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Cari studenti, non chiedetemi del ’68

Quest'anno saranno 50 anni dal Sessantotto. Immagino le celebrazioni e le condanne, le interviste a raffica, le nostalgie velate di alterigia, quell'alterigia troppo spesso tipica di quelli che "hanno fatto il Sessantotto" e portano questa affermazione come una sorta di permesso permanente di dire sciocchezze.

Mi avete chiesto a suo tempo di Lotta Continua, di come fosse manifestare per le strade, in quei tempi velati dal fascino di tanti racconti. Semplice: non mi rendevo conto che stessimo sbagliando tutto, c'era una fame di libertà di espressione che impediva ogni compromesso, o si era con noi o contro di noi. Ma non è possibile generalizzare: ognuno di noi, pur percorrendo apparentemente lo stesso sentiero, inseguiva se stesso, la propria realizzazione, cercava di costruire la propria visione del mondo. Oh, sì, urlavamo le stesse parole, cantavamo le stesse canzoni, ma se avessimo avuto occhi più chiari e mente più lucida, avremmo capito che qualcosa sarebbe rimasto, certo, ma che il capitalismo aggressivo, la legge spietata del mercato avrebbero trovato nuovi modi e nuove maschere. Non avevamo le forze per sconfiggerlo, solo per scalfirne momentaneamente la corazza. Quanto sangue e quanto dolore per così poco!

 

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