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Brainframes

Derrick De Kerkhove, Brainframes, Bologna, 1993 (immagine in evidenza tratta da Wikimedia Commons)

 

  1. L’oggetto-libro

Un agile volumetto in brossura, di meno di 200 pagine, di dimensione tascabile. Copertina dal design accattivante, corpo tipografico chiaro e ben spaziato. Suddivisione in paragrafi fatta in modo tale da facilitare la lettura e la comprensione del testo. Immagini a corredo non numerose, ma ben scelte e disposte accuratamente.

  1. L’argomento

De Kerkhove sostiene che la nostra visione non è oggettiva, che gli occhi sono poco più che sensori e che è il cervello a recepire non l’interezza della visione possibile, ma solo le informazioni utili al suo processo di elaborazione. Ne deriva che i modi di elaborazione delle informazioni tendono a creare una sorta di “struttura” che spinge il cervello a fornire un modello diverso di interpretazione a seconda della struttura stessa. È il brainframe(“struttura, cornice cerebrale”).

Non bisogna commettere l’errore di confondere brainframee atteggiamento, o mentalità. Un brainframe  è qualcosa di più. De Kerkhove usa come esempio il più noto dei brainframe, quello creato dall’alfabeto, che, a livello profondo, ha influenzato il modo in cui organizziamo i nostri pensieri, ci ha spinto a combinare l’informazione esattamente come facciamo con l’alfabeto stesso.

Dunque, una profonda influenza della tecnologia, alla quale tuttavia noi accompagniamo dei processi di adattamento, sì che l’influenza resta il più delle volte inavvertita. Quando però l’accelerazione del mutamento tecnologico supera la nostra capacità psicologica di adattamento, ecco si verifica una frattura culturale. Nel nostro secolo, sempre secondo De Kerkhove, i mutamenti tecnologici essenziali sono stati tre, la televisione (anni Sessanta), il computer (anni Ottanta), le reti integrate multimediali.

Occorre allora affrontare le fratture culturali sviluppando una nuova psicologia, adeguata alla vorticosa velocità del cambiamento, una sorta di tecno-psicologia. Del resto, una delle funzioni del nostro apparato psicologico è proprio quella di creare un’illusione di continuità, rallentando gli effetti del mutamento tecnologico sul nostro sistema nervoso.

A sostegno delle proprie affermazioni, De Kerkhove ci guida in un veloce, ma incisivo viaggio attraverso le cornici(frames) più importanti della nostra mente e della nostra cultura. Già dal modo con cui rappresentiamo un asse temporale, con il passato a sinistra e il futuro verso destra, testimoniamo l’influsso del brainframealfabetico. A partire dagli studi di Denise Schmandt-Besserat sulle “tessere numeriche” fino al primo alfabeto cuneiforme, base del successivo alfabeto greco, veniamo guidati in un accattivante viaggio nel passato. Così ecco le notazioni di Roger Sperry sulle specializzazioni dell’emisfero sinistro e dell’emisfero destro del cervello, ecco ancora i successivi studi di David Loye sullo stesso argomento.

Più in particolare, De Kerkhove nota che tutti i sistemi di scrittura che rappresentano suoni sono scritti orizzontalmente, mentre tutti i sistemi che rappresentano immagini, come gli ideogrammi cinesi o i geroglifici egizi, sono scritti verticalmente. La struttura intrinseca delle ortografie eserciterebbe una pressione sulla direzione della scrittura (il greco ha mutato la direzione dell’ortografia solo dopo che al modello originario sono state aggiunte le vocali) e la scelta della direzione dipenderebbe dal fatto che la lettura si basi sull’allineamento dei segni in una sequenza oppure no. Infine, esiste, è sempre l’opinione di De Kerkhove, un effetto feedbacksul tipo di elaborazione richiesta dal cervello per leggere e scrivere una data ortografia: il rilievo posto sull’elaborazione sequenziale della scrittura greca e latina si riflette negli stili grafici, rigorosamente continui, senza stacchi tra le parole, le frasi o perfino i paragrafi.

Ecco allora la teoria del brainframeapplicata al cervello: imparare a leggere e scrivere un testo alfabetico condizionerà le operazioni di base della coordinazione occhio-cervello. Queste ultime a loro volta producono un effetto di feedback su altri processi sensoriali e psicologici.  L’effetto più visibile della rivoluzione alfabetico è allora l’invenzione della prospettiva, che sarebbe quindi una diretta proiezione del brainframealfabetico. L’ipotesi di De Kerkhove è che (in corrispondenza non casuale con l’invenzione della stampa) l’accresciuta partecipazione dell’emisfero sinistro, necessaria per la lettura del nostro sistema ortografico, abbia portato a una più intensa collaborazione di entrambi i lati del cervello, tale da incoraggiare e favorire una visione “stereo”. Per ottenere una visione prospettica, al cervello si chiede di calcolare i rapporti tra le cose insieme con il prodotto finale dei campi visivi combinati di entrambi gli occhi. È principalmente l’emisfero sinistro a fare questi calcoli e ad analizzare in tal modo il campo visivo: in sintesi, le metà di sinistra di entrambi gli occhi forniscono l’insieme dei dati e le metà di destra li analizzano.

Vedere le cose in prospettiva significa collocare ogni cosa al suo posto e con le giuste proporzioni nella propria mente. Mediante l’uso della prospettiva, il brainframealfabetico annienta le due coordinate dominanti (tempo e spazio) e “ferma tutto”: come la visione naturale divide i propri compiti tra vedere un oggetto e scomporlo, così la prospettiva, in quanto strategia visiva, ha permesso all’intera nostra cultura di afferrare il mondo spazialmente e di analizzarlo temporalmente. La mente occidentale, in virtù del brainframe  alfabetico, è stata indotta inoltre a scomporre l’informazione in unità minori e a riassemblarle in un ordine sequenziale da sinistra a destra. Sono il brainframealfabetico e il modello alfabetico, per esempio, che hanno indotto la nostra mente a scavare in fondo nella materia, componendola in unità sempre più piccole, fino all’atomo. Lo stesso codice geneticoè un tipo primitivo di struttura alfabetica di quattro aminoacidi variamente combinati in modo da formare stringhe più estese.

Eccoci alle grandi trasformazioni del nostro tempo, prima tra tutte la televisione. Gli stimoli del messaggio televisivo provocano reazioni sul corpo, quasi istantaneamente, e nel cervello, un po’ più lentamente. I sistemi nervosi dei mammiferi superiori sono allenati a reagire a ogni percettibile mutamento dell’ambiente che possa essere importante per la sopravvivenza. Si tratta di una OR (“reazione di orientamento”) che richiamerà la nostra attenzione sullo stimolo oppure attiverà la DR (“reazione difensiva”). La luce proveniente dallo schermo televisivo ci colpisce direttamente attraverso lo schermo, sollecitandoci a una risposta. La mente ha bisogno di almeno ½ secondo per produrre una “chiusura” adeguata a questi stimoli complessi. La TV nega questa possibilità (“la sindrome del ½ secondo mancante”, secondo Hertha Sturm).

Che significa questo? Che la TV ha lanciato una sfida al nostro brainframefinora dominante e ha imposto il videoframe, che minaccia in qualche modo la nostra autonomia. Le nostre strategie di elaborazione delle informazioni sono modificate: invece di creare e immagazzinare immagini, i bambini che guardano la TV devono estrarre un rapido quadro generale da frammenti debolmente connessi e ricomporre l’oggetto della visione. La TV scompone l’informazione in segmenti minimi e spesso non connessi tra loro, pigiandoli il più possibile insieme nel minor tempo possibile. Siamo noi a completare il quadro: ciò non significa che riusciamo ad afferrare il senso, ma solo che stiamo afferrando immagini.

Nell’impianto psicologico creato dall’alfabetizzazione, il nostro “programma” è l’alfabeto ed è in noi; la “cornice”, cioè la nostra organizzazione prospettica dello spazio e del tempo, è esterna a noi. Con la TV tanto la cornice che il programma sono esterni a noi. La cornice è lo schermo stesso che, essendo bidimensionale, elimina istantaneamente la prospettiva. Il punto di vista è obbligato: è quello della macchina da presa. Lo schermo TV è un brainframe rigorosamente prescrittivi, perché in un colpo solo incornicia le dimensioni di tutto quello che c’è da vedere, focalizza l’occhio e l’attenzione dello spettatore e condiziona completamente le modalità di elaborazione e destinazione dell’informazione.

Per ritrovare autonomia, un passo avanti sembra essere il personal computer, che ci permette di interagire, per mezzo di interfacce sempre più “amichevoli”. Il PC ha creato un tipi nuovo di cognizione intermedia, una sorta di scambio tra il mondo esterno e l’interno del nostro Io.

Il passo successivo è la realtà virtuale, ma essa è ancora lontana, a causa della potenza insufficiente dei computer, anche se esiste comunque qualche prototipo. In pratica, oggi si assiste a tre livelli diversi di integrazione tecnologica:

  • interno (iperconcentrazione e accelerazioned ella potenza dei computer)
  • esterno (standardizzazione delle reti di telecomunicazione internazionale)
  • interattivo (interattività bionica tra uomo e macchina sulla realtà virtuale)

Con la manipolazione tridimensionale dell’oggetto in tempo reale, pensiero ed elaborazione si avviano a diventare un’unica cosa, la realtà virtualeci permetterà di accumulare informazioni nello stesso modo in cui le accumula la mente. Con tono un po’ profetico, De Kerkhove parla di “cultura della profondità”: stiamo scoprendo che c’è altrettanto posto nello spazio interno che in quello esterno; stiamo già esplorando, industrializzando e commercializzando i domini dell’infinitamente piccolo nei campi della genetica, della fisica atomica e della chimica molecolare. La cultura della profondità cercherà e troverà proficue interazioni in altre società. Le tecnologie occidentali si stanno espandendo fino a incontrare ogni altra cultura del pianeta. Si va verso il cosiddetto uomo-bionico, e De Kerkhove sembra ottimista.

  1. Considerazioni

 De Kerkhove sembra ottimista, e il libro non tocca in alcun modo alcuni nodi problematici e tende a condurre il lettore alle stesse conclusioni dell’autore, merito forse di uno stile secco e incisivo, anche se un po’ assertivo.

In sostanza, ci sarebbe una ininterrotta linea positiva, fatta di riusciti adattamenti psicologici dell’uomo ai diversi modi tecnologici di trasmissione ed elaborazione delle informazioni. Alla passività indotta dalla televisione, si sarebbe in gran parte sostituita l’interattività consentita dai computer e la prospettiva è inevitabilmente quella delle reti, della comunicazione globale. Tutto vero, ma c’è un problema di fondo: in nessun modo il libro tocca il problema del rapporto tra le velocità di trasformazione tecnologica e la capacità di adattamento psicologico. Senza arrivare a parlare di “choc del futuro”, è comunque quanto meno dubbio che l’uomo abbia la capacità di entrare in sintonia psicologica con un cambiamento che assume velocità impensabili, che sembra acquisire slancio ogni giorno. Esistono già molte persone che, abbastanza abili con un personal computer, sono quasi bloccate di fronte all’immenso serbatoio di informazioni della rete e si muovono in essa cercando qualche brandello di informazione, affidandosi a motori di ricerca che, per quanto in crescita continua, non coprono ormai che una percentuale insufficiente della rete stessa.

E poi, non è forse vero che, a parte studi di avanguardia, nella scuola di massa non ci si pone affatto il problema di creare le condizioni di base per un adattamento psicologico dei giovani al cambiamento? Tutto nella scuola procede lentamente, le innovazioni, quando ci sono, arrivano nella scuola nel momento stesso in cui nella società hanno perduto il nome di innovazione. Si fa coincidere l’innovazione con la presenza di personal computer, ma non cambia nulla nella struttura dei programmi, nella didattica, nell’aggiornamento degli insegnanti. O meglio, qualcosa cambia, ma certamente, anche a considerare il progetto globale di riforma della scuola in Italia, non pare che l’ottimismo di De Kerkhove sia fondato. Lo studioso guarda già lontano, verso l’uomo bionico, ma in gran parte del mondo occidentale, c’è ancora il problema dell’adattamento psicologico alla televisione, potente manipolatrice di consenso. L’homo televisivus, se ci si consente l’espressione, è, a mio parere, ancora un problema.

Non vale l’obiezione che altrove, ad esempio negli Stati Uniti, le cose vadano meglio. Proprio la “globalizzazione” dell’informazione rende impossibile pensare in termini di “nazione”. Lo sforzo di adattamento psicologico deve essere appunto “globale”. Non sono sicura poi che le cose anche negli Stati Uniti siano così rosee. Ci sono ampie fasce sociali escluse dalla fruizione di beni fondamentali, c’è un numero di poveri altissimo rispetto al benessere generale, ci sono disuguaglianza rilevanti nella gestione della scuola e della sanità, c’è una cultura della competizione che tende a isolare le fasce più deboli. Abbiamo ancora molto da fare per costruire una cultura dello stare insieme: non credo che siamo pronti, psicologicamente, ad affrontare la sfida della comunicazione globale. Eppure dovremo farlo.

Dunque, per quanto piacevole ed accattivante, il libro di De Kerkhove mi pare quello di un profeta tecnologico, convinto fino in fondo della necessità della corsa verso il futuro, dimentico troppo spesso della necessità di coniugare il progresso con la solidarietà. Certo, non spetta forse a uno studioso delle comunicazioni occuparsi di questo lato del problema, ma proprio il maestro di De Kerkhove, Mc Luhan, con il suo slogan (ma anche monito) “il mezzo è il messaggio” aveva implicitamente messo in rilievo il pericolo insito nel divario tra tecnologia e adattamento umano.

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