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DOVE VA TUTTO L’AMORE DEL MONDO.

Dove va tutto l’amore che diamo e che non ci ritorna indietro? Esiste un posto, una persona, un tempo in cui tutto il sentimento non corrisposto e investito pagando costi altissimi va a depositarsi, pronto ad essere ricevuto questa volta?

Passiamo attimi, mesi, anni, epoche amando qualcuno o qualcosa inesorabilmente e con tutte le forze, il cuore, l’anima e persino la testa. Ci aspettiamo in qualsiasi momento di essere ricompensati, corrisposti in un futuro prossimo ma, invece, sbattiamo la testa, l’anima, il cuore e le forze contro un muro che i nostri sensi offuscati non percepivano. La botta è forte, il dolore grande, la forza consunta e l’anima e il cuore scheggiati.

La scelta è andare avanti, imperterriti nel vivere un atto di fede che ci porta a credere e credere ancora che sia possibile innamorarsi di nuovo? Oppure rassegnarsi ad un cinico scetticismo che trasforma la sofferenza in uno spietato pessimismo, spegnendoci, chiudendoci, raffreddandoci e diventando immuni dal terribile peso del “non essere corrisposti”? Perché, diciamolo, non essere la scelta è una macchia che noi, donne fragili, ci porteremo addosso per tutta la vita e che, in un modo o nell’altro, ci condizionerà tutta la vita.

Nel primo caso la speranza è linfa vitale, sangue vivo nelle vene ma il rischio è quello di farsi di nuovo male, con uno schianto che forse non lascia un’ulteriore speranza di rialzarsi e ricostruirsi. Ogni volta che amiamo e non siamo amate, che diamo senza ricevere, che speriamo per poi disperarci, se ne va un pezzo di noi, e, pezzo a pezzo, non ci rimarrà più niente.

Nel secondo caso si è immuni da qualsiasi tipo di delusione, anestetizzati contro qualsiasi dolore, ma anche insensibili a qualsiasi emozione. Non ci si sente più il cuore, né nel bene né nel male. In questo caso si muore, semplicemente, in silenzio, come la morte di Hugo che avviene in tanti modi, come la tristezza di Battisti che scende in fondo al cuore e come la neve non fa rumore. Uguali, Hugo e Battisti. Uguali, la morte fisica e quella non fisica.

Quindi, alla fine, è meglio restare inguaribili romantici o cinici spettatori dell’amore? Cos’è meglio, un bicchiere mezzo pieno che se cade perde tutto il contenuto, o un bicchiere mezzo vuoto che non può rovesciare nessun contenuto?

Io, dal mio cuore naufrago, non lo so. So solo che per sapere le cose è necessario farle, non c’è altro modo. Ancora una volta, per saperlo, per sapere come andrà, per sapere se è meglio un giorno da leone, ferito ma che ha ancora voglia di ruggire, o cento da pecora, illesa ma tremendamente mediocre, è necessario buttarsi, con il rischio di sbattere contro un muro un’ennesima volta. Alla fine, come diceva Faletti, parente di Hugo e Battisti, quello che conta davvero non è ciò che ci aspetta al traguardo, ma ciò che proviamo durante la corsa. Non importa se buttandoci giù dal precipizio ci saranno le braccia di qualcuno a prenderci o se troveremo solo la terra su cui schiantarci, ciò che conta davvero è il brivido che corre lungo la schiena quando chiudiamo gli occhi… e saltiamo.

Eccolo là, quello sciocco ammasso di pulci! Fino all’ultimo si è dovuto mantenere fedele a quel che è sempre stato, un credulone sentimentale   rimasto in attesa di quel vagabondo del suo padrone per tutti questi   anni!” pensò, mentre si stiracchiava con fare ostentatamente indolente   per poi esibirsi in un sonoro sbadiglio di rammarico, pietà e stizza,   mischiati tutti insieme in un’improbabile miscela. Davanti ai suoi occhi,   lo spettacolo di Argo, il sodale di una vita (definirlo amico sarebbe   stato forse eccessivo, dopo tutto), che moriva nel momento stesso in cui   il sogno di rivedere l’amato padrone si realizzava.

Provava pena  per   lui, una pena autentica, benché non riuscisse certo a identificarsi nelle   sue emozioni: e non solo perché lei era un gatto, anzi, per la precisione   una bella gattona florida e un pò agée a cui le stagioni trascorse avevano   donato un’aria sorniona e una saggezza sagace e vagamente
sardonica. È che lei proprio non era così, come lui, forse perché la sua amica, e non  padrona, Penelope, non si era mai sognata di andarsene a zonzo per i mari;  e, pure l’avesse fatto, lei non si sarebbe mai lasciata sorprendere a  indulgere in sterili sentimentalismi. Piuttosto, ne avrebbe capito
l’esigenza   di libertà, che in una donna è sempre tanto diversa dall’analogo maschile.
  Le dispiaceva dunque per Argo, ecco tutto, perché aveva consumato l’intera  sua vita nello struggimento per la lontananza di quel bel tomo di Odisseo.   Che, per inciso, tutto quest’attaccamento non se lo meritava proprio, così  preso com’era esclusivamente da sé e da bisogni, i suoi, rispetto
ai quali   l’esistenza degli altri non veniva contemplata se non come un effetto   collaterale e un particolare meramente accidentale. Lui aveva dovuto a   tutti i costi ascoltare il canto delle Sirene, lui aveva dovuto per forza   attendere il Ciclope nella sua spelonca, lui, lui, lui... E così aveva   fatto anche stavolta, guardandosi i suoi comodi e cavandosela poi con una  teatrale carezza di congedo. Come se potesse bastare a ripagare chi l’aveva   atteso giorno dopo giorno per più di vent’anni! Oh, magari adesso se ne   sarebbe uscito pure con la storia della nostalgia, ne era sicura: la   nostalgia del pasto caldo che si trova in tavola dopo il lavoro, delle   coperte in cui ci si avvolge quando ci si corica, dei propri comodi calzari come della propria moglie! Penelope era tutt’altra pasta e ben  diverso il rapporto fra di loro. Del resto, da un pò di tempo la sua amica  aveva ben altri problemi, intenta com’era a respingere gli assalti di quei   disturbatori della quiete altrui che le si erano villanamente piazzati   dentro casa senza invito. Un vero flagello di Dio, quei Proci, il cui  unico orizzonte di senso sembrava consistere nell’ingozzarsi a sbafo, nell’ubriacarsi   ruttando rumorosamente e nel dare il tormento a ogni donna o sagoma anche   vagamente femminile che si presentasse loro a tiro. Lei si divertiva   spesso a sorprenderne qualcuno e a graffiarlo per dispetto, tanto   quelli sbraitavano un pò e anche quando tentavano di alzarsi barcollando   per correrle dietro erano puntualmente troppo alticci o troppo grulli per  riuscire ad acchiapparla. Non che Odisseo fosse molto meglio di loro, del   resto; se ci avesse tenuto veramente al suo oikos avrebbe almeno tentato   di non partire per quella guerra sciagurata, altro che storie!
Invece, l’“onore”   l’aveva facilmente avuta vinta e gli era stata subito sacrificata la   famiglia. L’onore?!?! Scosse la testa. E che razza di onore avrebbe mai  potuto esserci nell’andare a bruciare e a saccheggiare impunemente case di   gente che, proprio come loro, non aveva altro desiderio che quello
di   starsene in pace nella propria terra, fra le proprie cose, ad allevare e a  veder crescere i propri figli? Quale coraggio poteva mai trovarsi nel   prendere con la violenza donne straniere, nell’umiliarle, nel
costringerle   a guardare mentre figli e genitori venivano trucidati? Quale eroismo mai  nel costringerle poi, inermi, a salire sulle imponenti triremi da guerra   per essere condotte, schiave, nelle città achee, esiliate per sempre dalla   propria terra, dalla propria lingua, dai propri affetti? Eppure, quello   era l’onore, quello il coraggio, quello l’eroismo che il grande guerriero   Laerziade aveva anteposto alla cura della propria casa, senza peraltro   prendersi la briga di premurarsi di tornare presto. Del resto, in
quella   situazione la sua amica aveva imparato assai velocemente a prendere le  opportune contromisure, come sempre quando gli uomini se ne vanno per   cacciarsi nell’assurdo pasticcio della guerra e alle donne tocca l’occasione   di gestire da sole l’oikos. E non se l’erano cavata niente male
all’inizio,   prima che gli usurpatori piantassero le tende nella reggia, convinti,   chissà perché, che una donna capo di casa sua sia un ossimoro innaturale!
Era stata una parentesi molto felice, insomma. Ma durata troppo poco. Lei   aveva visto con orgoglio la sua amica trasformarsi gradualmente da brutto   anatroccolo esitante e timoroso di tutto qual era quando, novella sposina,   l’aveva presa con sé per compagnia, a donna adulta, capace di badare a se  stessa da sola, autonoma, parimenti in grado di gestire la casa e gli   affari con saggezza e con fermezza. Come e meglio di un uomo. E di un uomo  aveva fatto a meno senza rimpianti semplicemente perché non ne aveva avuto più bisogno, timorosa com’era di venir ricacciata in quella
condizione di subalternità dalla quale con tanta fatica si era emancipata. Ci aveva   messo vent’anni. Ma in vent’anni Penelope era diventata pienamente   consapevole di se stessa. Anche dopo l’invasione della reggia da parte dei Proci, si era dimostrata abilissima a gestire quei selvaggi nel modo   migliore: dopo tutto, era venuta a capo di uno tanto più sveglio,   figurarsi se non poteva farcela pure con quelli! La sera, quando si   ritirava nelle sue stanze, subito prima di andare a sfasciare quella   benedetta tela (anche lei, per inciso, non faceva mai mancare il   contributo delle sue unghiette affilate all’opera decostruttiva) era dalla sua amica di pelo che veniva e, sfilatasi, i sandali, le dava una   grattatina complice sulla testa. A quel punto lei, la gatta, le si   accoccolava contro le palme dei piedi facendo rumorosamente le fusa. Era il loro modo di fare conversazione anche perché Penelope non aveva
amiche,   neanche nella reggia: quelle stupide delle sue ancelle, per non parlare di quella pesantona della nutrice, la guardavano con sospetto perché   pretendeva di fare tutto da sola e ci riusciva pure. E loro là,occhi bassi e lingue biforcute, ad aspettare un passo falso, un errore della regina che la retrocedesse alla loro condizione, l’unica che conoscessero e dalla quale rancorosamente non volevano saperne di uscire. Dispiaceva vedere delle donne comportarsi così, senza capire che le conquiste
di Penelope avrebbero potuto essere di tutte, purtroppo sembrava proprio che a parte la sua amica di pelo nessun’altra condividesse le aspirazioni della regina. Per inciso, lei, la gatta, aveva sempre apprezzato la discrezione di Penelope nell’evitare d’imporle un nome riducendola così a mera proprietà: quello che invece, con ogni probabilità, le era accaduto,   ne era sicura, prima con il padre, poi con il marito e un giorno chissà, magari pure con quello smidollato del figlio che non c’era verso
di persuadere a crescere. E probabilmente per questo il loro rapporto restava veramente paritario, misto di affetto, complicità, rispetto. Per questo lei non avrebbe mai potuto fare con Penelope come Argo con Odisseo. Per questo si percepivano sorelle, così affini, oppure forse così diverse.
  Chissà.

Treno regionale

 

Sono strane le stazioni. Bizzarre.

Lei ci va spesso, non per viaggiare ma per pensare, che poi è viaggiare in un altro modo. Guarda i treni arrivare e partire, ingoiare e sputare persone, valigie, ricordi, speranze, disinganni, sogni e sacrifici. Guarda. Una madre, che viaggia chilometri per rivedere un figlio che neanche riconosce più, ma che è felice e questo le basta. Una figlia, che viaggia un giorno intero in cambio di un’ora con la mamma che gli altri giorni porta sempre nel cuore. Un amore, distante come le rotaie che a lei piacciono tanto perché lottano contro il destino per incontrarsi, in un attimo soltanto che magari vale più di una vita. Un ragazzo, più piccolo dello zaino che porta in spalla, che parla al cellulare di matematica e di orbite e lei lo ascolta affascinata, pensando ai satelliti e a quanta poesia possa esserci anche nei numeri. Lei si mette lì, sulla sua panchina della sua stazione, e osserva, guarda, sente, scrive.

La stazione la aiuta a vedere quello che è e a ricordare quello che è stata anni prima, quando aspettava anche lei un treno per salirci su con un gelato, i libri e le cuffie. E viaggiava, e sperava, e lottava per un futuro che allora vedeva roseo… a lei, che ama tanto il nero, i vent’anni riuscivano invece a dare i colori. Ricorda, lei, e si domanda che cosa sia diventata e si chiede perché non sia possibile tornare indietro a quando bastava prendere un treno per vivere.

E pensa, pensa, pensa, pensa ancora, pensa sempre: non riesce a scordarsi di pensare. E scrive, scrive, scrive, scrive ancora, scrive sempre: non riesce a non scrivere. Scrive di altri treni, che non ha mai preso e che non ha neanche mai aspettato. Scrive di se stessa come un treno, ma non un Freccia, bellissimo, rosso, comodo, moderno e veloce. Lei si vede più come quel treno regionale, brutto, scolorito, scomodo, vecchio, sempre in ritardo e che brulica di anime in pena, sbandate e sensibili… lei che la sua anima non la vuole più sentire, lei che la sua anima l’ha venduta per quattro soldi. E chi sceglierebbe mai di salire su un treno così?

Sì, quella è la sua stazione. Quel treno che va lontano è il suo treno. Quel treno che non ce la fa più è lei.

Alla stazione lei si sente se stessa. Pazza sì, ma lì nessuno ci fa caso. Sola sì, ma lì in molti sono soli, si è soli insieme. Libera, di pensare, scrivere, riflettere, conoscere, conoscersi. Lì può sentire ancora di avere un cuore. Lì può dare acqua al suo cuore in fiamme. Lì è un po’ come quando vai in chiesa e trovi un po’di pace, preghi e parli con Dio.

Sì, proprio così, la stazione è la sua Chiesa.

IL LIBRO

L’orlo del vulcano. Pausania non aveva osato spingersi più in alto, ma la bocca proprio sotto di lui ardeva del fuoco degli dei. Si guardò intorno: una pendice scoscesa, più in là una distesa di un grigio uniforme, strati di polvere che un vento leggero a tratti agitava, disegnando strane forme. Irrazionalmente il suo sguardo si mosse in cerca delle orme del maestro, ma presto si scosse e si lasciò andare a un sorriso amaro: dicevano che Empedocle si fosse riunito agli dei, che avesse abbracciato in un volo di libertà l’elemento del fuoco. Lacrime copiose rigarono il volto di Pausania, che restò a lungo in silenzio.

Si alzò e strinse a sé il libro, aveva un dovere da compiere. Il fuoco avrebbe accolto gli ultimi versi del maestro, nessuno avrebbe dovuto conoscerli. In esse, Pausania ne era certo, Vita e Morte s’incontravano in parole immortali. Il giovane era disperato, ma Empedocle era stato chiaro: avrebbe dovuto distruggere il libro e, soprattutto, non avrebbe dovuto leggerlo. Gli uomini non erano pronti per verità così sconvolgenti. Poi, con un sorriso, il maestro gli aveva accarezzato la guancia e si era allontanato nella notte. Pausania, il suo discepolo prediletto, non l’aveva più rivisto. Che cosa lo aveva spinto a terminare i suoi giorni nel fuoco? Quale verità così sconvolgente?

Guardò il sacchetto che aveva con sé. Conteneva una polvere misteriosa, donata al maestro da alcuni mercanti orientali. Il giovane ne aveva paura, ogni volta che ne aveva assunto una sia pur minima parte si era sentito strappato a se stesso, trascinato tra le nuvole e poi nel profondo della terra, aveva creduto un giorno perfino di scorgere il nesso segreto tra gli elementi. Era affogato in acque profondissime e si era librato nell’aria con ali di fuoco. Ma poi ... solo un sonno lunghissimo e profondo aveva potuto ricondurlo a se stesso.

Forse era quello il momento... Cercò di trovare il coraggio di aprire il libro, di carpirne i segreti. La sua mano esitava, il cuore era come impazzito nel petto. Le parole di Empedocle gli risuonavano nella mente. Si alzò e corse verso l’orlo della bocca del vulcano: le fiamme parevano in attesa, sembravano chiamarlo, avevano un fascino strano, assomigliavano a una promessa di conoscenza. Ebbe paura e d’impulso gettò il libro nel fuoco.

Il libro ebbe uno strano movimento nell’aria, rimbalzò contro una roccia e si spezzò in frammenti, disperdendosi durante la caduta.  Solo un frammento durò a lungo nell’aria, finché una folata di vento (Pausania non si era accorto che si fosse levato, più forte e vorticoso) non lo ricondusse in alto, poi, come condotto da una mano invisibile, ricadde ai suoi piedi.

Il giovane lo prese con mani tremanti e lesse: “ ... da quali onori, da quale sublime felicità io sono caduto ed erro qui, sulla terra, tra i mortali!

C’era qualcosa di magico in quegli attimi intensi, sull’orlo di quel vulcano. Piangendo, ripose con cura il frammento, guardò il cielo, poi ancora il fuoco. Con aria assente aprì il sacchetto e prese un po’ di quella polvere verdastra. Le sue labbra l’accolsero quasi in segno di resa, come se il giovane offrisse se stesso agli dei.

Si lasciò cadere a terra. I suoi occhi si chiusero. Si trovava tra le navate di un tempio immenso, sconosciuto. In fondo, quasi indistinguibile, una porta. Pausania si mosse verso di essa e l’aprì. Si trovò in un lungo corridoio pieno di altre porte. Ne aprì una: una stanza vuota, con un’altra porta sul fondo, sbarrata da travi di ferro. Tornò fuori e con ansia crescente, quasi con rabbia, corse lungo il corridoio spalancando tutte le porte. Nulla. Solo stanze vuote. Ne restava una.

Con sollievo vide che conduceva a un ambiente enorme, pieno di libri. Al centro, un leggio con un libro chiuso. Il giovane cercò invano di aprirlo, sembrava bloccato da una forza misteriosa. Prese allora uno degli altri volumi: conteneva strani segni, in un alfabeto e una lingua sconosciuti. A mano a mano che sfogliava le pagine, i segni svanivano, poi riapparivano in forma di numeri. Non capiva. Prese un altro libro, poi ancora un altro, febbrilmente li aprì tutti e ogni volta accadde la stessa cosa. Numeri. Doveva scoprirne il segreto. Trascorse giorni e giorni, afferrando ogni volta barlumi di conoscenza. Infine, disperato, urlò tutto il suo sgomento, la sua impotenza. Si alzò da terra, volse lo sguardo tutto intorno e notò che il libro sul leggio era aperto. Lo sfogliò: solo pagine bianche che sembravano irriderlo. Urlò ancora ... e ancora ... e ancora...

Si risvegliò, madido di sudore. Il vento agitava ancora la polvere grigia tutto intorno a lui. Era stremato, ma sorrise. Ora sapeva. C’era un libro ancora da scrivere. E toccava a lui.

 

© G.G., 2009

Mastino da Fontevrault

(1198-1264 circa)

Figlio cadetto di un ricco feudatario, esercitò l’arte della guerra, distinguendosi in numerose battaglie. Colpito dall’improvviso lutto di una donna assai amata, decise di deporre le armi e cercare la via del Signore. Monaco nell’abbazia di Fontevrault, ne divenne anni dopo abate e dedicò tutta la sua vita a Dio e agli studi. Compose numerosi inni, di cui si ha traccia nelle cronache del tempo. Ci resta però, a seguito di un incendio, che causò anche la morte di Mastino, solo il breve frammento che segue.

 

Dolor rogat dolor jubet

pudorem miseria vendit

Venerem pro munere

putat. Scintillans incedit

illa stellarum lumine,

ad oscula invitant labia

exercendo perenniter

animum fugant candorem.

 

Flamma moderata gaude,

domus exilis lucem

homini invidet, instat

nox, nos volvit infinitum

perennans motum, apocham

vaticinat vitae, sedem

ponit humilis in calore

dulcioris aquae homo.

Si noti il “dolor” che apre il componimento, ideale connessione con “homo”, che chiude i versi in nostro possesso. È quasi un’ideale coincidenza, probabilmente smentita se avessimo l’intero componimento, ma indubbiamente suggestiva.

La metrica è in alcuni punti imprecisa, pur restando nel solco della metrica ritmica così diffusa nel Duecento. Ciò induce a credere che i versi non siano in versione definitiva. La tematica di fondo, è comunque quella della tentazione carnale, che allontana l’uomo da Dio, ma che spesso assume caratteri ai quali è difficile resistere. La sola via percorribile per l’uomo, affinché non ceda alle insidie della tentazione, è l’umiltà, potentemente evocata dall’uso dell’aggettivo “humilis” invece che del sostantivo astratto corrispondente.

 

(Biografia e testo sono inventati,  al fine di costruire un credibile falso, per fini didattici, dato che la costruzione dello stesso richiede ricerche e approfondimenti certamente non falsi))

INCONTRO AL TRABOCCO

Aveva trovato una roccia particolarmente comoda. Anche se avrebbe comunque preferito un asciugamano per stendersi, il contatto con quella superficie dura non le dispiaceva. Fece un respiro profondo, riempendo lentamente la cassa toracica con l’aria di mare e gettò lo sguardo sulla città: tra il cielo e le onde le creazioni dell’uomo rendevano vivo il litorale. Anzi, vissuto, quello era il termine giusto. Gli edifici, così piccoli visti da lì, le sembravano impregnati  di storie e parevano aver assorbito il tempo trascorso come una ricchezza. Apparivano quasi saggi, vicino al giovane ponte che si ergeva fiero fra le due rive di Pescara e che accompagnava lo sguardo fino alla neonata ruota panoramica, e oltre, verso altra spiaggia e altri edifici. La vastità di quel piccolo angolo di mondo era inebriante : il sole illuminava il profilo delle montagne in lontananza, nascondendosi in parte dietro di loro e tingendo il cielo di mille sfumature. L’incanto di quella visione passava quasi inosservato e poche persone sembravano accorgersi dello spettacolo della natura di cui erano involontariamente spettatori mentre camminavano sulla via accanto alle rocce. Sofia si sentiva privilegiata. Dalla sua postazione, poteva godersi la vista in solitudine, protetta da quelle pietre che le facevano da scudo dalle persone di passaggio, ma senza impedire alle voci di arrivare alle orecchie confuse insieme al rumore delle onde che si infrangevano poco sotto di lei. Poteva sentire gli schizzi bagnarle le gambe e rinfrescarle il viso, tanto era vicina al mare. Chiuse gli occhi, beandosi dell’acqua e della luce che arrivava calda sulle palpebre. Respiro e onde si mescolarono in un unico ritmo, facendola sentire parte di quel tutto, elevata ad un soffio di vento.

“Tutto bene signorina?”

Una voce la richiamò dai suoi pensieri. Un suono così vicino avrebbe dovuto farla sobbalzare, eppure quella premura e il tono gentile riuscirono a non turbare la tranquillità nella quale era immersa. Un ragazzo su una roccia davanti a lei le rivolse uno sguardo sorridente. Si era messo davanti ai quei pochi raggi rimasti e la luce del sole lo investiva da dietro, risplendendo lungo i contorni della sua figura: i capelli neri scompigliati dal vento e l’assenza di barba gli davano un’aria giovane, ma un non-so-cosa sembrava tradire molti anni di esperienza. Forse la postura sicura, Sofia non ne era certa. Era rimasta un po’ stordita da quella presenza inaspettata, ma dopo un paio di secondi si rese conto che probabilmente sarebbe stato cortese rispondere.

“Sì, grazie” disse abbozzando a sua volta un sorriso.

Quegli occhi, che sembravano riflettere il colore del mare, la continuavano a osservare. Le pareva di averli sempre avuti addosso.

“Bella giornata per stare un po’ a pensare, non trovi?”.

Un’espressione allegra comparve sul suo volto, curioso di conoscere la reazione di lei a quella domanda insolita. Sofia, dal canto suo, sentiva un’attrazione naturale verso quello sconosciuto che non le sembrava poi tanto tale. Tutto di lui le infondeva un senso di fiducia e le parole le uscirono così spontanee da meravigliarsene quasi. Gli raccontò i suoi pensieri, le abitudini; rifletterono insieme su questo e quell’altro aspetto della vita, dell’amore, della natura, della morte e sembrò che il tempo si fosse fermato solo per loro. E, in effetti, era proprio così. Tanto era presa dal dialogare con il magnetico animo del ragazzo che non si accorse che le persone, le onde e il sole si erano fermati, quasi congelati. Non si rese conto che il vento non le accarezzava più i capelli e che le gocce del mare non le bagnavano più le gambe. Tutto ciò che poteva udire era la sua stessa voce e la voce di lui ed era talmente focalizzata su quest’ultima da non accorgersi che il chiacchiericcio confuso dei passanti era improvvisamente cessato. Tutto ciò che voleva vedere era lì, di fronte ai suoi occhi, in quel ragazzo contornato di luce che superava ogni spettacolo della natura. La mano sentiva ancora la roccia sulla quale era seduta e il naso percepiva l’odore della salsedine, ma, anche se non fosse stato così, non se ne sarebbe curata, tanto i suoi sensi erano assorti nelle riflessioni ad alta voce sull’esistenza e nella contemplazione di quell’anima.

“E l’immortalità? È un desiderio superficiale e sopravvalutato”

“Ma come?” - rispose il ragazzo con un sorriso dolce, ma con l’amarezza negli occhi - “chi non vorrebbe vivere per sempre? Essere eternamente giovane?”

“Ed eternamente soli. E destinati a essere comunque umani, affezionarsi, amare, ma sopravvivere a tutti quelli a cui sei legato. E arrivare a percepire l’esistenza altrui, dell’uomo ma anche quella degli animali e degli alberi , come un battito di ciglia. Rischieresti di non dare più valore a nessuna vita perché tutte sono nulle rispetto alla tua, o di covare invidia per chi è ignaro dell’Infinito e lo può solo sognare, trovando la felicità in questo.”

“Ma l’Infinito verrebbe vissuto, conosciuto dall’Immortale. Se l’uomo sa trovare la felicità, come dici tu, o la quasi-felicità, come direi io, nella ricerca dell’Infinito, non significa che essa risiede in esso e che quindi l’Immortale è l’unico ad avere la felicità concretamente a portata di mano?”

Sofia non rispose subito, ma si prese un attimo per riflettere. Poi riprese il suo ragionamento.

“Mhm… non lo so. Ma è anche vero che raggiungere i propri desideri non coincide sempre con la felicità, ma spesso essa risiede semplicemente nella speranza del futuro appagamento di quel desiderio… anche se sì, certo, dipende dai casi”

“Ma hai mai pensato al perché è così per gli esseri umani? Credo sia perché l’appagamento di un desiderio dura un attimo, un tempo finito, e poi la felicità che puoi cogliere in quell’attimo cessa, mentre l’attesa dura di certo di più e quindi lo stato di quasi-felicità, o di tensione alla felicità, si protrae più a lungo. È per questo che raggiungere i desideri non coincide con la felicità, o meglio, ci coincide solo per un attimo: perché nel momento in cui raggiungi un obiettivo, esso è già concluso. Ma, ecco, per un Immortale la felicità non è solo quell’attimo, ma è tutta la sua esistenza, perché coincide con l’infinita tendenza all’Infinito”

La ragazza rise e, in risposta allo sguardo interrogativo e contemporaneamente divertito del giovane, gli disse che stavano iniziando a parlare come la sua professoressa di filosofia.

“Ah, beh, con il nome che porti, dovresti essere abituata a parlare nei termini dell’amore per la sapienza, giusto?”

Risero entrambi, come per assolvere a una funzione catartica, ma Sofia riprese subito a parlare, desiderosa di continuare il loro ragionamento e senza pensare al fatto che non era stata lei a rivelare il suo nome a quello sconosciuto.

“Va bene, quindi l’Immortale è immerso nell’Infinito e da questo dovrebbe derivare la sua felicità… ma Lui sarebbe privo di quella quasi-felicità tipica degli umani perché, dato che ha già raggiunto lo Scopo più elevato, ovvero l’Infinito, non ne avrebbe altri”

Stavolta fu il ragazzo a ridere. “E perché mai? Cosa gli impedisce di avere altri scopi nella vita?”

“Beh, non avrebbe scopi perché, in ogni caso, fugge continuamente alla morte e qualsiasi cosa faccia o non faccia non influenza il proseguimento della sua vita che è comunque destinata ad essere in eterno”

“E non ti pare una visione un po’ egoista? Solo perché non ha bisogno di fare niente per mantenersi in vita, questo non significa che non faccia niente e basta. Potrebbe anche amare la Natura, il finito, e prendersi cura di esso, per quanto gli è possibile”. Dalla sua voce trapelava un senso di tenerezza che la colpì e che le sembrò, in qualche modo, rivolto anche a lei.

“Come un angelo?” gli chiese allora, lentamente, percependo di essere arrivata a un punto importante.

“Sì…” fece una lunga pausa. La guardò dritta negli occhi e Sofia sentì penetrare in lei il calore di quella luce che circondava il ragazzo e una strana forza che la portava, lentamente e dolcemente, a chiudere le palpebre. “… Come un angelo”

La voce le arrivò come lontana, ovattata. Mentre le orecchie cercavano di afferrare e trattenere quelle ultime parole, furono sommerse dalle voci dei passanti e dal prepotente frangersi delle onde sugli scogli. Solo allora aprì gli occhi e i suoi sensi sentirono la pesantezza del tempo a cui era stata violentemente riportata. Tutto le parve assordante, dal vociare delle persone al fragore del vento e del mare, e, mentre osservava il sole tramontare dietro il profilo delle montagne, le parole del giovane si ripeterono nella sua mente.

“Come un angelo…”

Vi chiedo di chiudere gli occhi e di lasciarvi guidare nel mio mondo, un mondo che profuma di disinfettante e cerotti appena messi, che è freddo come lo stetoscopio poggiato sul petto ma allo stesso tempo caldo come il cuore che pompa sangue, fatto di un silenzio che lascia spazio al ticchettio dei deflussori ma anche alle dolci e flebili risate dei bambini.

Sono cresciuta in ospedale. È da qui che partono i miei ricordi. Ricordo i profondi respiri che precedevano la fredda punta dell’ago che piano piano entrava nella pelle, le lacrime che scendevano lente senza che nessuno potesse fermarle e, la dolce infermiera che cercava di consolarmi. Ritengo che la mia vita sia stata un viaggio e nel mio percorso ho incontrato moltissime persone. Bambini ragazzi e genitori che hanno costruito insieme con me la mia storia, li ho visti soffrire, stare male e mi sono sentita come un girasole senza sole; piegata su me stessa impotente davanti a tutto ciò.

Ricordo il viso felice di papà quando andava a donare il sangue, mi faceva sempre vedere la vena dove aveva fatto il prelievo per non farmi sentire diversa, per non farmi sentire la bambina che aveva le vene cosi fragili ,che ogni volta doveva fare almeno otto buchi prima di riuscire a fare un prelievo. Mi piaceva il fatto che il mio papà donasse il sangue, soprattutto quando arrivava Carnevale e si organizzava la festa a cui tutti i donatori venivano invitati. Eravamo davvero tanti bambini e c’erano davvero tanti adulti. Avevo deciso che da grande avrei donato anch’io, perché era una cosa giusta e bella e perché a quelle feste di carnevale gli adulti erano felici ma felici per davvero.

Non potevo immaginare che il futuro per me aveva in serbo qualcosa di ben diverso. Era un giorno di Novembre, ricordo i nuvoloni nel cielo ma non mi importava: io in ospedale ho sempre il sorriso, ormai è la mia seconda casa, mi conoscono tutti. Per me le infermiere sono come delle seconde sorelle e i miei tre medici come due fratelli maggiori e un secondo papà. Quel giorno mi sentivo carica e nonostante i nuvoloni ero positiva, non potevo immaginare che quel giorno avrei scoperto la punta dell’iceberg. La stanza del medico era cupa e piccola, mi sentivo un peso addosso, come se in quella stanza non potesse esserci più felicità. Mi sedetti sul lettino. I miei erano di fronte al medico su due sedioline di plastica verdi, il silenzio era opprimente ma il dottore iniziò a parlare e da quel giorno divenni consapevole di quella che era realmente la mia vita.

La diagnosi di Fibrosi Cistica mi venne fatta quando avevo due mesi. Sono cresciuta con i miei farmaci, con la pazienza e l’amore di tante persone ma quel giorno trovarono la causa principale del mio star male: il fegato. Da un giorno all’altro io e il mio amico non abbiamo collaborato più e ha deciso di coinvolgere nella sua scelta anche la Milza. La mia vita cambiò piano piano e le cose più semplici diventavano le più pericolose. Niente giostre con gli amici, niente sport di impatto, niente uscite in motorino con gli amici, mi sentivo in una bolla, una bolla da cui non sarei mai uscita.

Era passato circa un anno e avevo bisogno di un esame molto importante, ma andare sotto i ferri con pochissime piastrine era una condanna a morte certa, un sanguinamento mi sarebbe costato più di quanto si possa immaginare: fu allora che il mio medico decise per la mia prima trasfusione di piastrine. Ricordo che ero molto scettica, quella sacca gialla non era per niente invitante e avevo molta paura di sentire dolore. L’infermiera attaccò la sacca all’asta del deflussore e se ne andò. Guardai mamma con le lacrime agli occhi ma poi mi accorsi che non provavo alcun dolore, anzi mi sentivo meglio! L’infermiera passava a misurarmi pressione e saturazione ogni cinque minuti ed era tutto tranquillo, a fine trasfusione il medico venne a vedere come stavo ed il giorno dopo rifeci le analisi del sangue e le mie piastrine erano abbastanza buone, così da poter fare l’esame di cui avevo bisogno.

Da quel giorno i miei medici decisero di tenere sempre due sacche di piastrine da parte per ogni evenienza. Sembrerà strano ma io mi sento sicura con quelle due sacche messe da parte per me, mi immagino i due donatori come due angeli custodi, mi piace descriverli come li immagino prima di entrare in sala operatoria e mentre mi iniettano l’anestesia. Mi immagino mamme con figli, papà che si fanno in quattro per la loro famiglia, ma mai avrei pensato di immaginare tra queste persone la mia migliore amica. Lei è migliore perché, nonostante avesse paura del sangue, degli aghi e delle punture è sempre rimasta. Oggi passeggiando mi guarda con i suoi occhioni marroni e mi dice: Ale io vado a donare il sangue. Lì per lì l’ho guardata un po’ perplessa, lei che ha sempre avuto paura ora voleva andare a donare. Poi ho capito. Se potesse dividerebbe il suo fegato con il mio senza pensarci due volte, se potesse donerebbe ogni sua piastrina per me, mi donerebbe tutto senza chiedere nulla in cambio. È questo quello che fanno i donatori: ci donano incondizionatamente non solo sangue e piastrine, ci donano il loro amore per la vita, ci donano il sorriso. L’unica cosa che io possa fare è scrivere di quanto noi riceventi sentiamo il vostro amore, vi immaginiamo come super eroi perché in fondo è questo quello che siete per noi, i nostri Eroi. Ricordo un bambino di quattro anni che descriveva la sacca di sangue rossa come l’amore ed è vero! E sono qui a ringraziarvi tutti uno per uno perché senza di voi molti di noi non sarebbero qui, ad ammirare e assaporare il dono della vita.

Un bel libro, "Il Direttore", su alcuni momenti della vita di Wilhelm Furtwangler. Ecco l'inizio del libro:

 

Primo movimento

 Nella semioscurità del crepuscolo che aveva avvolto lo studio, sprofondato sulla sua poltrona, Wilhelm taceva. Finalmente, con un movimento impercettibile delle palpebre, alzò lo sguardo in direzione del foglio accartocciato e scaraventato con furore, prop rio pochi istanti prima, lontano da sé. Si sentiva fisso addosso lo sguardo di Berta, ancora in piedi, ferma e immobile davanti a lui. Se ne stava così, lo scrutava in attesa che lui facesse qualcosa, come sempre. Ma, questa volta, lui non sapeva che cosa fare. O meglio, non poteva fare niente, ne era consapevole. La muta preghiera, la solita, cieca fiducia che, pur senza guardarla, poteva intuire negli occhi della fida segretaria accresceva il suo senso d’impotenza e di frustrazione.

Era furibondo. Non av rebbe saputo dire da quanto tempo se ne stessero là a fronteggiarsi come due statue grottesche. Alla fine, fu Berta a rompere il silenzio che era calato sulla stanza. Raccolse con gesti lenti e metodici dal pavimento di ceramica grigia il foglio accartocci ato; recava bene in vista al centro dell’intestazione il solito marchio delle croci uncinate, proprio sopra all’indicazione dell’ufficio di provenienza, quello del Gauleiter di Berlino, il dottor Goebbels. Glielo porse. “È la

testa di Goldberg che vogliono , questa volta, non è vero, Maestro?” – sussurrò impercettibilmente.

Wilhelm annuì con un cenno del capo, continuando a tacere. Stava per perdere il miglior violinista della sua orchestra e non poteva farci niente. Niente. Non c’era altro da dire.

 

© A.A.,  Roma, 2017,
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