Alice Di Sabatino su “La peste”

03/05/2019 0 Di Giancarlo

“La peste” di Albert Camus

Un’ “astrazione”. Ècosì che Bernard Rieux, medico della città francese di Orano, definisce inizialmente il flagello che con lentezza si insinua tra le sue mura. Nella sua cronaca dei fatti che si susseguono durante l’epidemia di peste, egli descrive, tentando di mantenersi distaccato, oltre alle conseguenze fisiche che essa comporta, soprattutto come le anime dei suoi concittadini vengano corrotte e quasi sgretolate dalla malattia. Devastandole, la morte e l’esilio dal resto del mondo arriveranno quasi a privarle della loro umanità. Evidenziando le fasi di questa sorta di decadenza dello spirito, Rieux parte col descrivere l’egoismo con cui all’inizio “quasi tutti erano in primo luogo sensibili a ciò che interferiva con le loro abitudini o toccava i loro interessi”, quando, a seguito del ritrovamento di una enorme quantità di topi morti negli edifici di Orano, hanno avuto luogo i primi decessi.

Constatato che si tratta proprio di peste, Rieux cerca di avvisare il prefetto, la cui preoccupazione principale sembra quella di “non destare allarme nell’opinione pubblica”, il quale è restio ad affrontare direttamente il problema, poichè “non si deve impedire alla brava gente di dormire. Sarebbe di pessimo gusto, mentre il buon gusto, è risaputo, sta nel non insistere”. Da quel momento, la malattia porrà fine a un numero sempre più elevato di vite: come la guerra, essa distruggerà intere famiglie, senza badare a età, sesso o estrazione sociale. Inevitabile, a quel punto, l’isolamento totale, l’esilio forzato dal resto del mondo a seguito della chiusura delle porte cittadine: inizia così la “vacanza insopportabile” degli abitanti, o meglio, dei prigionieri di Orano. Questi ultimi saranno soggetti a restrizioni e pene sempre più pesanti, al pari di quelle di un regime totalitario: il flagello, come il dittatore più spietato, calpesta gli animi, instaurandovi il terrore più profondo.

E proprio come i partigiani all’epoca di Mussolini, Rieux, insieme ai suoi compagni Tarrou, Grand, Rambert e molti altri, lotta fino allo stremo delle forze contro la peste, dando vita a delle “formazioni sanitarie volontarie” per far sì che tutti possano dare il proprio aiuto nelle attività di soccorso; tuttavia, queste vengono quasi accantonate dal narratore, il quale non dà loro un valore eroico, mettendole sullo stesso piano del resto della popolazione. Mentre il numero delle vittime cresce e si arriva a non avere più spazio per i cadaveri, la gente si aggrappa a qualsiasi forma di astratta consolazione: entra in gioco la religione, le chiese si riempiono; d’un tratto, anche gli scettici più accaniti si inginocchiano per rivolgersi al cielo: ciò mostra la fragilità dell’essere umano nei momenti peggiori.

Il culmine del romanzo è raggiunto durante lo scambio di battute, verso la fine dell’epidemia, tra Rieux e Tarrou, che suggella la loro amicizia: quest’ultimo, svelando alcuni dettagli sulla propria vita, afferma di aver sempre combattuto il flagello che in quel momento devastava la città e di aver scoperto che tutti lo covano dentro. L’essenziale, quindi, è avere abbastanza forza di volontà da respingerlo. La narrazione si conclude con una malinconia quasi palpabile: in una città in cui “il riso si confondeva al pianto”, il clima di festa per la fine dell’epidemia non riesce a penetrare le case di coloro per i quali la peste non avrà mai fine.

(Alice Di Sabatino)