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Con nostalgia: Marco Tornar su Diospolis

 

PRESENTAZIONE

Nella mia presentazione al bellissimo romanzo di Giancarlo Giuliani ho tentato un'analisi letteraria avvalendomi anche di formulazioni proprie della critica storico-musicale. Subito, tuttavia, ho invitato il lettore a lasciarsi scivolare indietro nel tempo, fino al VI secolo a.C. senza porsi pregiudizi o domande, ad abbandonarsi fiducioso all'evocazione narrante. Perché il poeta del Liber alchemicus ha fatto sì rinascere magistralmente uno dei più affascinanti “grandi iniziati”, per dirla con Edouard Schuré, che annoveri la Storia – ma lo ha anche celato sotto il nome di Savrias.

In una collinare “macchia di alberi” dell'isola di Samo la scena archetipica dove i fantasmi formali della giovanissima bella greca Parthenis e del suo innamorato Dioscuros consumano l'ultimo incontro – dopo duemila e seicento anni fecondante la stessa tensione mimetica dell'autore di questo Diospolis. Il quale, proprio perché è anche l'apporto più rilevante che abbia ricevuto la lirica abruzzese e italiana degli ultimi anni, sa bene quanto siano incompatibili prosa e poesia.

La tensione del libro è tanto concreta che vediamo infatti piangere, Parthenis – alla falsa notizia della morte di Dioscuros – e in dissolvenza incrociata, “stelle che scivolavano lentamente nel cielo”, osservate dall'appena nato, piccolo frutto di un amore ostacolato per sempre. Vibra fino alla finale febea Delfi il rapporto tra angoscia terrena e meraviglia celeste: è il conflitto che l'adolescenziale talento speculativo, filosofico, di Savrias – un vero prodigio già per tutti – si propone di risolvere. Coi numeri. Con la sublime musica dei numeri. Savrias – che lascerà la Grecia per conquistare la conoscenza dei misteri di Heliopolis, di Diospolis, di Babilonia – memorabile la scena del funerale dell'assassinato sacerdote Akhen – altri non è che il futuro autore del famigerato teorema, colui che mito vuole ascoltasse la musica delle sfere, proibisse i discepoli dal mangiar fave...

Giuliani non fa accenno all'interdetto pitagorico verso le fave – interpretato da Levi-Strauss come rifiuto del mondo dei morti, della decomposizione: il giovane Pitagora è immunizzato da ogni cupio dissolvi, causa anche l'attrazione per le ottave sempre più acute quando si suddivide la corda di uno strumento musicale...

Il richiamo da me proposto, come dicevo, per interpretare questa struttura romanzesca non l'ho individuato tuttavia nella diacronia beethoveniana. Nel suo flusso unico, sincronico, nell'eco dell'arcaico, la lisztiana “forma ciclica” prevale sulla tradizionale “forma sonata” del romanzo storico. Sola articolazione del tema  la metamorfosi – il “ciclo”, quello di un figlio beniamino degli dèi, che compie il ritorno all'origine sacro alla tradizione classica. Nella mia presentazione ho accennato anche al fatto che ogni storicizzazione onnisciente agisce per  inconsapevoli, impreparati contemporanei, attorno a un centro occulto... Tanto più questo vale, allora, rispetto a un coraggioso romanzo su Pitagora – sulla cui vita, com'è noto, perfino le fonti classiche sono assai vaghe. Come dunque avrà fatto, l'autore, a imbastire una simile trama?

Ogni artista è un medium – a prescindere dalle stesse idee  di Schuré. La riprova di questo, in Diospolis, sta anche nell'ambito visivo, oltre che musicale. E certo uno dei più autorevoli esegeti moderni della forma, Ernst Cassirer, non può dar adito ad ulteriori sospetti verso il mio indugiare su termini  di norma fuori da ogni scientificità.

In un suo studio su Lotte in Weimar di Mann, il filosofo tedesco rimeditò il concetto goethiano dei colori entoptici per avvalorare la pulsione immaginaria di uno scrittore che si cimenta con la Storia. Al di là della necessaria documentazione – scrupolosa quella di Mann rispetto alla vita di colei che fece da modello all'amata di Werther, non da meno quella di Giuliani, grazie alla sua profonda conoscenza del mondo classico – un artista può reinterpretare il passato rendendolo perfino più verosimile di quello effettivamente svoltosi. Trasferite dalla fisica all'arte, le enigmatiche forme che incantavano Goethe, suscitate dall'accostamento di luci, specchi, cristalli di calcite – addirittura si creano anelli, croci bianche o nere – per Cassirer costituiscono il paradigma di un'interpretazione fondante più del mero dato originale.

La purezza di Diospolis sgorga come un raggio luminoso attraverso un cristallo – supplisce alla censura dei secoli, al dissolversi delle tracce biografiche – da una prosa minerale appare  un uomo, un mito – la voce scritta di Giuliani, la tenera luce della poesia, gli ha infuso un'altra, nuova vita.

Marco Tornar

 

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