Cialente su POEMA MINIMO

24/03/2019 0 Di Giancarlo

Minimo come il crepuscolo dei paesaggi nordici in cui il poeta ci accompagna e come l’universo intimo esplorato con delicata sensibilità, il Poema di Giancarlo Giuliani, che da tempo fa della poesia uno strumento speculativo e di ricerca teleologica, dipana la sua indagine conoscitiva nelle regioni del caos, di quelle spinte primordiali che, pur fronteggiando l’umana finitudine, approdano alla percezione della coscienza come unità stabile e rigorosa: <<Portiamo in noi la saldezza / della roccia, l’ombra/ che offre riparo, la pazienza /che scaccia la disperazione>>.

Ma la proiezione verso l’assoluto, a cui l’io non rinuncia, è un <<volo senza punto d’arrivo, infinito/ solitario, totalmente umano>>, un cupio dissolvia cui ci condanna la percezione del vero, e di quel nulla, agognato perché percepito forse come reale essenza del tutto, <<intuiamo la dolcezza>>.

Il primo frammento ci introduce, così, in un percorso speculativo, non scevro da puri abbandoni lirici, che decodifica la vita come un susseguirsi di <<colpi / improvvisi, traumi ripetuti, […] / esperienza inammissibile>>. Eppure, quel cielo lontano e indifferente al destino dell’uomo, resta il luogo in cui cercare <<un indizio che ci colleghi alle stelle>>: a capo chino, accettando che l’asse del mondo sia solo un albero senza radici, l’io lirico conta le notti, scruta l’universo sapendo che la verità si rivela solo attraverso i simboli, accetta il dolore come prezzo da pagare per soddisfare la sete di vita che percorre il mondo e l’agire umano.

Quello stesso dolore che redime, che insegna come la vita si nutra necessariamente di morte e di sacrificio. Ma dobbiamo accettare “l’assoluta necessità del male” proprio per scoprirci “parte dell’armonia dell’esistente”: dobbiamo accettare l’addio delle persone che amiamo, che la loro voce “divenga un sussurro”, anche se non ne abbiamo la forza. La poesia prenderà il nostro posto quando non saremo più: eppure alla dolente limitatezza della nostra “effimera divinità”, l’io lirico contrappone l’incitamento a resistere: <<Non possiamo darci per vinti>>. Attraversando i paesaggi freddi e petrosi del Nord d’Europa, il poeta lotta e sopravvive all’urto del tempo e del male, alle perdite e al peso di quanto esula dalla nostra comprensione. La scrittura si fa strumento attraverso cui scardinare le porte dell’ignoto: <<La mia pagina è sterile/calligrafia, eppure è la via / di accesso al mistero>>. E la parola è salvifica: la rivelazione giunge attraverso i segni e i gesti di un sacerdote norreno: la morte si sconfigge attraverso il cammino, accettando il viaggio della vita, i suoi rischi, le inevitabili ferite. Si sconfigge acquisendo la consapevolezza di essere “ parte essenziale dell’infinito”, “esplosione vitale”, veleggiare del pensiero “verso l’alto, oltre il cielo,/ nell’infinito fluire / delle galassie”. E il poeta che si fa di nuovo cantore, scende agli Inferi e attende l’epifania, la rivelazione che verrà: <<Nel silenzio apparirà un segno>>, ma sarà un segno che svelerà la vita come ineludibile nullificarsi dell’essere a cui contrapporre l’affermazione della dignità umana oltre ogni vana consolazione. Eppure, se <<una sola lingua proclama/ il nostro orgoglio di uomini>>, se il male lascia i suoi germogli nell’arida terra con cui si conclude il canto, insopprimibile resta un <<lacerante bisogno d’amore>>.