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DOVE VA TUTTO L’AMORE DEL MONDO.

Dove va tutto l’amore che diamo e che non ci ritorna indietro? Esiste un posto, una persona, un tempo in cui tutto il sentimento non corrisposto e investito pagando costi altissimi va a depositarsi, pronto ad essere ricevuto questa volta?

Passiamo attimi, mesi, anni, epoche amando qualcuno o qualcosa inesorabilmente e con tutte le forze, il cuore, l’anima e persino la testa. Ci aspettiamo in qualsiasi momento di essere ricompensati, corrisposti in un futuro prossimo ma, invece, sbattiamo la testa, l’anima, il cuore e le forze contro un muro che i nostri sensi offuscati non percepivano. La botta è forte, il dolore grande, la forza consunta e l’anima e il cuore scheggiati.

La scelta è andare avanti, imperterriti nel vivere un atto di fede che ci porta a credere e credere ancora che sia possibile innamorarsi di nuovo? Oppure rassegnarsi ad un cinico scetticismo che trasforma la sofferenza in uno spietato pessimismo, spegnendoci, chiudendoci, raffreddandoci e diventando immuni dal terribile peso del “non essere corrisposti”? Perché, diciamolo, non essere la scelta è una macchia che noi, donne fragili, ci porteremo addosso per tutta la vita e che, in un modo o nell’altro, ci condizionerà tutta la vita.

Nel primo caso la speranza è linfa vitale, sangue vivo nelle vene ma il rischio è quello di farsi di nuovo male, con uno schianto che forse non lascia un’ulteriore speranza di rialzarsi e ricostruirsi. Ogni volta che amiamo e non siamo amate, che diamo senza ricevere, che speriamo per poi disperarci, se ne va un pezzo di noi, e, pezzo a pezzo, non ci rimarrà più niente.

Nel secondo caso si è immuni da qualsiasi tipo di delusione, anestetizzati contro qualsiasi dolore, ma anche insensibili a qualsiasi emozione. Non ci si sente più il cuore, né nel bene né nel male. In questo caso si muore, semplicemente, in silenzio, come la morte di Hugo che avviene in tanti modi, come la tristezza di Battisti che scende in fondo al cuore e come la neve non fa rumore. Uguali, Hugo e Battisti. Uguali, la morte fisica e quella non fisica.

Quindi, alla fine, è meglio restare inguaribili romantici o cinici spettatori dell’amore? Cos’è meglio, un bicchiere mezzo pieno che se cade perde tutto il contenuto, o un bicchiere mezzo vuoto che non può rovesciare nessun contenuto?

Io, dal mio cuore naufrago, non lo so. So solo che per sapere le cose è necessario farle, non c’è altro modo. Ancora una volta, per saperlo, per sapere come andrà, per sapere se è meglio un giorno da leone, ferito ma che ha ancora voglia di ruggire, o cento da pecora, illesa ma tremendamente mediocre, è necessario buttarsi, con il rischio di sbattere contro un muro un’ennesima volta. Alla fine, come diceva Faletti, parente di Hugo e Battisti, quello che conta davvero non è ciò che ci aspetta al traguardo, ma ciò che proviamo durante la corsa. Non importa se buttandoci giù dal precipizio ci saranno le braccia di qualcuno a prenderci o se troveremo solo la terra su cui schiantarci, ciò che conta davvero è il brivido che corre lungo la schiena quando chiudiamo gli occhi… e saltiamo.

Quest'anno saranno 50 anni dal Sessantotto. Immagino le celebrazioni e le condanne, le interviste a raffica, le nostalgie velate di alterigia, quell'alterigia troppo spesso tipica di quelli che "hanno fatto il Sessantotto" e portano questa affermazione come una sorta di permesso permanente di dire sciocchezze.

Mi avete chiesto a suo tempo di Lotta Continua, di come fosse manifestare per le strade, in quei tempi velati dal fascino di tanti racconti. Semplice: non mi rendevo conto che stessimo sbagliando tutto, c'era una fame di libertà di espressione che impediva ogni compromesso, o si era con noi o contro di noi. Ma non è possibile generalizzare: ognuno di noi, pur percorrendo apparentemente lo stesso sentiero, inseguiva se stesso, la propria realizzazione, cercava di costruire la propria visione del mondo. Oh, sì, urlavamo le stesse parole, cantavamo le stesse canzoni, ma se avessimo avuto occhi più chiari e mente più lucida, avremmo capito che qualcosa sarebbe rimasto, certo, ma che il capitalismo aggressivo, la legge spietata del mercato avrebbero trovato nuovi modi e nuove maschere. Non avevamo le forze per sconfiggerlo, solo per scalfirne momentaneamente la corazza. Quanto sangue e quanto dolore per così poco!

 

 

SANTA MARIA DI FARFA

Sono stanco di quest'acqua torbida,

del silenzio ossessivo degli uccelli,

mentre la luna vaga tra disfatti

sobborghi e dai ciechi palazzi forte

giunge il grido lamentoso del vento.

 

(Giancarlo Giuliani - Notte di Natale 2009, nel buio davanti alla propria casa inagibile)

IL LABIRINTO

Il titolo di questo intervento suggerisce una situazione di difficoltà e di mancanza di certezze. Ciò che spaventerebbe in una situazione normale, è invece quanto di meglio si possa desiderare per un viaggio nel mondo della poesia. È un labirinto dal quale non si desidera uscire, sempre foriero di sorprese, incontri che allontanano ogni senso di chiusura e, paradossalmente, regalano un senso di grande libertà.

Il viaggio di chi scrive è arbitrario, ovviamente, ma suggerisce la via perché chi ascolta possa sentirsi compagno di percorso, magari cogliere qualcuna delle suggestioni proposte, scoprire qualche segno di comune appartenenza o di comune aspirazione.

È come ricostruire, ritrovandole e rivivendone le emozioni, le mille tessere che hanno costruito la propria personalità, il proprio modo di essere nel mondo. Non è un semplice viaggio nella memoria, è, ogni volta, vivere un’emozione nuova, apparentemente simile alla precedente, ma in realtà diversa, arricchita delle sfumature, delle gioie e dei dolori, delle passioni e delle malinconie che costituiscono la nostra esistenza.

Ricordo che, sdegnando, come un adolescente desideroso di vivere in fretta, i testi propostimi dagli insegnanti, trascorrevo molto tempo in libreria, attratto irresistibilmente dalla poesia, non da romanzi o testi tecnici o illustrati. Quelle parole messe in ordine insolito mi parlavano, prendevano vita, mi spingevano verso sentieri sconosciuti.

Ricordo che mi colpì un titolo, La terra desolata”, ben in sintonia con le profonde malinconie che a tratti attraversano la vita di un adolescente. Un inizio impegnativo, ne sono ben consapevole. Ma è ciò che accadde. Fui irrimediabilmente attratto dal fatto stesso che molti versi mi erano difficili da intendere, compresi che l’autore chiamava il lettore a un viaggio arduo, in cui il rischio maggiore era quello di scoprire di se stesso qualcosa che magari non si sarebbe voluto conoscere.

Alcuni versi, però, mi colpirono in particolare:

Sedetti sulla riva
A pescare, con la pianura arida dietro di me
Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
Poi s’ascose nel foco che gli affina
Quando fiam uti chelidon –
O rondine rondine Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie
Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine
Bene allora v’accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo.
Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih

Quanto c’era da scoprire! Che c’entrava quella rondine?E chi era Hyeronimo? E quelle parole in francese? E quelle espressioni in sanscrito? Già nei versi precedenti questo epilogo, è presente un riferimento a un passo delle Upanishad (il termine, sanscrito, significa “sedere presso” e indica la posizione assunta dai discepoli intorno al maestro).  Un tuono echeggia sulla Terra senza portare la pioggia; la natura e gli uomini della terra desolata sono in attesa. Ecco che il tuono parla e la pioggia incomincia a cadere: ciò che dice il tuono sono tre identiche sillabe, iniziali di altrettante parole: DATTA, DAYADHVAM, DAMYATA che  significano "date, compatite, frenatevi ".

Ecco ora il passo a cui Eliot fa riferimento : "Quando ebbero finito il noviziato chiesero i deva: Dicci una parola, o Signore. Allora egli disse la sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu dici "frenatevi" (dayata damyata).
È così, avete compreso. Allora gli uomini chiesero: Dicci una parola, o Signore. Ed egli disse la medesima sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu dici "date" (datta).
È così, avete compreso. Chiesero allora gli asurah: Dicci una parola, o Signore, ed egli disse la medesima sillaba da ed aggiunse: avete compreso? Abbiamo compreso, risposero, tu ci dici "compatite" (dayadhvam). È' così, avete compreso. Questa stessa cosa ripeté nel tuono la voce divina: da da da."

Le parole del tuono indicano una direzione da seguire, la direzione esatta: ora la Ruota, ovvero l'immaginario timone di una altrettanto immaginaria barca, risponde senza fatica ai comandi di chi la governa. Le ultime tre parole dell'opera, shantih shantih shantih sono le parole di chiusura di un rito di upanishad. Il significato, ovviamente in modo approssimativo, può essere reso con "pace, pace, pace".

Qualcosa però suonava familiare:  “Quando fiam uti chelidon”[5] e “poi s’ascose nel foco che li affina”. Occorreva partire da lì. E il viaggio negli immensi mondi della poesia cominciò così. Dimenticati i testi letti a scuola. So adesso che li avrei ben presto riscoperti, ma allora c’era il senso di libertà dato dalla scelta, confusa, disorganizzata, ma mia, unica, un segreto tra me e quelle pagine.

Dunque, questo “foco che affina...”. Scoprii ben presto che era il XXVI canto del Purgatorio, e che il personaggio era Arnaut Daniel, cantore provenzale, definito il “miglior fabbro”.

Ma questa espressione era nell’esergo, dedicato a Ezra Pound! Dovevo trovare qualcosa di Pound. Fui spaventato dalla mole, ma decisi che l’avrei fatto, assolutamente, prima o poi. Cominciava ad attrarmi il tipo di composizione a incastro tra citazione e creazione, tra antico e nuovo, un filo rosso che reggeva ogni cosa. Un’enciclopedia mi disse alcune cose su Pound, ma lasciai ben presto quel tipo di ricerca. Dovevo leggere dei versi, farli miei. Ma quali scegliere?  Decisi che non occorreva un criterio, cominciai a sfogliare le pagine di un grosso tomo, leggevo un verso qui, una pagina là, aspettavo il momento in cui qualcosa mi avrebbe detto che era il momento di fermarsi. Ecco, ci siamo, pensai a un tratto:

Nessuno mai osò scrivere questo,
ma io so come le anime dei grandi
talvolta dimorano in noi,
e in esse fusi non siamo che
il riflesso di queste anime.
Così son Dante per un po' e sono
un certo Francois Villon, ladro poeta
o sono chi per santità nominare
farebbe blasfemo il mio nome;
un attimo e la fiamma muore.
Come nel centro nostro ardesse una sfera
trasparente oro fuso, il nostro "Io"
e in questa qualche forma s'infonde:
Cristo o Giovanni o il Fiorentino;
e poi che ogni forma imposta
radia il chiaro della sfera,
noi cessiamo dall'essere allora
e i maestri delle nostre anime perdurano.

(Histrion)

La strada era segnata. Quella sera scrissi i miei primi piccoli versi. Ma Eliot mi chiamava, mi incuriosiva il rapporto con Dante e mi chiedevo quale fosse la ragione della fascinazione del poeta per la cultura orientale.

Ma ebbi paura della complessità, mi spingeva a un atto razionale, io volevo essere pura emozione. Così, ecco, come in una lunga linea, frammenti comporsi nella mente, costruire forse un itinerario:

oh, le stelle attorno alla bella luna! (Saffo)

il tacito, infinito andar del tempo (Leopardi)

Io non so ben ridir com’io v’entrai (Dante)

Venti anni ancora non ho e ho in odio il vivere (Mimnermo)

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori/ le cortesie, l’audaci imprese io canto (Ariosto)

Confusione. Sì, confusione, ma parole vive nella mente, immagini che si formavano e svanivano per poi riapparire in altre forme. Dante nella selva, il poeta di corte che inizia il suo canto, lo stupore della fanciulla di fronte al cielo stellato, il senso di eterno di un verso stupefacente, l’assoluta malinconia e infelicità di un giovinetto, quella tristezza infinita che a volte appartiene solo all’adolescenza.

Seppi quel giorno che la poesia avrebbe accompagnato la mia vita.

 

Capita, di tanto in tanto, di tornare al tempo in cui si avevano non pochi anni di meno. Insospettabilmente, non provo malinconia, né nostalgia. Semplicemente, quello in cui avevo forte simpatia per Lotta Continua è stato il momento più bello della mia vita, fatti salvi gli affetti.

Facile, con la consapevolezza degli eventi successivi, liquidare quell'esperienza come velleitaria e pericolosa, per i molti che hanno poi scelto strade di violenza e di oscurità. Ma percorrevo le strade della  mia piccola città con occhi sognanti, con la certezza che quella mia generazione avrebbe cambiato il mondo. Sappiamo bene che non è andata così, ma il valore inestimabile di anni trascorsi con un ideale, con lo slancio di chi vuole essere protagonista, ma non può essere felice senza che lo siano anche gli altri, mi riempie ancora oggi il cuore e la mente.

Quando vedo i molti, i troppi che vivono vite difficili, tra povertà, disagio e anonimato sociale; quando vedo un mondo che potrebbe essere davvero migliore se solo sapesse accogliere le differenze, se solo sapesse distinguere tra la cieca violenza di gruppi terroristici e la potenziale ricchezza di un incontro, di un tendersi le mani; quando sento le storie dei tanti che perdono il proprio lavoro; quando osservo i volti di coloro che manifestano davanti a fabbriche chiuse o che stanno per chiudere, allora vorrei che di nuovo esistesse negli occhi dei giovani quella luce che annuncia il futuro, che vuole lottare per esso, quella stessa luce che avevo anch'io, quasi senza rendermene davvero conto.

 

 

Eccolo là, quello sciocco ammasso di pulci! Fino all’ultimo si è dovuto mantenere fedele a quel che è sempre stato, un credulone sentimentale   rimasto in attesa di quel vagabondo del suo padrone per tutti questi   anni!” pensò, mentre si stiracchiava con fare ostentatamente indolente   per poi esibirsi in un sonoro sbadiglio di rammarico, pietà e stizza,   mischiati tutti insieme in un’improbabile miscela. Davanti ai suoi occhi,   lo spettacolo di Argo, il sodale di una vita (definirlo amico sarebbe   stato forse eccessivo, dopo tutto), che moriva nel momento stesso in cui   il sogno di rivedere l’amato padrone si realizzava.

Provava pena  per   lui, una pena autentica, benché non riuscisse certo a identificarsi nelle   sue emozioni: e non solo perché lei era un gatto, anzi, per la precisione   una bella gattona florida e un pò agée a cui le stagioni trascorse avevano   donato un’aria sorniona e una saggezza sagace e vagamente
sardonica. È che lei proprio non era così, come lui, forse perché la sua amica, e non  padrona, Penelope, non si era mai sognata di andarsene a zonzo per i mari;  e, pure l’avesse fatto, lei non si sarebbe mai lasciata sorprendere a  indulgere in sterili sentimentalismi. Piuttosto, ne avrebbe capito
l’esigenza   di libertà, che in una donna è sempre tanto diversa dall’analogo maschile.
  Le dispiaceva dunque per Argo, ecco tutto, perché aveva consumato l’intera  sua vita nello struggimento per la lontananza di quel bel tomo di Odisseo.   Che, per inciso, tutto quest’attaccamento non se lo meritava proprio, così  preso com’era esclusivamente da sé e da bisogni, i suoi, rispetto
ai quali   l’esistenza degli altri non veniva contemplata se non come un effetto   collaterale e un particolare meramente accidentale. Lui aveva dovuto a   tutti i costi ascoltare il canto delle Sirene, lui aveva dovuto per forza   attendere il Ciclope nella sua spelonca, lui, lui, lui... E così aveva   fatto anche stavolta, guardandosi i suoi comodi e cavandosela poi con una  teatrale carezza di congedo. Come se potesse bastare a ripagare chi l’aveva   atteso giorno dopo giorno per più di vent’anni! Oh, magari adesso se ne   sarebbe uscito pure con la storia della nostalgia, ne era sicura: la   nostalgia del pasto caldo che si trova in tavola dopo il lavoro, delle   coperte in cui ci si avvolge quando ci si corica, dei propri comodi calzari come della propria moglie! Penelope era tutt’altra pasta e ben  diverso il rapporto fra di loro. Del resto, da un pò di tempo la sua amica  aveva ben altri problemi, intenta com’era a respingere gli assalti di quei   disturbatori della quiete altrui che le si erano villanamente piazzati   dentro casa senza invito. Un vero flagello di Dio, quei Proci, il cui  unico orizzonte di senso sembrava consistere nell’ingozzarsi a sbafo, nell’ubriacarsi   ruttando rumorosamente e nel dare il tormento a ogni donna o sagoma anche   vagamente femminile che si presentasse loro a tiro. Lei si divertiva   spesso a sorprenderne qualcuno e a graffiarlo per dispetto, tanto   quelli sbraitavano un pò e anche quando tentavano di alzarsi barcollando   per correrle dietro erano puntualmente troppo alticci o troppo grulli per  riuscire ad acchiapparla. Non che Odisseo fosse molto meglio di loro, del   resto; se ci avesse tenuto veramente al suo oikos avrebbe almeno tentato   di non partire per quella guerra sciagurata, altro che storie!
Invece, l’“onore”   l’aveva facilmente avuta vinta e gli era stata subito sacrificata la   famiglia. L’onore?!?! Scosse la testa. E che razza di onore avrebbe mai  potuto esserci nell’andare a bruciare e a saccheggiare impunemente case di   gente che, proprio come loro, non aveva altro desiderio che quello
di   starsene in pace nella propria terra, fra le proprie cose, ad allevare e a  veder crescere i propri figli? Quale coraggio poteva mai trovarsi nel   prendere con la violenza donne straniere, nell’umiliarle, nel
costringerle   a guardare mentre figli e genitori venivano trucidati? Quale eroismo mai  nel costringerle poi, inermi, a salire sulle imponenti triremi da guerra   per essere condotte, schiave, nelle città achee, esiliate per sempre dalla   propria terra, dalla propria lingua, dai propri affetti? Eppure, quello   era l’onore, quello il coraggio, quello l’eroismo che il grande guerriero   Laerziade aveva anteposto alla cura della propria casa, senza peraltro   prendersi la briga di premurarsi di tornare presto. Del resto, in
quella   situazione la sua amica aveva imparato assai velocemente a prendere le  opportune contromisure, come sempre quando gli uomini se ne vanno per   cacciarsi nell’assurdo pasticcio della guerra e alle donne tocca l’occasione   di gestire da sole l’oikos. E non se l’erano cavata niente male
all’inizio,   prima che gli usurpatori piantassero le tende nella reggia, convinti,   chissà perché, che una donna capo di casa sua sia un ossimoro innaturale!
Era stata una parentesi molto felice, insomma. Ma durata troppo poco. Lei   aveva visto con orgoglio la sua amica trasformarsi gradualmente da brutto   anatroccolo esitante e timoroso di tutto qual era quando, novella sposina,   l’aveva presa con sé per compagnia, a donna adulta, capace di badare a se  stessa da sola, autonoma, parimenti in grado di gestire la casa e gli   affari con saggezza e con fermezza. Come e meglio di un uomo. E di un uomo  aveva fatto a meno senza rimpianti semplicemente perché non ne aveva avuto più bisogno, timorosa com’era di venir ricacciata in quella
condizione di subalternità dalla quale con tanta fatica si era emancipata. Ci aveva   messo vent’anni. Ma in vent’anni Penelope era diventata pienamente   consapevole di se stessa. Anche dopo l’invasione della reggia da parte dei Proci, si era dimostrata abilissima a gestire quei selvaggi nel modo   migliore: dopo tutto, era venuta a capo di uno tanto più sveglio,   figurarsi se non poteva farcela pure con quelli! La sera, quando si   ritirava nelle sue stanze, subito prima di andare a sfasciare quella   benedetta tela (anche lei, per inciso, non faceva mai mancare il   contributo delle sue unghiette affilate all’opera decostruttiva) era dalla sua amica di pelo che veniva e, sfilatasi, i sandali, le dava una   grattatina complice sulla testa. A quel punto lei, la gatta, le si   accoccolava contro le palme dei piedi facendo rumorosamente le fusa. Era il loro modo di fare conversazione anche perché Penelope non aveva
amiche,   neanche nella reggia: quelle stupide delle sue ancelle, per non parlare di quella pesantona della nutrice, la guardavano con sospetto perché   pretendeva di fare tutto da sola e ci riusciva pure. E loro là,occhi bassi e lingue biforcute, ad aspettare un passo falso, un errore della regina che la retrocedesse alla loro condizione, l’unica che conoscessero e dalla quale rancorosamente non volevano saperne di uscire. Dispiaceva vedere delle donne comportarsi così, senza capire che le conquiste
di Penelope avrebbero potuto essere di tutte, purtroppo sembrava proprio che a parte la sua amica di pelo nessun’altra condividesse le aspirazioni della regina. Per inciso, lei, la gatta, aveva sempre apprezzato la discrezione di Penelope nell’evitare d’imporle un nome riducendola così a mera proprietà: quello che invece, con ogni probabilità, le era accaduto,   ne era sicura, prima con il padre, poi con il marito e un giorno chissà, magari pure con quello smidollato del figlio che non c’era verso
di persuadere a crescere. E probabilmente per questo il loro rapporto restava veramente paritario, misto di affetto, complicità, rispetto. Per questo lei non avrebbe mai potuto fare con Penelope come Argo con Odisseo. Per questo si percepivano sorelle, così affini, oppure forse così diverse.
  Chissà.

 

Ricorderò sempre quando, alle prese con la relazione conclusiva dell’anno di prova, ti chiesi consiglio su come strutturarla e tu, senza esitazione alcuna, prorompesti in un: “Prima di tutto il titolo: Perché non possiamo non dirci professori!”. Lì per lì, rimasi un po’ confusa, lo confesso: d’accordo, l’idea mi solleticava, ma davvero non possiamo non dirci professori? E perché, poi? Forse che il germe professorale è congenito e chi lo possiede viene arruolato ipso facto nella categoria? Allora, anche un metronotte o, che so, un odontotecnico non possono non dirsi tali? Mi lambiccai il cervello sulla questione per un po’ senza riuscire a trovare, a onor del vero, una risposta esauriente.

Qualche tempo dopo, capitata nell’allora laboratorio 1C, m’imbattei in te e nella tua classe, intenti a realizzare un podcast su di un qualche autore latino. I ragazzi mi parevano oltremodo preparati: padroneggiavano sia i contenuti letterari che gli strumenti tecnologici. Tu, però, niente da fare, proprio non eri contento. Continuavi a dire loro, in toni e modi assai fetenti in verità, che non era quello il risultato atteso, che quello l’avrebbero saputo fare tutti. E la classe, esasperata, gli occhi al cielo, proprio non capiva cosa intendessi dicendo che quel lavoro non aveva anima.

Alla fine, balzato in piedi, afferrasti un libro, cominciasti a leggere e le parole di quell’autore latino sembrarono scritte per noi, per ognuno di noi in quella stanza, quasi parlassero di noi tutti a noi tutti. A un tratto, i versi erano diventati emozioni che parlavano di emozioni e suscitavano, a loro volta, emozioni. Non volava una mosca durante la lettura. Alla fine, benché fossi contento, mica sembrava andarti bene quell’applauso, per paura, chissà, di un facile consenso o di acquiescenza mentre, si sa, o meglio lo sanno i tuoi alunni, essere intellettualmente liberi implica la rinuncia ad ogni facile accordo, specie se passivo, con l’opinione altrui, a partire da quella del prof. E’ là che mi si è accesa la lampadina: non possiamo non dirci professori ogni volta che riusciamo a restituire un’anima alle parole. E solo a patto di restare dei gran rompiscatole.

Se per “cultura” si intende in senso lato ogni attività umana e l’insieme dei prodotti che ne derivano, alla domanda del titolo va sostituita un’affermazione: la cultura non è in esilio, non è in crisi, è in movimento, come è sempre stato e come sempre sarà.

Si tratta di indagare semmai la natura di tale movimento, cercando di ipotizzarne la direzione. È in crisi, invece, una concezione accademica della cultura, per la quale modi, tipi e criteri di giudizio vengono considerati valori assoluti. C’è grande difficoltà, in un’epoca in cui si consumano con grande velocità mode, tendenze, teorie, a percepire quel flusso di continuità nel tempo, di non deperibile che caratterizza i momenti di crescita culturale. Che cosa possiamo attenderci da un’epoca che considera ogni cosa come merce? Un’epoca per cui la gratuità, nel senso più nobile del termine, dell’espressione artistica è addirittura impensabile? Facile diventare “laudatores temporis acti”, facile chiudersi in un disdegnoso silenzio.

Più difficile cercare di “vivere” all’interno del cambiamento, mantenendo un atteggiamento possibilista, che non rifiuti cioè a priori gli apporti e le espressioni artistiche e culturali del momento. Del resto, al tempo di Internet, la facilità con cui è possibile reperire informazioni determina spesso un approccio superficiale, mancanza di controllo sui dati, acquisizione acritica di affermazioni spesso del tutto infondate. Come fare, allora? Perseguire il proprio fine di arricchimento culturale, custodendo gelosamente le proprie acquisizioni e i propri convincimenti? È la via scelta da molti, da troppi. Si finisce con il costituire piccoli centri di incontro, quasi delle sette, nei quali centri ci si riconosce, in una sorta di autoreferenzialità che è la morte stessa della cultura.

Ecco, la cultura. Per chi scrive è l’incessante spinta a tradurre in studi, ricerche, espressioni d’arte la non redimibile curiositas verso tutto ciò che l’ingegno e la creatività dell’uomo possono produrre. Si cerca, quando è possibile, di diffondere almeno il germe di tale curiositas, ci si sente sommersi in un mare dilagante di superficialità e di volgarità, si assume un atteggiamento di resistenza, direi di lotta. Ecco, la cultura così intesa non è in esilio, è ben dentro la società, lotta per sopravvivere, a  volte, per emergere di nuovo. Guai però a pensare di avere risposte definitive! Si smentirebbe il concetto stesso di cultura. Duttilità mentale, capacità di cogliere vari punti di vista, dedizione allo studio e alla ricerca…

Ognuno di noi potrebbe probabilmente indicare parecchie persone con tali caratteristiche, ciascuna però con la sensazione di solitudine che coglie quando ci si sente non perfettamente in sintonia con il mondo circostante. È qui la vera cultura, non nelle presentazioni, nelle mostre, nelle apparizioni televisive. È nella vita di tutti i giorni, nel mantenere accesa la fiaccola di una conoscenza non episodica e superficiale, nel cercare di diffonderla magari tra poche persone, ogni volta con la sensazione di una vittoria. È nel vivere seguendo la luce di valori che derivano dalla passione, dalla perseveranza, dalla consapevolezza che la ricerca della conoscenza è il senso stesso dell’essere uomo. Siamo qui, a tratti travolti dalla velocità del cambiamento, ma determinati, in attesa. Riemergeremo.

 

 

1.

Scusa per il freddo, di solito mangio solo.

Sediamo su sgabelli triangolari,
violentiamo la sera
in una birreria irlandese.

Sul palco
una rana dal pelo ramato spiega la metempsicosi.

Facciamo due passi sul viale ciottoloso

- la nebbia ci sputa e la neve ci bastona -

parliamo di tutto e di te.

L’epilessia di un senzatetto è il nostro fiore nel taschino.

 

2.

La meta si staglia statica orbitante sospiro di luce culla
i miei compagni caduti camerati sconosciuti amore carnale e vacua fratellanza

mi tengono in vita in una selva di sguardi casuali e interazioni primeve sulla Macchina giudizi universali trovano esilio.

Evolvo e divoro pura estetica mi delizio come falena
nel mio bozzolo opale
dei caldi effluvi

che Veneri emanano confluiscono
nel mio carapace genesi passiva

di morfina scarlatta.

Ascolto il sanguinare
del tempo camminare sulle schegge della solitudine mia inerte.

Vorrei essere Charles Bukowski!
Se fin da piccolo
il mio mito era Kurt Cobain
con l'uomo tigre
e Bud Spencer,
adesso è solo Charles Bukowski

Per quanto sia nostalgico
sono sempre stato
schiavo dei miei limiti
sono cappuccetto rosso
perso in questi sottoboschi artistici.

Vivo nel ventre della paranoia
Credici
mi dicono,
credici
e arriverai
alla Bocconi
o a Sanremo,
oppure ad Amici
a baciare il culo alla de Filippi

Fidati,
mi dicono,
fidati,
ce la fai.
Ma io mi sento un panchinaro
condannato allo stand-by.

Mangio acido
Il mio fegato
è flaccido

Quando scrivo mi agito
come Bukowski
mi vuole bene questo pubblico di nicchia
di gente che tiene a me
ma io mi sento piccolo come una lenticchia.
Troppe cose nello stomaco
Mi viene il vomito
Mi scopro cinico
Mi cambio l'abito
Ma non il monaco
E non mi pettino
E non mi pento
Perché mi piaccio scapigliato
Anche se non va di moda
Intanto prego San Bukowski

Vorrei essere Charles Bukowski
Vorrei scrivere come Charles Bukowski
E fare quel che faceva Charles Bukowski
Vorrei essere citato anch'io
Nelle foto
Delle ragazzine mezze nude
Come Charles Bukowski

La tua poesia leggera
La trovi su libri,
film
foto
E trattati di pace
Mentre a me...
mi trovi in giro qualche sera,
in un locale dove fuori
certamente non c'è fila per me.
Purtroppo in cima alle classifiche di libri venduti
Non ci facciamo compagnia

La costruzione di un successo
è sempre un'alchimia
di versi e di sonetti,
tu sei un gran maestro,
Più o meno...
ti dedico 'sto scritto
E spero che ricambierai la cortesia
In un altra vita...
Sono bravo a scrivere poesie,
si,
ma tu di più,
ma tu di più,
sono bravo
A regalare le emozioni,
si,
ma tu di più,
ma per quanto tempo,
dovrò darci dentro
mi viene da star male
perché...
purtroppo io non sono Charles Bukowski

Ma questa gente
è confusa
Anche al vero artista
si stringe il culo
perché sa che se si gira
solo un attimo...
domani ha chiuso.
L'Italia...
mafia della melma omologatoria.
Dove i quattordicenni
scelgono cosa si debba scrivere
guidano il business

Questi artisti...
Tre anni e spariscono
seppelliti sotto casa
con la puzza di marcio
Impressa nelle sale da pranzo
con suoni di plastica
nel loro cervello malato

Questa è l'Italia
È la sua società fantastica.
che su di me riversa...
la sua follia perversa
Per quindici minuti
saranno famosi..

Io rimango indipendente
Come il quattro luglio
Sei nato qui.
Morirai qui.
Sei confinato
Nel tuo stato mentale
Questi stronzi
vendono sogni di realtà.
come Charles Bukowski
poeta anticonformista
Adesso conformista
Qualche quattordicenne triste
ha scelto così.
Io invece
sono spazzatura
Che spazza razza pura
Non provo più paura
Colleziono punti di sutura
Lucido le mie corde
Metto a fuoco in modo tale
che nemmeno la forestale può far nulla
Ho un obiettivo
che trastulla
i miei sensi di colpa
E sto sotto
come un gatto
In tangenziale

Non gioco a fare il ribelle
Entrando nel mio vivaio
troverai nervi a catinelle
Ne ho piene le palle
Pietoso stavolta
esco dal gregge
soltanto per fare Il pastore tedesco
Su questa terra
fondata sul social
Salto come un pop corn