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     logo disegnato da Luca Macerata

Per 10 incontri di 3 ore ciascuno, si è tenuto presso il Liceo Marconi di Pescara un corso di Arte-Musica-Scrittura. Si riportano di seguito i contenuti degli incontri:

1.

Dopo la discussione inziale, viene presentato agli iscritti il primo movimento della sinfonia Patetica di Ciaikovskij. Si fa notare come le quattro note iniziali siano la base dell'intero movimento, del quale si fornisce una guida all'ascolto, assai particolareggiata e con indicazione dei minuti nei quali intervengono le variazioni create dall'Autore. Subito dopo l'ascolto, si richiede agli iscritti di esprimere le loro sensazioni, prima di prendere visione della guida. Ne nasce una discussione, durante la quale emergono significative coincidenze di interpretazione.

Segue la presentazione della prima parte di Burnt Norton, dai Four Quartets di T.S. Eliot: si fa notare l'impianto musicale e l'insistenza sul tema principale, del tempo come unicità di  passato, presente e futuro, semplificando l'idea-base di Eliot. Quello che interessava, in questa sede, era l'approccio analitico, il tentativo di ritrovare tecniche e modi che potessero essere comparabili con le tecniche di composizione musicale.

L'ascolto di un adagio di Telemann precede quello della Canzone dell'amore perduto, di Fabrizio De André, con particolare attenzione al modo con il quale le parole sono riuscite ad 'accompagnare' lo spunto musicale proveniente dall'adagio di Telemann. Si fa notare la diversa espressività degli strumenti, cosa del resto già fatta riguardo al movimento della Patetica. Gli iscritti esprimono liberamente le proprie impressioni e cominciano a coagulare i loro interessi verso i vari campi in oggetto, vale a dire musica, letteratura, arti visive. Ne deriva una quasi naturale tendenza a chiedere di lavorare in gruppo, incentrando il lavoro sull'interesse predominante. I gruppi si formano: sono tre, ma sono per scelta 'mobili', vale a dire che muteranno durante gli incontri, a seconda dell'indirizzo preso dalle osservazioni degli studenti.

L'incontro termina con  l'esposizione, da parte di alcuni degli iscritti, delle proprie aspettative. Se ne prende nota.

 

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Si inizia con la lettura e l'analisi, in lingua originale, di due testi del poeta americano Wyn Cooper, 'Fun' e 'Opal, Wyoming'.  Si proietta il video di Sheryl Crow sulla prima delle due poesie di Cooper. Si discute sulle variazioni apportate al testo poetico originale e sulla scelta della base musicale. Si poietta il video 'Night in Masada', del cantautore israeliano David Broza. Il testo della canzone ricalca la poesia 'Opal, Wyoming', ma è 'ambientato' a Masada, luogo assai importante nella cultura israeliana. Si discute sulle connessioni storico sociali e sulla visione del mondo espressa nel brano.

Per gruppi, si cerca di valutare quanto rilevante sia il testo rispetto alla musica, nei due brani ascoltati. Si discute poi sulle suggestioni che un'opera letteraria, nel caso specifico il romanzo 'Madame Bovary' può avere anche su musicisti, oltre che su letterati. Si proietta il video di 'Signora Bovary' di Francesco Guccini e ci si sofferma sul testo, sull'uso sapiente delle metafore, sulla tematica di fondo.

Una studentessa presenta poi il testo di due canzoni da lei scritte e si discute sulla possibilità di creare una musica che completi la canzone. la discussione è animata ed emergono varie possibilità. Alcune studentesse si offrono di mettere a disposizione gli strumenti da loro studiati per eseguire prove durante il successivo incontro. La linea prevalente è quella di costruire una ballata dai toni 'blues'.

Si passa poi all'introduzione alla lettura dell'arte astratta. Si inizia con una breve formulazione teorica, poi si propone agli studenti il cosiddetto 'esercizio della linea', sulla suggestione di una lezione tenuta a suo tempo da Paul Klee. 

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Viene presentato il testo di The End, di Jim Morrison e se ne mettono in rilievo le scelte linguistiche. Si cerca inoltre di rintracciare le suggestioni letterarie presenti nel testo. Nasce una discussione sull'interpretazione del verso 'A Roman wilderness of pain'. Numerosi gli interventi. Alla fine si considera Il Viandante nella nebbia, di Friedrich: brain storming e definizione di due punti di vista (introspezione e regressione alla prima immagine versus rapporto tra esperienza e concettualizzazione).

Lettura di The Poison Tree, di William Blake e analisi delle opposizioni presenti nel testo. Ascolto della lettura, da parte di Marylin Manson, di Proverbs of Hell, di William Blake. Discussione. Immagine e testo: sulla base di due opere di Kansuke Yamamoto, si richiede agli studenti di scrivere un testo in poesia. Dello stesso autore, si distribuisce il testo di Profond aujourd'hui.

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Si inzia con la lettura e l'analisi di testi di Blake, Chavez, Basho. i ragazzi cercano di identificare ritmi e suoni, ipotizzando vari tipi di accompagnamento musicale, sotto la guida di una studentessa particolarmente dotata di abilità nella musica e nel canto. Si proiettano alcuni esempi di illustrrazioni di Blake alle proprie poesie. L'analisi dei testi, va detto, avviene in lingua originale, con il supporto di allievi-guida nel caso di difficoltà dei compagni di corso.

Vengono letti e commentati scritti dei corsisti, nel caso specifico un racconto e una poesia, poi si passa a un excursus sullo sviluppo dellel ricerche riguardo al rapporto tra musica e immagine. Viene proiettato un video di Chladni, poi un altro sul Tonoscopio. Si anticipa il contenuto e la natura del Prometheus di Scriabin, di cui si parlerà diffusamente nel corso del successivo incontro.

Soffermandosi sulle componenti di un'opera grafica, si indicano i vari tipi di linea e si propone un esercizio che al valore 'simbolico' del tipo di linea associ parole adeguate. Dovrebbe derivarne un abbozzo di composizione grafico-linguistica. Gli elaborati saranno discussi, in gruppi, nel prossimo incontro.

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L'incontro riprende da alcune affermazioni della lezione precedente e ci si sofferma sul Prometheus di Skriabin. Si propone agli studenti un testo di riferimento, tratto da una lezione di Marco De Biasi. Nasce una discussione, breve, dopo la quale viene proiettato un video con un commento e una esecuzione del poema di Skriabin.

Si proietta il video degli incipit di 2001 Odissea nello spazio e di Apocalypse Now: si rflette sulla scelta delle immagini, soprattutto dei colori, nonché sulla corrispondenza tra scene e colonna sonora. Si danno informazioni su Also sprach Zarathustra di Richard Strauss.

Si formano gruppi 'mobili'. Nell'aula-base si proietta 4'33' di John Cage. Un certo stupore tra gli studenti, poi alcune osservazioni sul 'silenzio come musica', o meglio sulla frase di Cage, 'Ogni cosa è musica'. Altri studenti lavorano alla valenza espressiva degli strumenti musicali, con il fine di collegarne l'uso a un testo che prepareranno; altri ancora esaminano la poesia Gottes Zeit, scritta da chi redige queste note, e cercano di individuarne la struttura narrativa.

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L'incontro inizia con una visita al Laboratorio teatrale del Liceo Marconi, laboratorio diretto dal regista Domenico Galasso. Si assiste alle prove di uno spettacolo ispirato alle Città Invisibili di Calvino. Particolare attenzione viene prestata alla modulazione della voce e  alla coerenza del gesto durante l'interpretazione. Di ritorno in Aula, si discute su quanto visto e si offrono esempi di dizione, specificamente l'Infinito di Leopardi e il monologo di Antigone prigioniera. Per il gruppo musica/testo si offre poi di analizzare la canzone Il chimico, di Fabrizio De André, ponendo in rilievo il rapporto con l'antologia di Spoon River, ma soprattutto i numerosi riferimenti alla chimica presenti, direttamente e indirettamente, nel testo.

Tutti insieme, si parla poi di elementi di Psicologia dei colori. Si ricercano esempi sulla Rete, specificamente immagini di Presidenti e Capi di Stato, con particolare attenzione ai colori delle cravatte e degli abiti, in relazione alle circostanze in cui le foto sono state scattate. Si prepara un quadro sinottico dell'interpretazione dei colori presso varie realtà geografiche e sociali, come base per una riflessione personale sullo stretto rapporto tra situazioni ambientali in senso lato e visioni del mondo.

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Si inizia con un rapido riepilogo delle caratteristiche essenziali dei colori, poi si passa ad illustrane più specificamente le valenze, per mezzo di una serie di esempi: Gauguin (Vision after the Sermon, 1888); Rothko (Orange and Yellow, 1956); Van Gogh (Girasoli, 1889); Cézanne, (Il ponte a Mancy, 1879); Giuliani (Lago di Sinizzo, 2009); Whistler (Notturno blu e  argento: Chelsea, 1871); Rokotov (Caterina la Grande, 1780); Van Gogh (Scarpe, 1888); Hollwitz, (The Widow, 1923).

Si discute su quanto visto; in particolare, si cerca di porre in evidenza la struttura geometrica del quadro di Cézanne.

Si propone l'esercizio della ri-scrittura, scegliendo la modalità del cambio di punto di vista rispetto a storie ben note. Viene letto il passo dell'Odissea che racconta l'incontro tra Odisseo e il cane Argo. Una ri-scrittura, intitolata 'La gatta di Penelope' viene letta e commentata.

Si leggono poi il monologo di Faust, dal finale del Doctor Faustus di Christopher Marlowe e il monologo di Medea immediatamente prima dell'uccisione dei suoi figli. Si riflette sulle scelte 'teatrali' possibili. Ideale sarebbe poter immaginare una scenografia, ma esula dalle finalità del corso. Gli studenti propongono alcune ri-scritture, come intenzione di lavoro durante il periodo tra un incontro e l'altro. Tra gli altri, si propone la ri-scrittura della favola La volpe e l'uva, assumendo il punto di vista dell'uva. Sarà interessante, nel successivo incontro, discutere gli esiti del tentativo

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Si inizia con la visione di tre presentazioni di libro, due della serie 'Un libro in tre minuti' e una terza, più articolata e costruita sul dialogo scrittore-critico. Gli studenti esprimono le loro valutazioni e ne nasce una discussione che pone in evidenza aspetti tecnici e 'di sostanza'. Giudizio pesantemente negativo viene espresso sulla presentazione di un libro della serie di Harry Potter.

Si parla poi di Cooperative Learning e agli studenti viene distribuito del materiale esplicativo. Ci si suddivide in gruppi e all'interno di ogni gruppo si assegnano i ruoli, da quello di leader a quello di portavoce. Si lavora su testi di Mimnermo, Garcia Lorca, William Blake, Ernesto Guevara de la Serna, Vittorio Sereni. Non emergono difficoltà e gli studenti si organizzano in autonomia. Degli esiti si discuterà nell'incontro successivo.

 

9-10

Cinque studenti realizzano in diretta un video, della durata di cinque minuti come limite massimo, di presentazione di un libro da loro scelto. I video vengono poi analizzati e discussi. Esercizi di scrittura. La tecnica del cut-up. Comprendere gli Haiku.

Man Ray - da “Les six masques voyantes” 1970 litografia, numerata 58/80 cm 50 x 70 -  Studio Marconi, Milano 1970 - Firmata. Collezione privata Giancarlo Giuliani

Corneille Guillaume Beverloo (Liège 1922 - Auvers-sur-Oise 2010), Femme à la fleur, litografia firmata a mano e numerata. Copia 88/100. Dimensioni immagine: 41x30. Collezione privata Giancarlo Giuliani

Concetto Pozzati, Chalet delle rose, rotoflessografia su lastra rigida in alluminio - 1972, Multipli Jabik - Tiratura: 2100 - Collezione privata Giancarlo Giuliani

Emilio Scanavino, Dall'alto in basso, serigrafia su lamiera, 55x75, Multipli Jabik,1972,  tiratura 2100 - Collezione privata Giancarlo Giuliani

Nel nono incontro del corso PON - DAMS "Codici trasversali" si è parlato di arte come sberleffo, provocazione, spinta all'innovazione. Tra le altre opere è stata presentata una litografia di Man Ray, qui riprodotta, oltre a una litografia di Corneille, ispirata a Les Fleurs du Mal. Ancora, due multipli della Jabik, in tiratura 2100, con le copie da 2001 a 2100 firmate dagli autori: Allo chalet delle rose, di Concetto Pozzati e Dall'alto in basso, di Emilio Scanavino.

Tutte le opere risalgono agli anni Settanta (1972 per Scanavino e Pozzati; 1974 per Corneille, 1970 per Man Ray).

Per gli studenti, un'occasione per avvicinarsi ad autori e opere in genere non presenti nei programmi scolastici.

Mi ricordo.

Al bagliore di un sole di seconda classe, io mi ricordo.

Alla morte non si addice che il fuoco fatuo del neon.

O spereresti che una puttana possa ambire a tanto?

Chanel numero cinque mascara blu

cola come un rigagnolo

giù giù, sulla guancia, sotto il mento

Le lacrime della processione di Pasqua

di Nostro Signore Marilyn Manson.

Sorridi, bellezza!

La tela del ragno sul muro

il pizzo di una sarta alla rovescia.

Linda quella parete delle mie lacrime sputate al vento,

di un azzurro di Vetril. Io mi ricordo.

Cazzo se si può morire davanti a una tela di ragno

senza drammi conta tutti i fili

... Un due tre...

Argilla eri argilla tornerai. Goodbye baby...

I fili intanto li ho contati tutti.

 

*

Assolati pomeriggi di maggio

assorbono bene la zuppa di biscotti

del mio tedio.

Che ci fai alla mia porta?

Miagolii inchiodano l'aria tersa

della distopia mia

e del cellulare dormiente

mentre lascio perdere

per l'ennesima volta

il telegiornale le note musicali la guida turistica

No, ancora! Ho scordato la luna in tasca

nei jeans puliti di lavatrice.

Ci vado domani. Mi compro una scala. Forse ci arrivo.

Sopravvivo ai miei naufragi

se mi passi un chewing gum alla ciliegia.

E Freud è solo un cartone animato.

Quest'anno saranno 50 anni dal Sessantotto. Immagino le celebrazioni e le condanne, le interviste a raffica, le nostalgie velate di alterigia, quell'alterigia troppo spesso tipica di quelli che "hanno fatto il Sessantotto" e portano questa affermazione come una sorta di permesso permanente di dire sciocchezze.

Mi avete chiesto a suo tempo di Lotta Continua, di come fosse manifestare per le strade, in quei tempi velati dal fascino di tanti racconti. Semplice: non mi rendevo conto che stessimo sbagliando tutto, c'era una fame di libertà di espressione che impediva ogni compromesso, o si era con noi o contro di noi. Ma non è possibile generalizzare: ognuno di noi, pur percorrendo apparentemente lo stesso sentiero, inseguiva se stesso, la propria realizzazione, cercava di costruire la propria visione del mondo. Oh, sì, urlavamo le stesse parole, cantavamo le stesse canzoni, ma se avessimo avuto occhi più chiari e mente più lucida, avremmo capito che qualcosa sarebbe rimasto, certo, ma che il capitalismo aggressivo, la legge spietata del mercato avrebbero trovato nuovi modi e nuove maschere. Non avevamo le forze per sconfiggerlo, solo per scalfirne momentaneamente la corazza. Quanto sangue e quanto dolore per così poco!

 

 

SANTA MARIA DI FARFA

Sono stanco di quest'acqua torbida,

del silenzio ossessivo degli uccelli,

mentre la luna vaga tra disfatti

sobborghi e dai ciechi palazzi forte

giunge il grido lamentoso del vento.

 

(Giancarlo Giuliani - Notte di Natale 2009, nel buio davanti alla propria casa inagibile)

IL LABIRINTO

Il titolo di questo intervento suggerisce una situazione di difficoltà e di mancanza di certezze. Ciò che spaventerebbe in una situazione normale, è invece quanto di meglio si possa desiderare per un viaggio nel mondo della poesia. È un labirinto dal quale non si desidera uscire, sempre foriero di sorprese, incontri che allontanano ogni senso di chiusura e, paradossalmente, regalano un senso di grande libertà.

Il viaggio di chi scrive è arbitrario, ovviamente, ma suggerisce la via perché chi ascolta possa sentirsi compagno di percorso, magari cogliere qualcuna delle suggestioni proposte, scoprire qualche segno di comune appartenenza o di comune aspirazione.

È come ricostruire, ritrovandole e rivivendone le emozioni, le mille tessere che hanno costruito la propria personalità, il proprio modo di essere nel mondo. Non è un semplice viaggio nella memoria, è, ogni volta, vivere un’emozione nuova, apparentemente simile alla precedente, ma in realtà diversa, arricchita delle sfumature, delle gioie e dei dolori, delle passioni e delle malinconie che costituiscono la nostra esistenza.

Ricordo che, sdegnando, come un adolescente desideroso di vivere in fretta, i testi propostimi dagli insegnanti, trascorrevo molto tempo in libreria, attratto irresistibilmente dalla poesia, non da romanzi o testi tecnici o illustrati. Quelle parole messe in ordine insolito mi parlavano, prendevano vita, mi spingevano verso sentieri sconosciuti.

Ricordo che mi colpì un titolo, La terra desolata”, ben in sintonia con le profonde malinconie che a tratti attraversano la vita di un adolescente. Un inizio impegnativo, ne sono ben consapevole. Ma è ciò che accadde. Fui irrimediabilmente attratto dal fatto stesso che molti versi mi erano difficili da intendere, compresi che l’autore chiamava il lettore a un viaggio arduo, in cui il rischio maggiore era quello di scoprire di se stesso qualcosa che magari non si sarebbe voluto conoscere.

Alcuni versi, però, mi colpirono in particolare:

Sedetti sulla riva
A pescare, con la pianura arida dietro di me
Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
Poi s’ascose nel foco che gli affina
Quando fiam uti chelidon –
O rondine rondine Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie
Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine
Bene allora v’accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih

Quanto c’era da scoprire! Che c’entrava quella rondine?E chi era Hyeronimo? E quelle parole in francese? E quelle espressioni in sanscrito? Già nei versi precedenti questo epilogo, è presente un riferimento a un passo delle Upanishad (il termine, sanscrito, significa “sedere presso” e indica la posizione assunta dai discepoli intorno al maestro).  Un tuono echeggia sulla Terra senza portare la pioggia; la natura e gli uomini della terra desolata sono in attesa. Ecco che il tuono parla e la pioggia incomincia a cadere: ciò che dice il tuono sono tre identiche sillabe, iniziali di altrettante parole: DATTA, DAYADHVAM, DAMYATA che  significano "date, compatite, frenatevi ".

Ecco ora il passo a cui Eliot fa riferimento : "Quando ebbero finito il noviziato chiesero i deva: Dicci una parola, o Signore. Allora egli disse la sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu dici "frenatevi" (dayata damyata).
È così, avete compreso. Allora gli uomini chiesero: Dicci una parola, o Signore. Ed egli disse la medesima sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu dici "date" (datta).
È così, avete compreso. Chiesero allora gli asurah: Dicci una parola, o Signore, ed egli disse la medesima sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu ci dici "compatite" (dayadhvam). È' così, avete compreso. Questa stessa cosa ripeté nel tuono la voce divina: da da da."

Le parole del tuono indicano una direzione da seguire, la direzione esatta: ora la Ruota, ovvero l'immaginario timone di una altrettanto immaginaria barca, risponde senza fatica ai comandi di chi la governa. Le ultime tre parole dell'opera, shantih shantih shantih sono le parole di chiusura di un rito di upanishad. Il significato, ovviamente in modo approssimativo, può essere reso con "pace, pace, pace".

Qualcosa però suonava familiare:  “Quando fiam uti chelidon”[5] e “poi s’ascose nel foco che li affina”. Occorreva partire da lì. E il viaggio negli immensi mondi della poesia cominciò così. Dimenticati i testi letti a scuola. So adesso che li avrei ben presto riscoperti, ma allora c’era il senso di libertà dato dalla scelta, confusa, disorganizzata, ma mia, unica, un segreto tra me e quelle pagine.

Dunque, questo “foco che affina...”. Scoprii ben presto che era il XXVI canto del Purgatorio, e che il personaggio era Arnaut Daniel, cantore provenzale, definito il “miglior fabbro”.

Ma questa espressione era nell’esergo, dedicato a Ezra Pound! Dovevo trovare qualcosa di Pound. Fui spaventato dalla mole, ma decisi che l’avrei fatto, assolutamente, prima o poi. Cominciava ad attrarmi il tipo di composizione a incastro tra citazione e creazione, tra antico e nuovo, un filo rosso che reggeva ogni cosa. Un’enciclopedia mi disse alcune cose su Pound, ma lasciai ben presto quel tipo di ricerca. Dovevo leggere dei versi, farli miei. Ma quali scegliere?  Decisi che non occorreva un criterio, cominciai a sfogliare le pagine di un grosso tomo, leggevo un verso qui, una pagina là, aspettavo il momento in cui qualcosa mi avrebbe detto che era il momento di fermarsi. Ecco, ci siamo, pensai a un tratto:

Nessuno mai osò scrivere questo,
ma io so come le anime dei grandi
talvolta dimorano in noi,
e in esse fusi non siamo che
il riflesso di queste anime.
Così son Dante per un po' e sono
un certo Francois Villon, ladro poeta
o sono chi per santità nominare
farebbe blasfemo il mio nome;
un attimo e la fiamma muore.
Come nel centro nostro ardesse una sfera
trasparente oro fuso, il nostro "Io"
e in questa qualche forma s'infonde:
Cristo o Giovanni o il Fiorentino;
e poi che ogni forma imposta
radia il chiaro della sfera,
noi cessiamo dall'essere allora
e i maestri delle nostre anime perdurano.

(Histrion)

La strada era segnata. Quella sera scrissi i miei primi piccoli versi. Ma Eliot mi chiamava, mi incuriosiva il rapporto con Dante e mi chiedevo quale fosse la ragione della fascinazione del poeta per la cultura orientale.

Ma ebbi paura della complessità, mi spingeva a un atto razionale, io volevo essere pura emozione. Così, ecco, come in una lunga linea, frammenti comporsi nella mente, costruire forse un itinerario:

oh, le stelle attorno alla bella luna! (Saffo)

il tacito, infinito andar del tempo (Leopardi)

Io non so ben ridir com’io v’entrai (Dante)

Venti anni ancora non ho e ho in odio il vivere (Mimnermo)

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori/ le cortesie, l’audaci imprese io canto (Ariosto)

Confusione. Sì, confusione, ma parole vive nella mente, immagini che si formavano e svanivano per poi riapparire in altre forme. Dante nella selva, il poeta di corte che inizia il suo canto, lo stupore della fanciulla di fronte al cielo stellato, il senso di eterno di un verso stupefacente, l’assoluta malinconia e infelicità di un giovinetto, quella tristezza infinita che a volte appartiene solo all’adolescenza.

Seppi quel giorno che la poesia avrebbe accompagnato la mia vita.

 

Capita, di tanto in tanto, di tornare al tempo in cui si avevano non pochi anni di meno. Insospettabilmente, non provo malinconia, né nostalgia. Semplicemente, quello in cui avevo forte simpatia per Lotta Continua è stato il momento più bello della mia vita, fatti salvi gli affetti.

Facile, con la consapevolezza degli eventi successivi, liquidare quell'esperienza come velleitaria e pericolosa, per i molti che hanno poi scelto strade di violenza e di oscurità. Ma percorrevo le strade della  mia piccola città con occhi sognanti, con la certezza che quella mia generazione avrebbe cambiato il mondo. Sappiamo bene che non è andata così, ma il valore inestimabile di anni trascorsi con un ideale, con lo slancio di chi vuole essere protagonista, ma non può essere felice senza che lo siano anche gli altri, mi riempie ancora oggi il cuore e la mente.

Quando vedo i molti, i troppi che vivono vite difficili, tra povertà, disagio e anonimato sociale; quando vedo un mondo che potrebbe essere davvero migliore se solo sapesse accogliere le differenze, se solo sapesse distinguere tra la cieca violenza di gruppi terroristici e la potenziale ricchezza di un incontro, di un tendersi le mani; quando sento le storie dei tanti che perdono il proprio lavoro; quando osservo i volti di coloro che manifestano davanti a fabbriche chiuse o che stanno per chiudere, allora vorrei che di nuovo esistesse negli occhi dei giovani quella luce che annuncia il futuro, che vuole lottare per esso, quella stessa luce che avevo anch'io, quasi senza rendermene davvero conto.

 

 

Eccolo là, quello sciocco ammasso di pulci! Fino all’ultimo si è dovuto mantenere fedele a quel che è sempre stato, un credulone sentimentale   rimasto in attesa di quel vagabondo del suo padrone per tutti questi   anni!” pensò, mentre si stiracchiava con fare ostentatamente indolente   per poi esibirsi in un sonoro sbadiglio di rammarico, pietà e stizza,   mischiati tutti insieme in un’improbabile miscela. Davanti ai suoi occhi,   lo spettacolo di Argo, il sodale di una vita (definirlo amico sarebbe   stato forse eccessivo, dopo tutto), che moriva nel momento stesso in cui   il sogno di rivedere l’amato padrone si realizzava.

Provava pena  per   lui, una pena autentica, benché non riuscisse certo a identificarsi nelle   sue emozioni: e non solo perché lei era un gatto, anzi, per la precisione   una bella gattona florida e un pò agée a cui le stagioni trascorse avevano   donato un’aria sorniona e una saggezza sagace e vagamente
sardonica. È che lei proprio non era così, come lui, forse perché la sua amica, e non  padrona, Penelope, non si era mai sognata di andarsene a zonzo per i mari;  e, pure l’avesse fatto, lei non si sarebbe mai lasciata sorprendere a  indulgere in sterili sentimentalismi. Piuttosto, ne avrebbe capito
l’esigenza   di libertà, che in una donna è sempre tanto diversa dall’analogo maschile.
  Le dispiaceva dunque per Argo, ecco tutto, perché aveva consumato l’intera  sua vita nello struggimento per la lontananza di quel bel tomo di Odisseo.   Che, per inciso, tutto quest’attaccamento non se lo meritava proprio, così  preso com’era esclusivamente da sé e da bisogni, i suoi, rispetto
ai quali   l’esistenza degli altri non veniva contemplata se non come un effetto   collaterale e un particolare meramente accidentale. Lui aveva dovuto a   tutti i costi ascoltare il canto delle Sirene, lui aveva dovuto per forza   attendere il Ciclope nella sua spelonca, lui, lui, lui... E così aveva   fatto anche stavolta, guardandosi i suoi comodi e cavandosela poi con una  teatrale carezza di congedo. Come se potesse bastare a ripagare chi l’aveva   atteso giorno dopo giorno per più di vent’anni! Oh, magari adesso se ne   sarebbe uscito pure con la storia della nostalgia, ne era sicura: la   nostalgia del pasto caldo che si trova in tavola dopo il lavoro, delle   coperte in cui ci si avvolge quando ci si corica, dei propri comodi calzari come della propria moglie! Penelope era tutt’altra pasta e ben  diverso il rapporto fra di loro. Del resto, da un pò di tempo la sua amica  aveva ben altri problemi, intenta com’era a respingere gli assalti di quei   disturbatori della quiete altrui che le si erano villanamente piazzati   dentro casa senza invito. Un vero flagello di Dio, quei Proci, il cui  unico orizzonte di senso sembrava consistere nell’ingozzarsi a sbafo, nell’ubriacarsi   ruttando rumorosamente e nel dare il tormento a ogni donna o sagoma anche   vagamente femminile che si presentasse loro a tiro. Lei si divertiva   spesso a sorprenderne qualcuno e a graffiarlo per dispetto, tanto   quelli sbraitavano un pò e anche quando tentavano di alzarsi barcollando   per correrle dietro erano puntualmente troppo alticci o troppo grulli per  riuscire ad acchiapparla. Non che Odisseo fosse molto meglio di loro, del   resto; se ci avesse tenuto veramente al suo oikos avrebbe almeno tentato   di non partire per quella guerra sciagurata, altro che storie!
Invece, l’“onore”   l’aveva facilmente avuta vinta e gli era stata subito sacrificata la   famiglia. L’onore?!?! Scosse la testa. E che razza di onore avrebbe mai  potuto esserci nell’andare a bruciare e a saccheggiare impunemente case di   gente che, proprio come loro, non aveva altro desiderio che quello
di   starsene in pace nella propria terra, fra le proprie cose, ad allevare e a  veder crescere i propri figli? Quale coraggio poteva mai trovarsi nel   prendere con la violenza donne straniere, nell’umiliarle, nel
costringerle   a guardare mentre figli e genitori venivano trucidati? Quale eroismo mai  nel costringerle poi, inermi, a salire sulle imponenti triremi da guerra   per essere condotte, schiave, nelle città achee, esiliate per sempre dalla   propria terra, dalla propria lingua, dai propri affetti? Eppure, quello   era l’onore, quello il coraggio, quello l’eroismo che il grande guerriero   Laerziade aveva anteposto alla cura della propria casa, senza peraltro   prendersi la briga di premurarsi di tornare presto. Del resto, in
quella   situazione la sua amica aveva imparato assai velocemente a prendere le  opportune contromisure, come sempre quando gli uomini se ne vanno per   cacciarsi nell’assurdo pasticcio della guerra e alle donne tocca l’occasione   di gestire da sole l’oikos. E non se l’erano cavata niente male
all’inizio,   prima che gli usurpatori piantassero le tende nella reggia, convinti,   chissà perché, che una donna capo di casa sua sia un ossimoro innaturale!
Era stata una parentesi molto felice, insomma. Ma durata troppo poco. Lei   aveva visto con orgoglio la sua amica trasformarsi gradualmente da brutto   anatroccolo esitante e timoroso di tutto qual era quando, novella sposina,   l’aveva presa con sé per compagnia, a donna adulta, capace di badare a se  stessa da sola, autonoma, parimenti in grado di gestire la casa e gli   affari con saggezza e con fermezza. Come e meglio di un uomo. E di un uomo  aveva fatto a meno senza rimpianti semplicemente perché non ne aveva avuto più bisogno, timorosa com’era di venir ricacciata in quella
condizione di subalternità dalla quale con tanta fatica si era emancipata. Ci aveva   messo vent’anni. Ma in vent’anni Penelope era diventata pienamente   consapevole di se stessa. Anche dopo l’invasione della reggia da parte dei Proci, si era dimostrata abilissima a gestire quei selvaggi nel modo   migliore: dopo tutto, era venuta a capo di uno tanto più sveglio,   figurarsi se non poteva farcela pure con quelli! La sera, quando si   ritirava nelle sue stanze, subito prima di andare a sfasciare quella   benedetta tela (anche lei, per inciso, non faceva mai mancare il   contributo delle sue unghiette affilate all’opera decostruttiva) era dalla sua amica di pelo che veniva e, sfilatasi, i sandali, le dava una   grattatina complice sulla testa. A quel punto lei, la gatta, le si   accoccolava contro le palme dei piedi facendo rumorosamente le fusa. Era il loro modo di fare conversazione anche perché Penelope non aveva
amiche,   neanche nella reggia: quelle stupide delle sue ancelle, per non parlare di quella pesantona della nutrice, la guardavano con sospetto perché   pretendeva di fare tutto da sola e ci riusciva pure. E loro là,occhi bassi e lingue biforcute, ad aspettare un passo falso, un errore della regina che la retrocedesse alla loro condizione, l’unica che conoscessero e dalla quale rancorosamente non volevano saperne di uscire. Dispiaceva vedere delle donne comportarsi così, senza capire che le conquiste
di Penelope avrebbero potuto essere di tutte, purtroppo sembrava proprio che a parte la sua amica di pelo nessun’altra condividesse le aspirazioni della regina. Per inciso, lei, la gatta, aveva sempre apprezzato la discrezione di Penelope nell’evitare d’imporle un nome riducendola così a mera proprietà: quello che invece, con ogni probabilità, le era accaduto,   ne era sicura, prima con il padre, poi con il marito e un giorno chissà, magari pure con quello smidollato del figlio che non c’era verso
di persuadere a crescere. E probabilmente per questo il loro rapporto restava veramente paritario, misto di affetto, complicità, rispetto. Per questo lei non avrebbe mai potuto fare con Penelope come Argo con Odisseo. Per questo si percepivano sorelle, così affini, oppure forse così diverse.
  Chissà.