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Vorrei essere Charles Bukowski!
Se fin da piccolo
il mio mito era Kurt Cobain
con l'uomo tigre
e Bud Spencer,
adesso è solo Charles Bukowski

Per quanto sia nostalgico
sono sempre stato
schiavo dei miei limiti
sono cappuccetto rosso
perso in questi sottoboschi artistici.

Vivo nel ventre della paranoia
Credici
mi dicono,
credici
e arriverai
alla Bocconi
o a Sanremo,
oppure ad Amici
a baciare il culo alla de Filippi

Fidati,
mi dicono,
fidati,
ce la fai.
Ma io mi sento un panchinaro
condannato allo stand-by.

Mangio acido
Il mio fegato
è flaccido

Quando scrivo mi agito
come Bukowski
mi vuole bene questo pubblico di nicchia
di gente che tiene a me
ma io mi sento piccolo come una lenticchia.
Troppe cose nello stomaco
Mi viene il vomito
Mi scopro cinico
Mi cambio l'abito
Ma non il monaco
E non mi pettino
E non mi pento
Perché mi piaccio scapigliato
Anche se non va di moda
Intanto prego San Bukowski

Vorrei essere Charles Bukowski
Vorrei scrivere come Charles Bukowski
E fare quel che faceva Charles Bukowski
Vorrei essere citato anch'io
Nelle foto
Delle ragazzine mezze nude
Come Charles Bukowski

La tua poesia leggera
La trovi su libri,
film
foto
E trattati di pace
Mentre a me...
mi trovi in giro qualche sera,
in un locale dove fuori
certamente non c'è fila per me.
Purtroppo in cima alle classifiche di libri venduti
Non ci facciamo compagnia

La costruzione di un successo
è sempre un'alchimia
di versi e di sonetti,
tu sei un gran maestro,
Più o meno...
ti dedico 'sto scritto
E spero che ricambierai la cortesia
In un altra vita...
Sono bravo a scrivere poesie,
si,
ma tu di più,
ma tu di più,
sono bravo
A regalare le emozioni,
si,
ma tu di più,
ma per quanto tempo,
dovrò darci dentro
mi viene da star male
perché...
purtroppo io non sono Charles Bukowski

Ma questa gente
è confusa
Anche al vero artista
si stringe il culo
perché sa che se si gira
solo un attimo...
domani ha chiuso.
L'Italia...
mafia della melma omologatoria.
Dove i quattordicenni
scelgono cosa si debba scrivere
guidano il business

Questi artisti...
Tre anni e spariscono
seppelliti sotto casa
con la puzza di marcio
Impressa nelle sale da pranzo
con suoni di plastica
nel loro cervello malato

Questa è l'Italia
È la sua società fantastica.
che su di me riversa...
la sua follia perversa
Per quindici minuti
saranno famosi..

Io rimango indipendente
Come il quattro luglio
Sei nato qui.
Morirai qui.
Sei confinato
Nel tuo stato mentale
Questi stronzi
vendono sogni di realtà.
come Charles Bukowski
poeta anticonformista
Adesso conformista
Qualche quattordicenne triste
ha scelto così.
Io invece
sono spazzatura
Che spazza razza pura
Non provo più paura
Colleziono punti di sutura
Lucido le mie corde
Metto a fuoco in modo tale
che nemmeno la forestale può far nulla
Ho un obiettivo
che trastulla
i miei sensi di colpa
E sto sotto
come un gatto
In tangenziale

Non gioco a fare il ribelle
Entrando nel mio vivaio
troverai nervi a catinelle
Ne ho piene le palle
Pietoso stavolta
esco dal gregge
soltanto per fare Il pastore tedesco
Su questa terra
fondata sul social
Salto come un pop corn

Esercizio di traduzione da una poesia di Giancarlo Giuliani

Il poeta malato
Occorre spingersi oltre le colline
mentre la luna allaga il cielo
e i colori dormono sotto la neve.
Sulla soglia di una perdita
l'aria si fa densa di echi
e la vita resta sospesa
mentre l'ala del dolore
solca il buio e ci dona una luce
senza calore: in essa perdiamo
la nostra innocenza, percorriamo
il mare di tutte le vite vissute,
ma il ricordo muore al fiorire
del giorno e il volo
si fa passo pesante, vano
rincorrere un sogno smarrito.
The sick poet
There's a need to run beyond the hills
as the moon floods the sky
and all the colors sleep behind the snow.
On the threshold of loss
the air fills of echoes
and life is suspended
while the wing of sorrow
cuts through the night
and gives us a cold light,
that steals our innocence.
We travel the seas
of all our past lives,
but memory dies
at the bloom of day
and the flight becomes a heavy pace,
a vain run for a lost dream.

Profonda come la malinconia
di questa estate morente
giunge la consapevolezza
di un altro sussulto di vita.Se guardiamo oltre queste arcate
di pietra, la metafora ci coglie,
potente come una montagna
nel vento: c’è un senso
nel cercare sempre un sentiero,
rifiutare la via aperta e sicura,
immergersi profondamente
nel misterioso respiro del tempo.Resto fermo a lungo e guardo
lo scorrere di vite vicine,
mi sento inadatto al cammino,
poi avverto la vertigine acuta
di un’ala che sfiora il mio volto:
il giorno mi chiama
e conduce con sé il ricordo
di mille attimi trascorsi.

I volti della mia gioventù
hanno pallidi contorni, li scorgo
appena nel fulgore della corsa,
eppure tornano, non si sa
da quale tempo arrivino, di loro
resta una pallida impronta
e ciò che è stato diventa irreale.

Deep as the melancholy
Of this dying summer
occurres to us consciousness
Of another gasp of life If we look over these stone arches
The metaphore becomes clear
powerful as a mountain
In the wind: there's a sense
in always searching for a path,
In refusing the safe open road,
In soaking deeply
In the mysterious breath of time. I stay still for quite a long time and watch
The lives flowing next to me,
I feel inadequate for this journey,
Then I feel the sharp dizziness
Of a wing slightly touching my face:
The day is calling me
And brings the remembrance
Of a thousand passed moments

The faces of my youth
Have pale outlines, I barely see them
In the brilliancy of my run,
But they come back, unknown is
The time they come from, they
Only leave a pale footprint
And what has been becomes unreal

 

Sara Pollutri traduce "Profonda come la malinconia", da "Nel mio regno non vi sono filosofi,", Tabula fati, 2016

Ulisse ed Enea nel mondo dei morti

Nell’epica la morte è il convitato di pietra per eccellenza e gli eroi ne sono ben consapevoli, se solo pensiamo alla sconsolata affermazione di Ettore nel VI libro dell’Iliade: “io dico che nessun uomo, una volta che è nato / può evitare la moira, sia egli vile o valoroso”.

La moira è la “parte” che l’uomo ha nello schema dell’universo, la sua mortalità, alla quale in nessun modo egli può sottrarsi, per questo la parola ha poi assunto il senso di “destino, sorte”. Non resta che cercare di dare un senso alla propria vita e alla propria stessa morte, in modo da restare almeno vivo nel ricordo delle generazioni future.

Come se non si volesse comunque accettare l’idea di un annullamento perenne, spesso i poeti rappresentano degli eroi che compiono un viaggio nel mondo dell’aldilà, nel mondo dei morti, e conversano con i defunti. Così è per Eracle, che scende nell’Ade per catturare Cerbero, così è per Ulisse e per Enea.

Ulisse scende negli Inferi per consultare Tiresia. Egli, su indicazione di Circe, salpa verso l’Oceano, che circonda la terra con un cerchio di acque e non ha né sorgente, né foce, anzi rifluisce eternamente su se stesso. Dopo aver attraversato la misteriosa terra dei Cimmeri, perennemente avvolta nell’ombra e nella nebbia, sulla sponda dell’Oceano Ulisse compie il rito dei morti, sacrificando vittime nere e difendendone il sangue dalle ombre che gli si affollano intorno: esse potranno bere il sangue sacrificale solo dopo che Tiresia avrà fatto la sua predizione. Grazie a quel sangue, le anime dei defunti riacquistano per qualche momento vitalità e parola. Così, ecco Agamennone, poi Achille, che ha parole di rimpianto per la vita che, anche quando è umile, è comunque infinitamente più desiderabile della condizione dell’oltretomba.

Ma la morte non spazza via solo ogni gloria terrena, anche gli affetti ne sono travolti, come dimostra lo struggente gesto con cui Ulisse tenta invano di stringere al petto la madre, consumata dal dolore per la lunga assenza del figlio e come, ancor più, dimostrano le parole di Anticlea sull’anima che vola via, come un sogno, abbandonando il corpo senza vita.

Ulisse comunque non oltrepassa i confini dell’Ade, ma si ferma nel vestibolo, dove le anime gli vanno incontro. L’attenzione di Omero al rito necromantico conferma come nella cultura dell’epos il rituale funebre rappresenti un momento di grande importanza, sia per il defunto che per i vivi: gravissimo oltraggio sarebbe stato infrangere i canoni del rito: è il gheras, l’”onore funebre” dovuto sì ai morti, ma anche, attraverso di loro, alle divinità degli Inferi.

Diversa è la catabasi di Enea, che scende nel regno dei morti per incontrare il padre Anchise. La Sibilla che acconsente al viaggio di Enea gli pone tre condizioni: un ramo d’oro da cogliere nel bosco di Ecate e da donare alla regina dei morti, la celebrazione delle esequie per Miseno, uno dei suoi compagni, infine il sacrificio di animali neri in onore degli dei degli Inferi. Ecate risponde al richiamo del sacrificio e il viaggio può iniziare: il vestibolo dell’Orco è popolato da spettri inconsistenti e mostruosi, quasi una personificazione di tutte le ancestrali paure dell’uomo, in un’atmosfera di tenebra.

Ed ecco poi l’Acheronte, la barriera insormontabile tra i vivi e i morti, dove si affollano le anime in attesa che Caronte le traghetti sull’altra sponda (come non pensare alla scena dantesca?). Tra le anime degli insepolti, condannate a un’attesa di cento anni prima del passaggio, Enea incontra Palinuro, morto in mare (Ulisse aveva incontrato l’anima dell’insepolto Elpenore) e ha con lui un incontro incentrato sulla nostalgia e sul rimpianto, con l’intervento finale della Sibilla che ricorda l’ineluttabilità del destino di morte dell’uomo.

Comunque, Enea e la Sibilla varcano l’Acheronte sulla barca di Caronte, oltrepassano Cerbero grazie a una focaccia drogata, giungono nell’Orco dove Enea sente i lamenti dei bambini morti prematuramente e dei suicidi (lugentes campi). Qui c’è il drammatico incontro con Didone, chiuso da quel disperato siste gradum (“fermati!”) che l’eroe rivolge inutilmente alla donna.

Più avanti Enea incontra altri eroi della tradizione epica, poi giunge a un bivio: da un lato si va, a destra, verso la città di Dite e i Campi Elisi (sede dei beati); dall’altro, a sinistra, si va verso il Tartaro, dove in eterno espiano le loro colpe i grandi peccatori (i Titani, Teseo, altri.., il cui nome è rivelato ad Enea dalla Sibilla). Giunto alle mura di Dite, Enea pone sulla soglia il ramo d’oro e si inoltra nei Campi Elisi, dove incontra numerosi eroi intenti a nobili occupazioni. Museo gli indica Anchise, che mostra al figlio le anime destinate a incarnarsi che si affollano sulle rive del Lete, poi dà al figlio il senso della missione eterna di Roma. Non manca però un elemento d’ombra, nella figura del giovane Marcello, destinato a morte prematura: il rimpianto e il cordoglio prendono il posto della celebrazione luminosa.

 

(foto da PIXABAY)

Derrick De Kerkhove, Brainframes, Bologna, 1993 (immagine in evidenza tratta da Wikimedia Commons)

 

  1. L’oggetto-libro

Un agile volumetto in brossura, di meno di 200 pagine, di dimensione tascabile. Copertina dal design accattivante, corpo tipografico chiaro e ben spaziato. Suddivisione in paragrafi fatta in modo tale da facilitare la lettura e la comprensione del testo. Immagini a corredo non numerose, ma ben scelte e disposte accuratamente.

  1. L’argomento

De Kerkhove sostiene che la nostra visione non è oggettiva, che gli occhi sono poco più che sensori e che è il cervello a recepire non l’interezza della visione possibile, ma solo le informazioni utili al suo processo di elaborazione. Ne deriva che i modi di elaborazione delle informazioni tendono a creare una sorta di “struttura” che spinge il cervello a fornire un modello diverso di interpretazione a seconda della struttura stessa. È il brainframe(“struttura, cornice cerebrale”).

Non bisogna commettere l’errore di confondere brainframee atteggiamento, o mentalità. Un brainframe  è qualcosa di più. De Kerkhove usa come esempio il più noto dei brainframe, quello creato dall’alfabeto, che, a livello profondo, ha influenzato il modo in cui organizziamo i nostri pensieri, ci ha spinto a combinare l’informazione esattamente come facciamo con l’alfabeto stesso.

Dunque, una profonda influenza della tecnologia, alla quale tuttavia noi accompagniamo dei processi di adattamento, sì che l’influenza resta il più delle volte inavvertita. Quando però l’accelerazione del mutamento tecnologico supera la nostra capacità psicologica di adattamento, ecco si verifica una frattura culturale. Nel nostro secolo, sempre secondo De Kerkhove, i mutamenti tecnologici essenziali sono stati tre, la televisione (anni Sessanta), il computer (anni Ottanta), le reti integrate multimediali.

Occorre allora affrontare le fratture culturali sviluppando una nuova psicologia, adeguata alla vorticosa velocità del cambiamento, una sorta di tecno-psicologia. Del resto, una delle funzioni del nostro apparato psicologico è proprio quella di creare un’illusione di continuità, rallentando gli effetti del mutamento tecnologico sul nostro sistema nervoso.

A sostegno delle proprie affermazioni, De Kerkhove ci guida in un veloce, ma incisivo viaggio attraverso le cornici(frames) più importanti della nostra mente e della nostra cultura. Già dal modo con cui rappresentiamo un asse temporale, con il passato a sinistra e il futuro verso destra, testimoniamo l’influsso del brainframealfabetico. A partire dagli studi di Denise Schmandt-Besserat sulle “tessere numeriche” fino al primo alfabeto cuneiforme, base del successivo alfabeto greco, veniamo guidati in un accattivante viaggio nel passato. Così ecco le notazioni di Roger Sperry sulle specializzazioni dell’emisfero sinistro e dell’emisfero destro del cervello, ecco ancora i successivi studi di David Loye sullo stesso argomento.

Più in particolare, De Kerkhove nota che tutti i sistemi di scrittura che rappresentano suoni sono scritti orizzontalmente, mentre tutti i sistemi che rappresentano immagini, come gli ideogrammi cinesi o i geroglifici egizi, sono scritti verticalmente. La struttura intrinseca delle ortografie eserciterebbe una pressione sulla direzione della scrittura (il greco ha mutato la direzione dell’ortografia solo dopo che al modello originario sono state aggiunte le vocali) e la scelta della direzione dipenderebbe dal fatto che la lettura si basi sull’allineamento dei segni in una sequenza oppure no. Infine, esiste, è sempre l’opinione di De Kerkhove, un effetto feedbacksul tipo di elaborazione richiesta dal cervello per leggere e scrivere una data ortografia: il rilievo posto sull’elaborazione sequenziale della scrittura greca e latina si riflette negli stili grafici, rigorosamente continui, senza stacchi tra le parole, le frasi o perfino i paragrafi.

Ecco allora la teoria del brainframeapplicata al cervello: imparare a leggere e scrivere un testo alfabetico condizionerà le operazioni di base della coordinazione occhio-cervello. Queste ultime a loro volta producono un effetto di feedback su altri processi sensoriali e psicologici.  L’effetto più visibile della rivoluzione alfabetico è allora l’invenzione della prospettiva, che sarebbe quindi una diretta proiezione del brainframealfabetico. L’ipotesi di De Kerkhove è che (in corrispondenza non casuale con l’invenzione della stampa) l’accresciuta partecipazione dell’emisfero sinistro, necessaria per la lettura del nostro sistema ortografico, abbia portato a una più intensa collaborazione di entrambi i lati del cervello, tale da incoraggiare e favorire una visione “stereo”. Per ottenere una visione prospettica, al cervello si chiede di calcolare i rapporti tra le cose insieme con il prodotto finale dei campi visivi combinati di entrambi gli occhi. È principalmente l’emisfero sinistro a fare questi calcoli e ad analizzare in tal modo il campo visivo: in sintesi, le metà di sinistra di entrambi gli occhi forniscono l’insieme dei dati e le metà di destra li analizzano.

Vedere le cose in prospettiva significa collocare ogni cosa al suo posto e con le giuste proporzioni nella propria mente. Mediante l’uso della prospettiva, il brainframealfabetico annienta le due coordinate dominanti (tempo e spazio) e “ferma tutto”: come la visione naturale divide i propri compiti tra vedere un oggetto e scomporlo, così la prospettiva, in quanto strategia visiva, ha permesso all’intera nostra cultura di afferrare il mondo spazialmente e di analizzarlo temporalmente. La mente occidentale, in virtù del brainframe  alfabetico, è stata indotta inoltre a scomporre l’informazione in unità minori e a riassemblarle in un ordine sequenziale da sinistra a destra. Sono il brainframealfabetico e il modello alfabetico, per esempio, che hanno indotto la nostra mente a scavare in fondo nella materia, componendola in unità sempre più piccole, fino all’atomo. Lo stesso codice geneticoè un tipo primitivo di struttura alfabetica di quattro aminoacidi variamente combinati in modo da formare stringhe più estese.

Eccoci alle grandi trasformazioni del nostro tempo, prima tra tutte la televisione. Gli stimoli del messaggio televisivo provocano reazioni sul corpo, quasi istantaneamente, e nel cervello, un po’ più lentamente. I sistemi nervosi dei mammiferi superiori sono allenati a reagire a ogni percettibile mutamento dell’ambiente che possa essere importante per la sopravvivenza. Si tratta di una OR (“reazione di orientamento”) che richiamerà la nostra attenzione sullo stimolo oppure attiverà la DR (“reazione difensiva”). La luce proveniente dallo schermo televisivo ci colpisce direttamente attraverso lo schermo, sollecitandoci a una risposta. La mente ha bisogno di almeno ½ secondo per produrre una “chiusura” adeguata a questi stimoli complessi. La TV nega questa possibilità (“la sindrome del ½ secondo mancante”, secondo Hertha Sturm).

Che significa questo? Che la TV ha lanciato una sfida al nostro brainframefinora dominante e ha imposto il videoframe, che minaccia in qualche modo la nostra autonomia. Le nostre strategie di elaborazione delle informazioni sono modificate: invece di creare e immagazzinare immagini, i bambini che guardano la TV devono estrarre un rapido quadro generale da frammenti debolmente connessi e ricomporre l’oggetto della visione. La TV scompone l’informazione in segmenti minimi e spesso non connessi tra loro, pigiandoli il più possibile insieme nel minor tempo possibile. Siamo noi a completare il quadro: ciò non significa che riusciamo ad afferrare il senso, ma solo che stiamo afferrando immagini.

Nell’impianto psicologico creato dall’alfabetizzazione, il nostro “programma” è l’alfabeto ed è in noi; la “cornice”, cioè la nostra organizzazione prospettica dello spazio e del tempo, è esterna a noi. Con la TV tanto la cornice che il programma sono esterni a noi. La cornice è lo schermo stesso che, essendo bidimensionale, elimina istantaneamente la prospettiva. Il punto di vista è obbligato: è quello della macchina da presa. Lo schermo TV è un brainframe rigorosamente prescrittivi, perché in un colpo solo incornicia le dimensioni di tutto quello che c’è da vedere, focalizza l’occhio e l’attenzione dello spettatore e condiziona completamente le modalità di elaborazione e destinazione dell’informazione.

Per ritrovare autonomia, un passo avanti sembra essere il personal computer, che ci permette di interagire, per mezzo di interfacce sempre più “amichevoli”. Il PC ha creato un tipi nuovo di cognizione intermedia, una sorta di scambio tra il mondo esterno e l’interno del nostro Io.

Il passo successivo è la realtà virtuale, ma essa è ancora lontana, a causa della potenza insufficiente dei computer, anche se esiste comunque qualche prototipo. In pratica, oggi si assiste a tre livelli diversi di integrazione tecnologica:

  • interno (iperconcentrazione e accelerazioned ella potenza dei computer)
  • esterno (standardizzazione delle reti di telecomunicazione internazionale)
  • interattivo (interattività bionica tra uomo e macchina sulla realtà virtuale)

Con la manipolazione tridimensionale dell’oggetto in tempo reale, pensiero ed elaborazione si avviano a diventare un’unica cosa, la realtà virtualeci permetterà di accumulare informazioni nello stesso modo in cui le accumula la mente. Con tono un po’ profetico, De Kerkhove parla di “cultura della profondità”: stiamo scoprendo che c’è altrettanto posto nello spazio interno che in quello esterno; stiamo già esplorando, industrializzando e commercializzando i domini dell’infinitamente piccolo nei campi della genetica, della fisica atomica e della chimica molecolare. La cultura della profondità cercherà e troverà proficue interazioni in altre società. Le tecnologie occidentali si stanno espandendo fino a incontrare ogni altra cultura del pianeta. Si va verso il cosiddetto uomo-bionico, e De Kerkhove sembra ottimista.

  1. Considerazioni

 De Kerkhove sembra ottimista, e il libro non tocca in alcun modo alcuni nodi problematici e tende a condurre il lettore alle stesse conclusioni dell’autore, merito forse di uno stile secco e incisivo, anche se un po’ assertivo.

In sostanza, ci sarebbe una ininterrotta linea positiva, fatta di riusciti adattamenti psicologici dell’uomo ai diversi modi tecnologici di trasmissione ed elaborazione delle informazioni. Alla passività indotta dalla televisione, si sarebbe in gran parte sostituita l’interattività consentita dai computer e la prospettiva è inevitabilmente quella delle reti, della comunicazione globale. Tutto vero, ma c’è un problema di fondo: in nessun modo il libro tocca il problema del rapporto tra le velocità di trasformazione tecnologica e la capacità di adattamento psicologico. Senza arrivare a parlare di “choc del futuro”, è comunque quanto meno dubbio che l’uomo abbia la capacità di entrare in sintonia psicologica con un cambiamento che assume velocità impensabili, che sembra acquisire slancio ogni giorno. Esistono già molte persone che, abbastanza abili con un personal computer, sono quasi bloccate di fronte all’immenso serbatoio di informazioni della rete e si muovono in essa cercando qualche brandello di informazione, affidandosi a motori di ricerca che, per quanto in crescita continua, non coprono ormai che una percentuale insufficiente della rete stessa.

E poi, non è forse vero che, a parte studi di avanguardia, nella scuola di massa non ci si pone affatto il problema di creare le condizioni di base per un adattamento psicologico dei giovani al cambiamento? Tutto nella scuola procede lentamente, le innovazioni, quando ci sono, arrivano nella scuola nel momento stesso in cui nella società hanno perduto il nome di innovazione. Si fa coincidere l’innovazione con la presenza di personal computer, ma non cambia nulla nella struttura dei programmi, nella didattica, nell’aggiornamento degli insegnanti. O meglio, qualcosa cambia, ma certamente, anche a considerare il progetto globale di riforma della scuola in Italia, non pare che l’ottimismo di De Kerkhove sia fondato. Lo studioso guarda già lontano, verso l’uomo bionico, ma in gran parte del mondo occidentale, c’è ancora il problema dell’adattamento psicologico alla televisione, potente manipolatrice di consenso. L’homo televisivus, se ci si consente l’espressione, è, a mio parere, ancora un problema.

Non vale l’obiezione che altrove, ad esempio negli Stati Uniti, le cose vadano meglio. Proprio la “globalizzazione” dell’informazione rende impossibile pensare in termini di “nazione”. Lo sforzo di adattamento psicologico deve essere appunto “globale”. Non sono sicura poi che le cose anche negli Stati Uniti siano così rosee. Ci sono ampie fasce sociali escluse dalla fruizione di beni fondamentali, c’è un numero di poveri altissimo rispetto al benessere generale, ci sono disuguaglianza rilevanti nella gestione della scuola e della sanità, c’è una cultura della competizione che tende a isolare le fasce più deboli. Abbiamo ancora molto da fare per costruire una cultura dello stare insieme: non credo che siamo pronti, psicologicamente, ad affrontare la sfida della comunicazione globale. Eppure dovremo farlo.

Dunque, per quanto piacevole ed accattivante, il libro di De Kerkhove mi pare quello di un profeta tecnologico, convinto fino in fondo della necessità della corsa verso il futuro, dimentico troppo spesso della necessità di coniugare il progresso con la solidarietà. Certo, non spetta forse a uno studioso delle comunicazioni occuparsi di questo lato del problema, ma proprio il maestro di De Kerkhove, Mc Luhan, con il suo slogan (ma anche monito) “il mezzo è il messaggio” aveva implicitamente messo in rilievo il pericolo insito nel divario tra tecnologia e adattamento umano.

Florideo Matricciano, Oltre il mare Lizeh, 37 copie numerate e firmate, 2017, Fuori Commercio

Nota dell'autore:

In Oltre il mare Lizeh parola e scrittura muovono da posizioni liminari, di confine, che si esplicitano attraverso un irripetibile, specifico, soggettivo 'sostare sulla soglia' (l'istante iniziale, predittivo a volte del transito) nel farsi vissuto ed esperienza del limite ... della comunicazione, del linguaggio, del sé e del contatto. Di ogni contatto.

Limite nella presenza e nell'assenza, nel silenzio e nel frastuono, nel farsi e disfarsi di ogni vicissitudine mortale al cospetto dei tempi e dell'eterno. Mare Lizeh è anagramma di Alzheimer, denominazione del morbo che devasta l'esistenza a gran parte dei mortali fino alle soglie dell'ignoto e 'Oltre il mare Lizeh' è il dialogo impossibile, diario di bordo di un attraversamento. Il tâtonnement esplorativo della procellosità dell'esserci, tanto nel naufragio quanto nell'approdo, quello specifico naufragio e questo particolare approdo.

Da una parte si dà come cruda restituzione della progressiva, ineluttabile frantumazione del contatto, nella dissipazione drammatica di ogni linguaggio e, insieme, come scommessa, nella reduplicazione scritturale, di una poeticità e persino di una poetica del pensiero e della parola frantumati e scissi da ogni linguaggio.

Dall'altra parte le ostinate notazioni a margine (dalle incoative amnesie ... di talune stravaganze spazio-temporali, delle 'insalate verbali' dell'altro da sé abitato dal morbo, sino all'esito cruciale del degrado finanche dei più atavici ancoraggi nel dialogo tonico madre-figlio e fino alla spoliazione e all'auto-spoliazione terminale di ogni possibilità di contatto) evidenziano un dialogo interno sbigottito e, per quanto possibile, disincantato, di una stranita inconsapevolezza dapprima, poi di un sentire impotente strettamente connesso al sentimento d'inadeguatezza del naufrago in balia dell'ignoto, sconcertato dall'evidenza di una dissipazione inevitabile dell'incontro (per quanto ancora supposto) che si abbatte con la violenza di un crollo nella reciprocità dell'esistere.

Allo stesso tempo si offre quale sofferta documentazione del più personale degli approdi, nel viaggio dal consueto all'onirico, fino al reale, nell'inattesa dolente dimensione del risveglio.

Florideo Matricciano, 2017