanti del genere: colpisce, per esempio, la scelta operata dall’Autore di una protagonista donna e, più ancora, la capacità di vedere il mondo e valutare le persone dal punto di vista femminile. Anche quando Kendra, questo il suo nome, si propone in pose e atteggiamenti maschili, lo fa sempre obtorto collo, costretta da esigenze di difesa, della propria persona come di chi le sta a cuore.
Del resto, si ritrova a fronteggiare, pur in un’ambientazione futuribile, piaghe antiche e situazioni che calzano a pennello non solo con la storia umana passata, ma anche dell’oggi.  Kendra potrebbe essere una giovane scampata al funesto destino dei bambini soldato nel sud del mondo, come appare evidente nella scena in cui, suo malgrado e del tutto impotente, assiste allo sterminio della sua famiglia da parte dei pirati, piombati inaspettatamente sul suo pianeta, la luna agricola. Ma potremmo scoprirla anche in uno dei tanti giovani banditi all’asta, proprio come fossero animali, da trafficanti senza scrupoli in cerca di schiavi sessuali o di riserve viventi di organi.
L’Autore ci mostra Kendra alle prese con lo sguardo famelico e predatore di un uomo che intende stuprarla e, poi, la sua reazione di difesa e protezione nei confronti di Meya, la bimba affidata alle sue cure. Questa stessa reazione viene messa in scena alla fine, quando la protagonista si consegna ai pirati in cambio della salvezza dei suoi nuovi amici, i contrabbandieri che costituiscono la sua famiglia surrogato.
Sullo sfondo, variabile fondamentale e velata da un alone di mistero in questo primo tomo della saga, il dualismo tra opposte ideologie, la lotta epica fra bene e male. Anzi, fra Il Bene e Il Male, se, come s’intuisce, a fronteggiarsi nella battaglia finale saranno l’eterna (e sempre disgustosa) utopia dell’eugenetica e della creazione di una razza pura legittimata al predominio, e il suo opposto, la solidarietà, l’empatia, l’idea che solo all’interno di una comunità ci si possa realizzare compiutamente. Che si possa essere pienamente individui solo nel rapporto con gli altri e intorno al bene comune.
Un po’ sadicamente, Piccirillo conclude il libro al culmine della tensione narrativa, lasciando in sospeso la sorte di Kendra e dei suoi amici come pure il fiato del lettore. L’auspicio è che possa dare alle stampe al più presto il secondo libro della serie per consentirci di tornare a respirare liberamente.

Eowyn Milis

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