36 parole, di Eowyn Milis

07/07/2020 0 Di Giancarlo

Stavo sempre zitta. Non che fosse una novità per me. Anche nella capanna di mio padre, al villaggio, parlavo solo se interrogata, specie da quando mi ero fatta grande e, a dodici anni, non mi si poteva considerare più una bambina, ormai. Del resto, una donna rispettabile resta sempre in piedi, almeno un passo dietro agli uomini, gli occhi bassi e, come dicevo, in silenzio.
E in silenzio ero rimasta anche all’arrivo di quell’uomo; dopo il tempo necessario per concludere la trattativa, mio padre si accordò con lui per 350 lire. A dirla tutta, all’inizio ne aveva chieste 500 ma si vede che, a lungo andare, si persuase anche lui che la mercanzia non valesse tanto. Fini’ dunque per cedere. Stipulato il contratto, mi consegnò a quell’uomo che a sua volta, dopo qualche giorno di viaggio, mi recapito’ alla mia destinazione finale: mio marito. O almeno, mio marito in leasing.
Nessuno aveva chiesto la mia opinione, ne’ mio padre ne’ mio marito ne’ il suo emissario e così me ne restai muta. Che cos’avrei potuto dire, poi? Parlava già abbastanza lui per tutti e due. Non con me, certo, ma con i suoi compagni di brigata, tutti pallidi e slavati come lui. E con persone che neanche conosceva dato che, l’appresi in seguito, faceva il giornalista: prestava le sue parole e la sua voce alle storie altrui.
A me sono sempre piaciute le storie, sin da quando, da piccola, mi accoccolavo accanto al fuoco a sentire i racconti degli anziani: sarei potuta rimanere lì per ore ad ascoltare, trattenendo il respiro con trepidazione, si trattasse di vicende di spiriti o di caccia o ancora di fatti remoti, accaduti, si diceva, prima che nascesse il nonno di mio nonno.
Però mio marito non doveva essere poi così bravo: e non tanto perché di storie a me non ne raccontava alcuna (dettaglio trascurabile, questo, ma assai frequente quando non si è che donne, si sa; a noi compete essere discrete e femminili, presenze invisibili accanto agli uomini); piuttosto, non gli riusciva proprio ne’ di parlare ne’ di pensare da un punto di vista che non fosse il suo. E come si fa a essere bravi giornalisti o cantastorie, in queste condizioni?
Per un certo tempo m’illusi che forse lui avrebbe potuto restituire la voce al mio silenzio; ben presto, però, mi resi conto che mi sbagliavo di grosso. Lui smaniava per il mio corpo che però era chiuso, cucito come quello di ogni ragazza pudica e costumata. E così, invece di parlarne con me, lui si rivolse a mio padre che chiamò in causa mia madre. Lei non parlò. Agi’. Con forza, brutalmente, lacerando la trama del ricamo e lasciandomi esposta. Si vede che la consuetudine al silenzio diventa, per altri, assuefazione a considerarti muta. A considerare scontato che tu una voce non ce l’abbia. Naturalmente, così. Come se ci fossi nata. Tanto, per strofinare i panni sporchi al fiume, caricarteli in una cesta e portare il cambio agli uomini che giocano alla guerra non è necessario parlare. Neanche per scopare, serve. Anzi, a essere sinceri non aiuta proprio per niente.
A volte mi chiedo che cosa se ne facciano mai gli uomini di tante parole. Nel tempo, forse sono riuscita a trovare una risposta. Parlano per mettere a tacere il silenzio. Ogni parola è una pietra tombale su una storia, seppellisce un sopruso, condanna all’olio una violenza. Del resto, mica le parole, di per loro, sono un male.
Non se sono usate chiaramente, in maniera pulita e onesta, senz’averne paura.
Mi chiamo Desta’ e, come migliaia di altre figlie d’Africa, a dodici anni sono stata comprata da un italiano, venuto a portare la guerra nel mio Paese, che ha fatto di me la sua schiava sessuale.
Sono trentasei parole dietro cui si cela una storia. Per chi la vorrà ascoltare.

Eowyn Milis