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Quest'anno saranno 50 anni dal Sessantotto. Immagino le celebrazioni e le condanne, le interviste a raffica, le nostalgie velate di alterigia, quell'alterigia troppo spesso tipica di quelli che "hanno fatto il Sessantotto" e portano questa affermazione come una sorta di permesso permanente di dire sciocchezze.

Mi avete chiesto a suo tempo di Lotta Continua, di come fosse manifestare per le strade, in quei tempi velati dal fascino di tanti racconti. Semplice: non mi rendevo conto che stessimo sbagliando tutto, c'era una fame di libertà di espressione che impediva ogni compromesso, o si era con noi o contro di noi. Ma non è possibile generalizzare: ognuno di noi, pur percorrendo apparentemente lo stesso sentiero, inseguiva se stesso, la propria realizzazione, cercava di costruire la propria visione del mondo. Oh, sì, urlavamo le stesse parole, cantavamo le stesse canzoni, ma se avessimo avuto occhi più chiari e mente più lucida, avremmo capito che qualcosa sarebbe rimasto, certo, ma che il capitalismo aggressivo, la legge spietata del mercato avrebbero trovato nuovi modi e nuove maschere. Non avevamo le forze per sconfiggerlo, solo per scalfirne momentaneamente la corazza. Quanto sangue e quanto dolore per così poco!

 

IL LABIRINTO

Il titolo di questo intervento suggerisce una situazione di difficoltà e di mancanza di certezze. Ciò che spaventerebbe in una situazione normale, è invece quanto di meglio si possa desiderare per un viaggio nel mondo della poesia. È un labirinto dal quale non si desidera uscire, sempre foriero di sorprese, incontri che allontanano ogni senso di chiusura e, paradossalmente, regalano un senso di grande libertà.

Il viaggio di chi scrive è arbitrario, ovviamente, ma suggerisce la via perché chi ascolta possa sentirsi compagno di percorso, magari cogliere qualcuna delle suggestioni proposte, scoprire qualche segno di comune appartenenza o di comune aspirazione.

È come ricostruire, ritrovandole e rivivendone le emozioni, le mille tessere che hanno costruito la propria personalità, il proprio modo di essere nel mondo. Non è un semplice viaggio nella memoria, è, ogni volta, vivere un’emozione nuova, apparentemente simile alla precedente, ma in realtà diversa, arricchita delle sfumature, delle gioie e dei dolori, delle passioni e delle malinconie che costituiscono la nostra esistenza.

Ricordo che, sdegnando, come un adolescente desideroso di vivere in fretta, i testi propostimi dagli insegnanti, trascorrevo molto tempo in libreria, attratto irresistibilmente dalla poesia, non da romanzi o testi tecnici o illustrati. Quelle parole messe in ordine insolito mi parlavano, prendevano vita, mi spingevano verso sentieri sconosciuti.

Ricordo che mi colpì un titolo, La terra desolata”, ben in sintonia con le profonde malinconie che a tratti attraversano la vita di un adolescente. Un inizio impegnativo, ne sono ben consapevole. Ma è ciò che accadde. Fui irrimediabilmente attratto dal fatto stesso che molti versi mi erano difficili da intendere, compresi che l’autore chiamava il lettore a un viaggio arduo, in cui il rischio maggiore era quello di scoprire di se stesso qualcosa che magari non si sarebbe voluto conoscere.

Alcuni versi, però, mi colpirono in particolare:

Sedetti sulla riva
A pescare, con la pianura arida dietro di me
Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
Poi s’ascose nel foco che gli affina
Quando fiam uti chelidon –
O rondine rondine Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie
Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine
Bene allora v’accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih

Quanto c’era da scoprire! Che c’entrava quella rondine?E chi era Hyeronimo? E quelle parole in francese? E quelle espressioni in sanscrito? Già nei versi precedenti questo epilogo, è presente un riferimento a un passo delle Upanishad (il termine, sanscrito, significa “sedere presso” e indica la posizione assunta dai discepoli intorno al maestro).  Un tuono echeggia sulla Terra senza portare la pioggia; la natura e gli uomini della terra desolata sono in attesa. Ecco che il tuono parla e la pioggia incomincia a cadere: ciò che dice il tuono sono tre identiche sillabe, iniziali di altrettante parole: DATTA, DAYADHVAM, DAMYATA che  significano "date, compatite, frenatevi ".

Ecco ora il passo a cui Eliot fa riferimento : "Quando ebbero finito il noviziato chiesero i deva: Dicci una parola, o Signore. Allora egli disse la sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu dici "frenatevi" (dayata damyata).
È così, avete compreso. Allora gli uomini chiesero: Dicci una parola, o Signore. Ed egli disse la medesima sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu dici "date" (datta).
È così, avete compreso. Chiesero allora gli asurah: Dicci una parola, o Signore, ed egli disse la medesima sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu ci dici "compatite" (dayadhvam). È' così, avete compreso. Questa stessa cosa ripeté nel tuono la voce divina: da da da."

Le parole del tuono indicano una direzione da seguire, la direzione esatta: ora la Ruota, ovvero l'immaginario timone di una altrettanto immaginaria barca, risponde senza fatica ai comandi di chi la governa. Le ultime tre parole dell'opera, shantih shantih shantih sono le parole di chiusura di un rito di upanishad. Il significato, ovviamente in modo approssimativo, può essere reso con "pace, pace, pace".

Qualcosa però suonava familiare:  “Quando fiam uti chelidon”[5] e “poi s’ascose nel foco che li affina”. Occorreva partire da lì. E il viaggio negli immensi mondi della poesia cominciò così. Dimenticati i testi letti a scuola. So adesso che li avrei ben presto riscoperti, ma allora c’era il senso di libertà dato dalla scelta, confusa, disorganizzata, ma mia, unica, un segreto tra me e quelle pagine.

Dunque, questo “foco che affina...”. Scoprii ben presto che era il XXVI canto del Purgatorio, e che il personaggio era Arnaut Daniel, cantore provenzale, definito il “miglior fabbro”.

Ma questa espressione era nell’esergo, dedicato a Ezra Pound! Dovevo trovare qualcosa di Pound. Fui spaventato dalla mole, ma decisi che l’avrei fatto, assolutamente, prima o poi. Cominciava ad attrarmi il tipo di composizione a incastro tra citazione e creazione, tra antico e nuovo, un filo rosso che reggeva ogni cosa. Un’enciclopedia mi disse alcune cose su Pound, ma lasciai ben presto quel tipo di ricerca. Dovevo leggere dei versi, farli miei. Ma quali scegliere?  Decisi che non occorreva un criterio, cominciai a sfogliare le pagine di un grosso tomo, leggevo un verso qui, una pagina là, aspettavo il momento in cui qualcosa mi avrebbe detto che era il momento di fermarsi. Ecco, ci siamo, pensai a un tratto:

Nessuno mai osò scrivere questo,
ma io so come le anime dei grandi
talvolta dimorano in noi,
e in esse fusi non siamo che
il riflesso di queste anime.
Così son Dante per un po' e sono
un certo Francois Villon, ladro poeta
o sono chi per santità nominare
farebbe blasfemo il mio nome;
un attimo e la fiamma muore.
Come nel centro nostro ardesse una sfera
trasparente oro fuso, il nostro "Io"
e in questa qualche forma s'infonde:
Cristo o Giovanni o il Fiorentino;
e poi che ogni forma imposta
radia il chiaro della sfera,
noi cessiamo dall'essere allora
e i maestri delle nostre anime perdurano.

(Histrion)

La strada era segnata. Quella sera scrissi i miei primi piccoli versi. Ma Eliot mi chiamava, mi incuriosiva il rapporto con Dante e mi chiedevo quale fosse la ragione della fascinazione del poeta per la cultura orientale.

Ma ebbi paura della complessità, mi spingeva a un atto razionale, io volevo essere pura emozione. Così, ecco, come in una lunga linea, frammenti comporsi nella mente, costruire forse un itinerario:

oh, le stelle attorno alla bella luna! (Saffo)

il tacito, infinito andar del tempo (Leopardi)

Io non so ben ridir com’io v’entrai (Dante)

Venti anni ancora non ho e ho in odio il vivere (Mimnermo)

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori/ le cortesie, l’audaci imprese io canto (Ariosto)

Confusione. Sì, confusione, ma parole vive nella mente, immagini che si formavano e svanivano per poi riapparire in altre forme. Dante nella selva, il poeta di corte che inizia il suo canto, lo stupore della fanciulla di fronte al cielo stellato, il senso di eterno di un verso stupefacente, l’assoluta malinconia e infelicità di un giovinetto, quella tristezza infinita che a volte appartiene solo all’adolescenza.

Seppi quel giorno che la poesia avrebbe accompagnato la mia vita.

 

Capita, di tanto in tanto, di tornare al tempo in cui si avevano non pochi anni di meno. Insospettabilmente, non provo malinconia, né nostalgia. Semplicemente, quello in cui avevo forte simpatia per Lotta Continua è stato il momento più bello della mia vita, fatti salvi gli affetti.

Facile, con la consapevolezza degli eventi successivi, liquidare quell'esperienza come velleitaria e pericolosa, per i molti che hanno poi scelto strade di violenza e di oscurità. Ma percorrevo le strade della  mia piccola città con occhi sognanti, con la certezza che quella mia generazione avrebbe cambiato il mondo. Sappiamo bene che non è andata così, ma il valore inestimabile di anni trascorsi con un ideale, con lo slancio di chi vuole essere protagonista, ma non può essere felice senza che lo siano anche gli altri, mi riempie ancora oggi il cuore e la mente.

Quando vedo i molti, i troppi che vivono vite difficili, tra povertà, disagio e anonimato sociale; quando vedo un mondo che potrebbe essere davvero migliore se solo sapesse accogliere le differenze, se solo sapesse distinguere tra la cieca violenza di gruppi terroristici e la potenziale ricchezza di un incontro, di un tendersi le mani; quando sento le storie dei tanti che perdono il proprio lavoro; quando osservo i volti di coloro che manifestano davanti a fabbriche chiuse o che stanno per chiudere, allora vorrei che di nuovo esistesse negli occhi dei giovani quella luce che annuncia il futuro, che vuole lottare per esso, quella stessa luce che avevo anch'io, quasi senza rendermene davvero conto.

 

 

 

Ricorderò sempre quando, alle prese con la relazione conclusiva dell’anno di prova, ti chiesi consiglio su come strutturarla e tu, senza esitazione alcuna, prorompesti in un: “Prima di tutto il titolo: Perché non possiamo non dirci professori!”. Lì per lì, rimasi un po’ confusa, lo confesso: d’accordo, l’idea mi solleticava, ma davvero non possiamo non dirci professori? E perché, poi? Forse che il germe professorale è congenito e chi lo possiede viene arruolato ipso facto nella categoria? Allora, anche un metronotte o, che so, un odontotecnico non possono non dirsi tali? Mi lambiccai il cervello sulla questione per un po’ senza riuscire a trovare, a onor del vero, una risposta esauriente.

Qualche tempo dopo, capitata nell’allora laboratorio 1C, m’imbattei in te e nella tua classe, intenti a realizzare un podcast su di un qualche autore latino. I ragazzi mi parevano oltremodo preparati: padroneggiavano sia i contenuti letterari che gli strumenti tecnologici. Tu, però, niente da fare, proprio non eri contento. Continuavi a dire loro, in toni e modi assai fetenti in verità, che non era quello il risultato atteso, che quello l’avrebbero saputo fare tutti. E la classe, esasperata, gli occhi al cielo, proprio non capiva cosa intendessi dicendo che quel lavoro non aveva anima.

Alla fine, balzato in piedi, afferrasti un libro, cominciasti a leggere e le parole di quell’autore latino sembrarono scritte per noi, per ognuno di noi in quella stanza, quasi parlassero di noi tutti a noi tutti. A un tratto, i versi erano diventati emozioni che parlavano di emozioni e suscitavano, a loro volta, emozioni. Non volava una mosca durante la lettura. Alla fine, benché fossi contento, mica sembrava andarti bene quell’applauso, per paura, chissà, di un facile consenso o di acquiescenza mentre, si sa, o meglio lo sanno i tuoi alunni, essere intellettualmente liberi implica la rinuncia ad ogni facile accordo, specie se passivo, con l’opinione altrui, a partire da quella del prof. E’ là che mi si è accesa la lampadina: non possiamo non dirci professori ogni volta che riusciamo a restituire un’anima alle parole. E solo a patto di restare dei gran rompiscatole.

Se per “cultura” si intende in senso lato ogni attività umana e l’insieme dei prodotti che ne derivano, alla domanda del titolo va sostituita un’affermazione: la cultura non è in esilio, non è in crisi, è in movimento, come è sempre stato e come sempre sarà.

Si tratta di indagare semmai la natura di tale movimento, cercando di ipotizzarne la direzione. È in crisi, invece, una concezione accademica della cultura, per la quale modi, tipi e criteri di giudizio vengono considerati valori assoluti. C’è grande difficoltà, in un’epoca in cui si consumano con grande velocità mode, tendenze, teorie, a percepire quel flusso di continuità nel tempo, di non deperibile che caratterizza i momenti di crescita culturale. Che cosa possiamo attenderci da un’epoca che considera ogni cosa come merce? Un’epoca per cui la gratuità, nel senso più nobile del termine, dell’espressione artistica è addirittura impensabile? Facile diventare “laudatores temporis acti”, facile chiudersi in un disdegnoso silenzio.

Più difficile cercare di “vivere” all’interno del cambiamento, mantenendo un atteggiamento possibilista, che non rifiuti cioè a priori gli apporti e le espressioni artistiche e culturali del momento. Del resto, al tempo di Internet, la facilità con cui è possibile reperire informazioni determina spesso un approccio superficiale, mancanza di controllo sui dati, acquisizione acritica di affermazioni spesso del tutto infondate. Come fare, allora? Perseguire il proprio fine di arricchimento culturale, custodendo gelosamente le proprie acquisizioni e i propri convincimenti? È la via scelta da molti, da troppi. Si finisce con il costituire piccoli centri di incontro, quasi delle sette, nei quali centri ci si riconosce, in una sorta di autoreferenzialità che è la morte stessa della cultura.

Ecco, la cultura. Per chi scrive è l’incessante spinta a tradurre in studi, ricerche, espressioni d’arte la non redimibile curiositas verso tutto ciò che l’ingegno e la creatività dell’uomo possono produrre. Si cerca, quando è possibile, di diffondere almeno il germe di tale curiositas, ci si sente sommersi in un mare dilagante di superficialità e di volgarità, si assume un atteggiamento di resistenza, direi di lotta. Ecco, la cultura così intesa non è in esilio, è ben dentro la società, lotta per sopravvivere, a  volte, per emergere di nuovo. Guai però a pensare di avere risposte definitive! Si smentirebbe il concetto stesso di cultura. Duttilità mentale, capacità di cogliere vari punti di vista, dedizione allo studio e alla ricerca…

Ognuno di noi potrebbe probabilmente indicare parecchie persone con tali caratteristiche, ciascuna però con la sensazione di solitudine che coglie quando ci si sente non perfettamente in sintonia con il mondo circostante. È qui la vera cultura, non nelle presentazioni, nelle mostre, nelle apparizioni televisive. È nella vita di tutti i giorni, nel mantenere accesa la fiaccola di una conoscenza non episodica e superficiale, nel cercare di diffonderla magari tra poche persone, ogni volta con la sensazione di una vittoria. È nel vivere seguendo la luce di valori che derivano dalla passione, dalla perseveranza, dalla consapevolezza che la ricerca della conoscenza è il senso stesso dell’essere uomo. Siamo qui, a tratti travolti dalla velocità del cambiamento, ma determinati, in attesa. Riemergeremo.

 

Osservo incredulo la palestra che si riempie. A piccoli gruppi, i ragazzi entrano e, come per un tacito accordo, si dispongono a semicerchio, accovacciandosi a terra. Hanno sguardi allegri, si sentono liberi, lo avverto, è nell’aria.

Sorrido. Il primo passo del neonato laboratorio di scrittura, l’Officina Marconi, offre già il vero senso di questa esperienza: nessuna costrizione, libertà assoluta di espressione, niente registri da riempire.

Ho qualche timore. saranno più di cento ragazzi, come farò a strutturare il laboratorio? Comunque, c’è un punto fermo: nessun criterio di selezione. Tutti potranno partecipare e, allo stesso modo, saranno liberi di andar via in qualunque momento. È la sola cosa di cui sono certo, che ritengo indispensabile.

Comincio a parlare e mi rendo conto che gli adolescenti sanno istintivamente quando potersi fidare. Sono attenti, hanno una certa luce negli occhi. Ne nasce una discussione interessante, con qualche confusione ma aperta, senza ritrosie o infingimenti. Decidiamo che ci vedremo tutti in Aula Magna e creeremo una sorta di bottega artigiana della scrittura.

Nelle settimane successive, tutto assume una fisionomia ben chiara. Qualcuno, pendolare, è costretto a rinunciare, ma il successo è pieno. I ragazzi prendono coscienza di essere un gruppo, pur nell’assoluto rispetto delle singole individualità. Il lavoro quasi mi sommerge. Sembra che tutto ciò che era celato nei cuori e nelle menti, scalpiti ora per prendere forma nella scrittura.

Impercettibilmente, tutti cambiamo, mi accorgo di essere parte attiva della bottega, ma per fortuna parte non predominante, né condizionante. Mi commuove la fiducia negli sguardi di chi si avvicina e mi chiede consiglio, avanza proposte. C’è una meravigliosa confusione, l’Aula Magna risuona di vita, vita “vera”.